Come se ne esce? Con una rivoluzione

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Fra le interviste realizzate durante la manifestazione dello scorso 31 marzo a Milano, Occupyamo Piazza Affari, ho particolarmente apprezzato quella a Gigi Viglino, che interpellato sul modo di uscire dalla drammatica situazione economica in cui si dibatte tanta parte del popolo italiano, dopo averci pensato cinque secondi, ha risposto: “Con una rivoluzione”.  Concordo con Gigi, perché oggi la prospettiva rivoluzionaria è l’unica opzione seria da mettere in campo per tentare di contrastare le politiche liberiste.

Il solo nominare la parola rivoluzione sino a poco tempo fa faceva sorridere o destava scalpore. Ricordo lo stupore di Michele Santoro quando due anni fa nel corso di “Annozero”, Mario Monicelli, interrogato sulla situazione italiana, disse testualmente: “Come finisce questo film? Non lo so. Io spero che finisca con quello che in Italia non c’è mai stato: una bella rivoluzione”. Per decenni si è pensato che il capitalismo vigente nell’Occidente industrializzato fosse la migliore forma di organizzazione sociale. Addirittura, nel 1976 Enrico Berlinguer arrivò a teorizzare che il socialismo poteva esser meglio realizzato sotto l’ombrello della NATO che non nei paesi cosiddetti “comunisti”. La quasi totalità delle forze politiche che avrebbero dovuto rappresentare gli interessi delle classi popolari ha assunto, a partire perlomeno dagli anni Settanta, il capitalismo come orizzonte del loro agire politico. Insomma, tutti precursori di Francis Fukuyama, regimi comunisti antidemocratici e quindi il capitalismo come fine della storia.

Non si è capito allora, e ancora oggi si stenta a prendere atto che non viviamo più in quella che Hobsbawm definì “l’età dell’oro”, e che i cosiddetti “trent’anni gloriosi” del capitalismo caratterizzati dal welfare state e dalla piena occupazione sono stati una breve parentesi storica e sono finiti da un pezzo. La giunta Monti-Napolitano ricorda ogni giorno che gli italiani hanno vissuto per decenni “al di sopra delle loro possibilità”, ovviamente riferendosi solo a lavoratori e pensionati. Solo qualche giorno fa, Mario Draghi ha detto esplicitamente che il welfare state (letteralmente stato del benessere) laburista europeo, quello che ci accudiva “dalla culla alla tomba”, conosciuto in Italia come “stato sociale”, è morto o è in via di rapida estinzione perché non più compatibile con questa fase del capitalismo e con gli attuali livelli di crescita. Se Mario Draghi ha ragione, e a mio avviso ce l’ha, coloro che alla giunta Monti-Napolitano chiedono equità nelle manovre “lacrime e sangue”, sono dei cretini o forse degli ignoranti, ma più probabilmente sono degli opportunisti che cercano solo di coltivare un bacino elettorale per mantenere una poltrona nelle istituzioni.

Per concludere, sul piano sociale non è più possibile un compromesso socialdemocratico, termine che si ritrova solo più nei libri di storia. Sul piano dei diritti dei cittadini, la Costituzione del 1948, fondata sulla solidarietà sociale, non è più compatibile con l’attuale fase del capitalismo e va modificata in senso liberista, come incessantemente richiede il nostro caro leader Giorgio Napolitano, che invece ne dovrebbe essere il custode. Sul piano economico  si continua a far finta di non capire che l’unica chance di Monti per tentare di riavviare l’economia italiana consiste in una drastica riduzione del costo del lavoro ottenuta attraverso  la totale deregolamentazione del mercato del lavoro e la cancellazione dei diritti dei lavoratori, sperando in questo modo di rendere attraente il nostro paese agli investitori internazionali. Parlare di “accanimento ideologico” o “integralismo accademico” di Monti sull’articolo 18 come ha fatto in questi mesi “Repubblica”,  protestare per costi insopportabili per le imprese che la riforma comporterebbe come fa la Marcegaglia, o esultare per aver “salvato” l’articolo 18 come fanno CGIL-CISL-UIL e PD, fa parte di quel “teatrino delle parti sociali” di cui ha parlato il ministro Fornero che serve a coprire l’ormai totale libertà di licenziamento dei lavoratori dipendenti.

Per completare brevemente il quadro, occorre tenere conto di almeno due dati di fatto che un regime mediatico totalmente schierato con Monti censura sistematicamente. Il primo è che la crisi economica comincia progressivamente a contagiare anche quei paesi che tutti gli esperti hanno sempre portato ad esempio per aver fatto le scelte “giuste”, adatte a competere nella globalizzazione.  Il secondo, è che dopo aver raggiunto, ma non è assolutamente detto che ci si riesca, il pareggio di bilancio nel 2013, Monti ha blindato le scelte economiche dei futuri governi impegnandosi a dimezzare il debito italiano in vent’anni. Ciò comporterà dal 2014 al 2034, in mancanza quasi certa di crescita economica e in una situazione di collasso economico,  manovre finanziarie di 45-50 miliardi ogni anno.  La Grecia ormai non è distante.

Come detto, qualsiasi governo uscirà dalle urne nella primavera 2013, sempre ammesso che la situazione economica e la BCE ci permettano di votare (qualcuno si ricorda del referendum greco fatto abortire?), non potrà che ottemperare agli impegni presi precedentemente con l’Europa dal governo Berlusconi e sottoscritti dalla giunta Monti-Napolitano. Negli avvenimenti italiani, in particolare degli ultimi sei mesi, non si può non vedere una serie di coincidenze grandi e piccole, una regia occulta, un “grande vecchio” che manovra una “giustizia ad orologeria” per spianare la strada a Monti, a una sua eventuale rielezione nel 2013 e a blindare i suoi provvedimenti. Vedere in proposito la bocciatura dei referendum elettorali nel gennaio corrente anno per non creare frizioni nella maggioranza governativa che doveva già cercare la quadra sulla “riforma” del lavoro. Oppure il recente scandalo sui fondi della Lega Nord, unico partito che con il passato governo aveva impedito la riforma delle pensioni. Scandalo  di cui avevano già da tempo timidamente accennato alcuni quotidiani, e che serve a sputtanare ulteriormente una classe politica totalmente corrotta e che sa di esserlo. Un ricatto che serve a mettere ulteriormente in sicurezza il governo “tecnico”: chi si oppone a Monti finisce in tribunale.        

Se si resta all’interno di queste logiche liberiste, non vi è altra soluzione che quella che la giunta Monti-Napolitano sta mettendo in atto. Come se ne esce? Sul piano economico se ne esce con la cancellazione del debito, con l’uscita dall’euro, con l’uscita da questa Europa delle banche. Se ne esce uscendo da quella vera e propria associazione per delinquere che è la NATO che ci obbliga a spendere miliardi per comprare aerei che serviranno ad uccidere, per sbaglio ovviamente, la popolazione dell’Afghanistan, come prima fu per quella libica e quella serba. Se ne esce uscendo dal capitalismo, per quanto possibile. Coloro che dicono che soluzioni del genere avrebbero conseguenze estremamente negative soprattutto per le fasce deboli della popolazione, mi ricordano la vignetta di quel cieco che diceva di aver paura di un salto nel buio. Insomma se ne esce con cambiamenti radicali, con una rivoluzione appunto.

Come si fa una rivoluzione nel XXI secolo? Non in un paese dell’ancora cosiddetto Terzo Mondo, ma in un paese occidentale. Non una pseudo-rivoluzione arancione o viola o di altri strani colori, ma una rivoluzione anti-liberista. Come fa un popolo europeo a riconquistare la piena indipendenza e sovranità?  E’ ancora possibile un “assalto al cielo” dopo le esperienze novecentesche? Domande cosmiche le ha definite un amico a cui le ho poste.  Non sono un esperto in rivoluzioni perché non ne ho mai fatte in vita mia, anche se mi sarebbe piaciuto, e da giovane ci speravo. Non sono fra coloro che pur non avendone mai fatte, viaggiano sempre col manuale del perfetto rivoluzionario in tasca e segnano con la matita rossa gli errori, o presunti tali, commessi da coloro che una rivoluzione bene o male l’hanno fatta. Mi limito perciò ad alcune constatazioni da cui trarre eventualmente utili indicazioni.

Gli eventi accaduti l’anno scorso in Nord Africa e in Medio Oriente, sono stati di due tipi: guerre civili fomentate dall’Occidente che perdurano tuttora in paesi con regimi autoritari in vario modo ostili all’Occidente (Libia, Siria), e rivolte popolari nei paesi con regimi autoritari espressione degli interessi occidentali e non ostili a Israele (Tunisia, Egitto, Yemen, Bahrein). Ogni caso è diverso dall’altro e andrebbe approfondito singolarmente.  Anche la repressione delle rivolte è stata diversa: spietata in Bahrein, che ospita la V flotta USA che controlla il golfo Persico, dove sono  addirittura intervenuti i tank e le truppe antisommossa saudite, perché USA, EAU e Arabia Saudita non possono assolutamente permettere che la maggioranza sciita e filo-iraniana della popolazione spodesti la fedele monarchia degli Al-Khalifa. Meno pesante è stata la repressione in Egitto, perché l’esercito ha subito garantito la sostanziale continuità delle politiche di Mubarak.

I risultati ottenuti da queste rivolte sono da considerarsi per ora  sostanzialmente modesti. Ma, ripeto,  non si può generalizzare. Nella maggior parte dei casi, quasi tutti i problemi politici e le contraddizioni sociali che hanno provocato le rivolte sono rimasti a tutt’oggi irrisolti, e la nuova classe politica emersa dalle rivolte è composta da qualche faccia nuova assieme a tanti fedelissimi dei vecchi regimi che si sono riciclati. Insomma, senza voler dire che il sangue versato non è servito a nulla, bisogna però ammettere che i vecchi e nuovi detentori del potere (ad esempio l’esercito egiziano)  hanno cambiato qualcosa per non cambiare nulla. E’ mancato un progetto di società diversa, un’alternativa secca atta a soddisfare le richieste di cambiamento che provenivano dai popoli, che è esattamente ciò che distingue una rivolta da una rivoluzione. Né bisogna poi cadere nella trappola dell’Occidente che ha accomunato tutti gli eventi, guerre civili e rivolte popolari, nel termine onnicomprensivo di “primavera araba”,  facendo intendere l’inizio di un’era di libertà laddove invece c’è solo la prosecuzione di politiche coloniali in forme propagandisticamente più “democratiche”.

Dopo il crollo del muro di Berlino, in un solo paese al mondo, il Venezuela, è stata fatta una rivoluzione che ha dato a quel popolo la piena indipendenza e sovranità all’interno dei suoi confini. L’esempio del Venezuela ha poi facilitato l’affrancamento dall’imperialismo USA di altri popoli dell’America Latina. E’ mia opinione, che il successo di Hugo Chavez (che Dio lo conservi a lungo) sia soprattutto dovuto al fatto di non aver diviso ideologicamente il suo popolo, ma di aver parlato di concreti e contrapposti interessi fra le classi sociali. Nonché di essersi rifatto alla figura del Libertador Simon Bolivar, patriota venezuelano che contribuì nell’Ottocento all’indipendenza dell’America Latina, sottolineando come le ingiustizie sociali dipendessero dalla mancanza di sovranità e indipendenza del popolo venezuelano e dall’assoggettamento all’imperialismo USA.

Sette anni fa ero presente nella piazzetta antistante la Camera del Lavoro di Milano ad ascoltare il discorso di Chavez in visita in Italia. Sono sempre stato politicamente curioso, e devo dire che quella sera di ottobre del 2005 ho speso bene il mio tempo. Tanto che ricordo ancora oggi perfettamente alcuni passaggi di un discorso appassionante sul socialismo nel XXI secolo che ha tenuto inchiodate un migliaio di persone per quasi un’ora e mezza. Fra le tante, ricordo particolarmente la seguente frase di incredibile attualità: “La libertà senza uguaglianza serve solo ai forti per dominare i deboli”. Il ritorno a Torino e alla realtà italiana fu traumatizzante: nella “sinistra alternativa” si discuteva allora come oggi quasi esclusivamente di liste e alleanze elettorali, di poltrone nelle istituzioni. Insomma dalle stelle alle stalle.

Su questi numerosi argomenti che ho citato quasi solo per titoli dovrebbe dibattere una forza politica che volesse veramente porsi come alternativa allo sfascio della giunta Monti-Napolitano e della maggioranza  che la sostiene. Invece ci sono quelli che forse si sono persi qualche puntata degli eventi italiani e pensano ancora di allearsi col PD per battere le “destre pericolose, populiste, xenofobe” e via delirando. Poi vi sono quelli che usano ancora categorie dello scorso secolo come trotzkismo/stalinismo per leggere gli eventi del XXI secolo. Quelli che basta la falce, il martello e la bandiera rossa e le masse popolari sono pronte a fare la rivoluzione. Quelli che il comunismo “Basta la parola” come il famoso confetto Falqui, sino a quelli che non hanno ancora deciso cosa faranno da grandi e sperano soltanto di occupare in qualsiasi modo un posticino nelle istituzioni. “Signor Arbore, il livello è basso” come diceva il professor Pazzaglia, l’indimenticato intellettuale-filosofo di “Quelli della notte”.   


Cesare Allara
Torino, 8 aprile 2012                            


 

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