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Il salvinismo e le ragioni della fine del governo gialloverde

Al di là delle tante fibrillazioni in corso, il nuovo governo è in dirittura d’arrivo. La Repubblica di ieri ci informava della graziosa telefonata della signora Merkel – è ancora viva ed ovviamente lotta contro di noi – con la quale si chiedeva al Pd (via pesce lesso Gentiloni) di non fare passi falsi proprio all’ultimo miglio della corsa che andrà a reinsediare il governo di lorsignori.

Dunque, salvo improbabili colpi di scena, la frittata è fatta. La domanda che molti si pongono è come si sia potuti arrivare, peraltro in così breve tempo, ad una simile restaurazione.

Ci sarà tempo per analisi più dettagliate. Qui voglio invece provare ad andare al sodo in maniera sintetica.


La dinamica del declino gialloverde

Fummo i primi a definire fin dall’inizio il governo gialloverde come tripartito. Un governo composto non solo da M5s e Lega, ma anche (ed in posizione centrale) dalla Quinta Colonna mattarelliana. Per lunghi mesi un equilibrio instabile, ma mentre la stampa si occupava dei continui successi di Salvini ai danni dei pentastellati, fino al rovesciamento dei rapporti di forza alle europee di maggio, all’interno del governo era proprio il partito di Mattarella a prevalere sugli altri due.

Ed esso prevaleva sul nodo centrale: quello dei rapporti con l’Unione europea. Diversi i passaggi – dall’accordo sulla Legge di bilancio del dicembre 2018, alla recente trattativa sulla minacciata “procedura d’infrazione” – che hanno mostrato come alla fine fosse sempre questo “partito” (che nel frattempo aveva definitivamente arruolato Conte) ad imporsi.

Ma c’è un evento che parla più di tutti gli altri. Siamo nel giugno scorso, a Roma il parlamento ha appena approvato i mini-Bot ed a Bruxelles e Francoforte è scattato l’allarme rosso, quand’ecco che non solo Tria e Conte si schierano con i padroni d’oltralpe, ma pure il leghista Giorgetti affossa quello strumento proposto da altri (apparentemente) autorevoli esponenti del suo partito. Nel frattempo Salvini che fa? Tace sul punto e twitta sulle solite stupidaggini.

Stessa cosa dicasi dei Cinque Stelle. I quali, dopo aver tradito le originarie posizioni su euro ed Ue con il voto alla Von der Leyen, hanno adesso il loro nuovo (e pericoloso) giocattolo: la riduzione del numero dei parlamentari…

Insomma, mentre Salvini e Di Maio parlavano d’altro, il partito mattarelliano si occupava delle cose serie. In particolare una: riportare l’Italia nel recinto dell’ovile eurocratico. Possiamo stupirci che alla fine abbia vinto proprio questo partito? Ovviamente no.


I comici e tardivi lamenti dell’improvvido Salvini


Adesso il capo della Lega si lamenta: il governo l’han deciso a Bruxelles, l’accordo M5s-Lega c’era già, Conte aveva già tradito da tempo. Tutto ciò al solo fine di far dimenticare l’essenziale: che la crisi non l’hanno aperta né Conte né Di Maio, bensì proprio lui. Magari su pressione dei capobastone nordisti che un po’ lo comandano, ma pur sempre lui.

E’ lui, col suo mix di inettitudine e prepotenza, che ha aperto la strada al governo della restaurazione. Ma, dice adesso la narrazione leghista, che tutto era di fatto già deciso. Ah sì? Può essere, ma allora l’inettitudine è doppia! Non solo per l’autogol commesso, ma per come l'operazione è stata gestita.

Mettiamoci infatti nei panni di un Salvini che fosse stato davvero deciso ad affrontare lo scontro con l’Unione Europea. Cosa avrebbe dovuto fare l’ormai ex ministro dell’interno di fronte alle posizioni europeiste all’interno del governo? Semplice, egli avrebbe potuto dire: signori, qui senza una terapia choc (necessariamente da finanziare a debito) non si esce dalla stagnazione, occorre dunque portare il deficit al 3, meglio al 4%. Su questa base – e forte del consenso elettorale – avrebbe potuto chiedere un sì od un no a Conte, Tria e Di Maio. I primi due avrebbero certamente risposto picche, sul terzo non ci giurerei proprio. Se Di Maio avesse accettato la linea dello scontro con l'Ue, la strada sarebbe stata quella di sostituire Tria e Conte, andando però avanti con la stessa maggioranza gialloverde. Se invece anche Di Maio avesse detto di no, ecco che Salvini avrebbe avuto una motivazione nitida per uscire dal governo e chiedere nuove elezioni.

Che ha fatto invece il leader della Lega? Non solo non ha posto il tema dei vincoli europei al centro del suo discorso, benché il ragionamento fosse semplice e perfino contenibile nei 280 caratteri di un tweet, ma si è messo invece a parlare di Tav, di “partiti del sì e del no” e di altre questioni del tutto secondarie.

Dall’altra parte si è invece mosso (ed immediatamente, grazie alla fulminea sortita di Renzi), l’intero fronte eurista, che ha posto senza indugio (vedi le cinque condizioni del Pd per fare il governo) la questione della “fedeltà all’Europa”. Fedeltà (cioè subalternità) evidentemente accettata dai Cinque Stelle, messi all’angolo dalla mossa salviniana.  

Il punto è che la lotta ai vincoli europei era l’unico vero collante della maggioranza gialloverde. Nel momento in cui si è smesso di occuparsene – M5s con la svolta europeista, la Lega con il ritorno al vecchio nordismo anti-unitario (vedi le pretese sul “regionalismo differenziato”) – è diventato chiaro come quel collante non ci fosse più.


Il problema di fondo

Abbiamo parlato di inettitudine, ma non bisogna neppure esagerare. Che essa abbia avuto un ruolo non secondario è del tutto evidente, ma – andando al fondo delle cose – essa ci rimanda però ad un’altra e più profonda questione. La totale inadeguatezza dei gialloverdi (sia sul versante M5s che su quello della Lega), rispetto all’ipotesi di uno scontro serio con l’Ue, non è solo un problema di competenza e preparazione. Essa dipende invece in primo luogo dall’assoluta ambiguità di queste forze, capaci magari di dire dei no a Bruxelles – ed è per questo che abbiamo preferito il governo gialloverde ad altre maggioranze -, ma del tutto indisponibili ad elaborare una visione coerente, strategicamente orientata alla riconquista della sovranità nazionale.

Questa ambiguità è costitutiva e non è una scoperta dell’oggi. Nei Cinque Stelle essa è il frutto dell’idea di un partito non-partito volto al pragmatismo, rigorosamente a-ideologico ma fortemente intriso dal “politicamente corretto”. Nella Lega l’ambiguità è maggiormente legata al suo blocco sociale decisamente ampio, ma sempre condizionato da una borghesia padana arraffona (vedi Tav e regionalismo differenziato) e filo-tedesca. Il fatto è che queste ambiguità avrebbero potuto evolvere positivamente, se i gruppi dirigenti dei due partiti avessero lavorato alla coesione in nome della lotta al comune nemico. E’ avvenuto invece l’esatto contrario. Ed il risultato è oggi il governo della restaurazione. Non solo: il risultato è che i Cinque Stelle sono stati cooptati nel dominante blocco eurista, mentre nella Lega le matrici securitarie, liberiste e nordiste (dunque anti-italiane) prevalgono nettamente su tutto il resto.


Due paroline finali

Siccome sappiamo come la Lega raccolga consensi anche tra sinceri sovranisti che dicono di stare lì perché non vedono alternative, mi pare opportuno dire due parole a chi ancora si illude su Salvini.

Chi scrive non è affetto dall’ossessione antifascista. E chi invece lo è, dovrebbe oggi riflettere sulla comica di un “pericolo fascista” sventato da Renzi. Se il Bomba di Rignano è stato sufficiente allo scopo, forse quel “fascismo” tanto pericoloso non era. Ma so benissimo come neppure questa sobria considerazione possa far cambiare idea a quella sinistra sinistrata che ha fatto addirittura appello (quasi ce ne fosse stato bisogno…) a Pd ed M5s affinché si accordassero.

Ma lasciamo perdere costoro e torniamo a bomba, cioè alla Lega. Della quale possiamo dire alcune cose semplici assai. Fascismo no, ma liberismo estremo sì. Fascismo no, ma securitarismo forcaiolo sì. Fascismo no, ma rottura dell’unità nazionale sì. Fascismo no, ma mercatismo e privatizzazioni sì. Fascismo no, ma atlantismo e filo-sionismo all’ennesima potenza sì. Come si pensa che tutto ciò possa sposarsi con una battaglia per la liberazione nazionale?

Sia chiaro, se vogliamo stare con i piedi per terra dobbiamo dire chiaramente che per liberarsi dal giogo eurista sarà ad un certo punto necessario unire tutte le forze disponibili in un nuovo Cln che, come quello sorto nel 1943, dovrà accogliere anche forze di destra purché decise alla comune battaglia. Tutto ciò è assolutamente evidente, ma - questa è oggi la domanda - quale sincero sovranista può ancora illudersi, viste le posizioni di cui sopra ed i danni che ha fatto alla causa della liberazione, sul pallone gonfiato Salvini Matteo?

Suvvia, siamo seri. Siamo seri, per favore.





 

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