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Il governo, Quota 100 e Rdc

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LE CRITICHE, LA NOSTRA RISPOSTA

L'articolo di Piemme sul "decretone" del governo ha suscitato diversi commenti critici, proviamo a rispondere come redazione

Le critiche che ci vengono rivolte sono fondamentalmente due. La prima riguarda il giudizio sulle due misure prese, "quota 100" e Reddito di cittadinanza (Rdc). La seconda, più politica, è una critica al "sostegno critico" al governo gialloverde ad 8 mesi dalla sua nascita.

Sul primo punto — "quota 100" e Reddito di cittadinanza (Rdc) — bisognerebbe innanzitutto distinguere tra la critica alle misure del governo e quella al nostro giudizio politico su di esse. I commentatori tendono a non operare questa distinzione, ma in ogni caso la sostanza delle critiche è chiara: "il Rdc così come uscito nel decreto è solo un intervento caritatevole ed assistenziale di cui pochi usufruiranno". Esso andrebbe perciò respinto sia per la sua inadeguatezza, sia per la sua natura liberista.

Si tratta di una critica fondata, che ha dalla sua diversi argomenti, fatta da persone (anche se talvolta anonime) che sappiamo non essere animate da visioni pregiudiziali, che arriva tuttavia a conclusioni politiche che consideriamo errate.

Entriamo dunque nel merito, notando però una curiosità, forse rivelatrice assai. Tutte le critiche sono rivolte al Rdc, nessuna a "quota 100". Ora, siccome non pensiamo che i commentatori siano dei leghisti, il problema sta probabilmente altrove. Dove, ci arriveremo con il ragionamento.

Ha scritto Piemme nell'articolo contestato:
«Non ci sfuggono di certo gli enormi limiti delle due misure simbolo dei "populisti". Dovessimo fare l'elenco delle loro evidenti criticità supereremmo forse l'armata dei detrattori. Tuttavia, al netto di questi enormi limiti, queste due misure vanno nel senso di invertire le politiche austeritarie che vengono avanti da quasi trent'anni in nome del dogma liberista del pareggio di bilancio».

Sembrerà strano, ma se diciamo "profondi limiti" intendiamo profondi limiti. Non abbiamo dunque nessuna difficoltà a concordare con diverse critiche. Due in particolare: i paletti per la concessione del Rdc sono davvero troppo stretti; la logica che muove ampi settori del governo è effettivamente di stampo liberista.


"VIVA L'ASSISTENZIALISMO"!


Sintetizziamo questi due aspetti chiarendo il nostro giudizio: il Rdc non è un vero Reddito di cittadinanza, ma un deciso (per quanto insufficiente) intervento di contrasto alla povertà. Ed è come tale che va giudicato.

Qui c'è un primo punto di dissenso con alcuni commenti. Noi non pensiamo che le misure assistenziali siano in sé sbagliate. Se così fosse dovremmo batterci, ad esempio, per l'abolizione delle pensioni di invalidità, per quelle al minimo, eccetera. Ovvio che sarebbe un'assurdità.

Certo, il cosiddetto Rdc non solo non risolve la questione occupazionale (ne parleremo più avanti), ma neppure — come detto improvvidamente da Di Maio a settembre — sconfigge la povertà. Magari fosse così facile sconfiggere la povertà... E, tuttavia, non si venga a dire, come fa ad esempio "Rosso Nera", che il Rdc lo prenderanno solo i senzatetto. O che, lo scrive Giovanni, che si tratta solo di un'estensione del Rei di Renzi.

Secondo le stime attuali, il Rdc dovrebbe essere percepito da circa un milione e 400mila famiglie, interessando circa 3 milioni e 700mila persone. Un milione di persone in meno (equivalente a circa 400mila famiglie) rispetto a quelle (4,7 milioni) considerate in condizione di "povertà assoluta" dall'Istat. Insomma, anche se la platea effettiva dei beneficiari la conosceremo solo tra qualche mese, l'insufficienza della misura è certa. Un frutto avvelenato dei tagli imposti dall'Ue. E tuttavia...

...Tuttavia, 3 milioni e 700mila persone non sono esattamente... i "senzatetto". Ed in quanto al raffronto col Rei ci limitiamo a far parlare le cifre. Cifre illuminanti, perché i paletti di Rdc e Rei sono praticamente gli stessi. Bene, un single che col Rei poteva arrivare ad un massimo di 187,50 euro mensili, con il Rdc avrà un massimale di 780 euro. Parlando sempre di importi massimi, una famiglia di due persone poteva arrivare col Rei a 294 euro, col Rdc a 980 euro; mentre una di quattro persone passa da 461 a 1.330 euro.

Suvvia, sono ancora cifre insufficienti, ma dire che si tratta di una banale estensione del Rei, quando gli importi saliranno da tre a quattro volte, ci pare proprio un insulto all'intelligenza. Lasciamo, per favore, questo "argomento" ai Renzi, ai Gentiloni ed al giornalistume che gli fa da grancassa.

In termini generali il Rdc porterà nelle tasche della fascia più povera della popolazione 8 miliardi all'anno. Per il 2019 solo 6 miliardi, perché la misura entrerà in vigore nel mese di aprile. E' poco. A regime sempre meno dello 0,5% del Pil. Ed è una vergogna che un Paese come l'Italia non riesca a destinare ad una misura di questo tipo almeno tre volte di più, che resterebbe sempre un misero 1,5% del Pil. E tuttavia...

...Tuttavia questo poco va raffrontato al nulla dell'oggi. Quel nulla che piace tanto a lorsignori. Perché allora non vedere la cosa in positivo? Perché non considerare il Rdc, pur mantenendo le giuste critiche, come una base da cui partire per nuove e più avanzate rivendicazioni.

Il contrasto alla povertà non è "assistenzialismo", esso dovrebbe essere invece un dovere di ogni società che si pretenda civile. E se è assistenzialismo - non possiamo certo pretendere che un settantenne con la minima vada a lavorare, ma non è certo questo un buon motivo per tenergli bassa la pensione - viva l'assistenzialismo!

Ma cos'è  poi questa storia dell'assistenzialismo? Non sarà forse che si è introiettata l'idea che dei poveri hanno i liberisti? Che se son poveri è colpa loro e tali devono rimanere!

Certo, noi siamo per il lavoro e per un reddito dignitoso. Ma se intanto il lavoro non c'è, cosa c'è di sbagliato nell'aiutare chi più soffre?

C'è poi un'altra critica che viene fatta al Rdc: che non funzionerà, che creerà solo una gran confusione. Siamo convinti anche noi che vi saranno problemi. Sappiamo come funziona la burocrazia, per non parlare dei Centri per l'impiego. Ma cosa dovremmo fare allora, rassegnarsi alla totale assenza dello Stato nel contrasto alla povertà ed alla disoccupazione? Meglio, a nostro avviso, che parta un meccanismo magari difettoso ma che si potrà sempre migliorare, che stare fermi a dire che nulla si può fare.

E' vero, questa critica al possibile malfunzionamento del Rdc non c'è in maniera esplicita nei commenti dei lettori. E però, come già segnalato, colpisce negli stessi l'assenza di critiche su "quota 100". Difficile sfuggire alla sensazione che quest'ultimo provvedimento (nonostante la sua temporaneità, le finestre, eccetera) venga giudicato più accettabile perché interviene in un campo noto, mentre obiettivamente il Rdc va ad occuparne uno che nel nostro Paese è nella sostanza ignoto.

Non sappiamo se sia veramente così. Ma se lo fosse, viva la novità! Avremo se non altro un nuovo terreno di azione. Magari, alla verifica dei fatti, dovremo criticare in maniera più dura di oggi il contenuto del decretone. Ma, come già detto, esso può essere la base per nuove rivendicazioni, a partire da una battaglia per un deciso aumento dei fondi necessari. Aumento legato in primo luogo ad un ampliamento della platea dei beneficiari, con una revisione ragionata dei paletti attuali.

Ma c'è una rivendicazione ancora più importante. Il vero punto debole del Rdc è che esso non potrà dare granché come strumento per ridurre la disoccupazione. Questo per una ragione molto semplice: il lavoro non lo creano né i corsi, né i Centri per l'impiego. Neppure lo creano le aziende, come dice Confindustria a dispetto di ogni evidenza.

Il lavoro, che insieme alla natura, è la fonte di ogni ricchezza, è legato a tante variabili. Il problema è che nel capitalismo il profitto comanda sul lavoro. Ed esso si nutre anche della distruzione della capacità di lavoro di milioni di persone, accrescendo così disoccupazione e precarietà. Anche per questo il socialismo è necessario.

Ma stiamo adesso all'oggi. Il Rdc potrà diventare una forma di passaggio dalla povertà e dalla disoccupazione ad un lavoro dignitoso e dignitosamente retribuito ad una sola condizione: che lo Stato entri con entrambi i piedi nel campo dell'economia. Che esso assuma un ruolo centrale nei settori strategici e nella programmazione economica. Che esso elabori un vero Piano del lavoro basato su un programma di investimenti socialmente utili (leggi qui).

E' questa la rivendicazione decisiva, insieme alle altre prima indicate, che dovrebbe essere assunta nei confronti del governo. Non la litania secondo cui il Rdc non serve a nulla, è uguale al Rei, è liberista, eccetera, eccetera. E, forse ci sbaglieremo, ma noi riteniamo che per sostenere queste rivendicazioni il Rdc è meglio averlo benché inadeguato, piuttosto che non averlo per poterne immaginare uno perfetto.


"ALL'INIZIO MA ORA NO..."


Passiamo ora all'altra critica, quella che attiene al giudizio sul governo gialloverde.

Questa critica è stata espressa nel modo più compiuto da Francesco F. Leggiamo:
«Sinceramente non riesco più a seguire la logica seguita da Sollevazione. Lo dico senza alcun intento polemico, intendiamoci. Potevo comprendere il "sostegno critico" al governo ALL'INIZIO... nei primi mesi...(...anch'io, pur non votandolo, riponevo molte speranze di un CAMBIAMENTO nel nuovo esecutivo... Speranze tradite...) MA adesso non lo comprendo più... Dopo la farsa della trattativa sul deficit... La farsa del reddito di cittadinanza riservato solo a chi sta in mutande e vive sotto i ponti... Dopo il progetto del federalismo portato avanti dalla Lega (...un progetto di chiara marca "EUROPEISTA"... Come Voi stessi avete sottolineato...)... Dopo le DISGUSTOSE PERFORMANCE di Salvini e C. (...PENTASTELLATI COMPRESI) in Italia e nel mondo (...da Ciampino a Gerusalemme...) Dopo tutto questo, è ancora giustificabile il "sostegno critico"?».

Caro Francesco, del Rdc abbiamo detto qui quel che pensiamo. Sul resto non abbiamo certo fatto mancare le nostre critiche al governo. Critiche espresse in tanti articoli, ed in maniera più compiuta in diverse risoluzioni di Programma 101 sulla trattativa con l'UE, sul regionalismo differenziato, contro il decreto sicurezza e su alcune uscite in campo internazionale.

Ora ci dirai, ma non è ancora venuto il momento di tirare le somme? Il fatto è che la nostra posizione si basa su due capisaldi:
1. La necessità, in questa fase storica, di posizionarsi nel campo populista proprio per impedire che esso diventi solo una sterminata prateria della destra. 2. Un'analisi sulla gravità della crisi dell'Unione Europea, che ci pare confermata dai fatti (vedi Brexit), e che ci fa intravvedere tempi di precipitazione ben più brevi rispetto a quelli previsti da altri.

Da qui la priorità assoluta della lotta alle èlite. Da qui quella di impedirne un recupero nella situazione italiana.

Dopo di che ogni cosa ha un limite. E — nel bene come nel male — la soglia decisiva sta nel ruolo oggettivo che il governo gialloverde, le aspettative che ha creato, le contraddizioni che genera, hanno oggi ed avranno nei prossimi mesi nel quadro europeo.

Al di là dei nostri pochi mezzi, il momento richiede grande lucidità. Consapevolezza di qual è il nemico principale — che resta il blocco sociale neoliberista ed eurocratico incarnato politicamente, anzitutto, dal PD —, di quali sono le priorità.

Domani le valutazioni di oggi potrebbero cambiare.
E se il governo gialloverde dovesse davvero diventare un elemento di stabilizzazione nel quadro europeo, piuttosto che di oggettiva destabilizzazione come è stato in questi mesi, saremo certamente i primi a prenderne atto.


 

Vademecum della Sinistra contro l'Euro

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