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Il governo delle catene europee

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Dalle catene euriste l’Italia non si è mai liberata neanche un po’. Ma se non altro, nel suo primo semestre di vita, il governo gialloverde poneva di tanto in tanto la questione. Poi è arrivato il secondo semestre, e si è progressivamente iniziato a parlar d’altro. Siamo giunti così alla rottura salviniana, sempre parlando d’altre cose: sicurezza, Tav, “partito del sì”, taglio dei parlamentari. Un andazzo che prosegue anche ora, nel bel mezzo di una trattativa per la formazione del nuovo governo che rischia di riconsegnare il Paese al più ferreo controllo dell’oligarchia eurista.

Governo Ursula l’abbiamo subito chiamato per sottolinearne il suo segno distintivo. Un nome piaciuto non a caso a Romano Prodi. A conferma di come sia qui lo snodo della crisi, tre giorni fa – decidendo di aprire formalmente la trattativa con M5S – la direzione del Pd ha messo come prima condizione «l’appartenenza leale all’Unione Europea».

Cosa s’intenda a Piddinia City con questa formula i nostri lettori già lo sanno: piena sudditanza a Bruxelles, alle sue regole, ai suoi vincoli, alla sua politica. In una parola, alle sue molteplici catene.

La cosa interessante, che ben descrive la deriva pentastellata, è che di questo “primo punto” che ha visto unanimi tanto gli zingarettiani che i renziani, in casa M5S proprio non si discute. Si parla invece d’altro: il nome del premier, il destino di Di Maio, come combinare la riduzione dei parlamentari con la legge elettorale. Questioni che saranno pure importanti, e non solo per un banale problema di poltrone, ma che riguardano solo il Palazzo della politica, non la vita concreta delle persone.

Sia chiaro, Lega e Cinque Stelle sono entrambi responsabili di questa situazione. E la Lega è la prima responsabile del logorio che ha condotto alla fine del governo populista. Ma sono adesso i Cinque Stelle, spinti tra le braccia del Pd proprio da Salvini, a dover decidere se il loro futuro sarà semplicemente quello di farsi riassorbire ed integrare nel sistema. Non solo andando oggi al governo col Pd, ma predisponendosi in un domani non troppo lontano ad un’alleanza organica con quel partito. Perché questa è ormai la vera posta in gioco.

A leggere i giornali, sempre così pieni di pettegolezzi e retroscena, sembrerebbe che la strada del Governo Ursula proprio in discesa non sia. Può essere, ma temo che non sia così. Troppi gli interessi che vanno in quella direzione. E’ vero, lo zero assoluto denominato Zingaretti, spalleggiato da pesce lesso Gentiloni, vorrebbe la botte piena (il governo) e la moglie ubriaca (la totale umiliazione di M5S). Un en plein francamente eccessivo ed irrealistico. Toccherà perciò a qualcuno (Mattarella?) spiegare al fratello di Montalbano l’abc della politica.

Significativo a tal proposito quanto avvenuto oggi al G7 di Biarritz, dove il polacco Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, quasi a voler superare il veto zingarettiano, ha dichiarato che: «Il presidente Giuseppe Conte è stato uno dei migliori esempi di lealtà in Europa». Ma guarda un po’ quanto i bravi europei son preoccupati dell’Italia!

Come finirà allora questa partita? La confusione sotto il cielo è grande e la classe dirigente italiana è incasinata assai. Difficile però credere che le èlite mollino la presa. Hanno lavorato per dividere, paralizzare e sconfiggere il governo gialloverde, possibile che allentino la morsa proprio ora che sono vicine al loro capolavoro, quello di ricostruire un nuovo bipolarismo funzionale ai loro interessi?

Vorrei proprio sbagliarmi, ma non credo che finirà in questo modo. Il Governo Ursula, cioè il governo delle rinnovate catene europee, resta ad oggi l’ipotesi più probabile. Se andrà così sappiamo già cosa aspettarci: una sterilizzazione dell’Iva compensata almeno in parte da nuove razioni di spending review; nessuna politica espansiva, ma solo qualche zerovirgola di “flessibilità”; nessun rilancio degli investimenti pubblici, ma solo incentivi alla “green economy” dei privati; nuove privatizzazioni in nome dell’efficienza, eccetera eccetera.

Naturalmente nulla a che fare con la pesantezza della “cura Monti” del 2011. Oggi neppure la Germania è così folle da chiedere qualcosa del genere. Eppoi, almeno all’inizio, un nuovo governo della normalizzazione eurista qualche caramella la meriterà senz’altro…

Quel che dobbiamo temere per il prossimo futuro non è tanto la (peraltro sempre possibile) catastrofica esplosione di una nuova crisi economica, quanto la certezza di un pantano dal quale sembra impossibile uscire. Una palude dove il Paese viene fatto sprofondare lentamente dall’oligarchia eurista e dai complici di casa nostra, con l’impossibilità di uscire dalla crisi e la certezza di un progressivo declino.

Non di solo Pil si tratta. E neppure di sola occupazione, anche se questo è il dramma di milioni di italiani costretti alla miseria ed alla precarietà. In gioco è il declino complessivo dell’Italia, della scuola e della cultura. In gioco è il futuro della sanità pubblica. In gioco la sicurezza degli anziani ed il destino dei giovani spinti ad emigrare. In gioco è il livello di ogni aspetto della nostra vita, dalla qualità dei trasporti al funzionamento di tutto ciò che è pubblico.

Questo declino è in corso da quasi un trentennio, per la precisione dai tempi del Trattato di Maastricht. Non sarebbe ora di dire basta?

Ecco, se il governo Pd-M5S davvero nascerà (chi scrive spera ovviamente di no), la spinta al declino – certo mascherata nell’immediato da qualche trovata propagandistica – non potrà che riprendere costanza e vigore.

Il 12 ottobre siamo chiamati a manifestare sotto lo slogan “Liberiamo l’Italia”. Una manifestazione che vuol dare un forte segnale di lotta per la liberazione dalle catene della UE e dell’euro, nonché da quelle dei mercati e della finanza. Una manifestazione cioè con un programma totalmente opposto a quello del possibile governo pentapiddino, il governo della schiavitù eurista.

 

Vademecum della Sinistra contro l'Euro

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