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Nepal: crisi in stallo

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Mentre migliaia di induisti fondamentalisti monarchici si scontravano con le forze di polizia per le strade di Kathmandu, un colpo di scena delll’ultimo minuto consentiva di prorogare di altri tre mesi i termini dell’Assemblea costituente. Una crisi al buio è stata sventata.

Il 28 maggio del 2008 l’Assemblea Costituente nepalese abolì formalmente la monarchia e diede i natale alla Repubblica. Un successo per le forze democratiche e tra queste, in primo luogo dei maoisti di Pushpa Kamal Dahal, alias Prachanda, che infatti era ed è il partito col maggior numero di seggi.

Per decisione unanime l’Assemblea costituente avrebbe dovuto redigere la nuova costituzione entro il termine di due anni, ovvero entro la fine di maggio del 2010. Come i lettori che hanno seguito il nostro sito sanno, questo termine non venne rispettato, e l’anno scorso il termine venne posposto a fine maggio 2011. Tuttavia, a causa delle divergenze tra i maoisti e gli altri partiti, l’Assemblea costituente non è riuscita ad assolvere il suo compito specifico neanche negli ultimi dodici mesi.

Nelle ultime settimane la già incancrenita crisi politica nepalese sembrava essere giunta ad un pericoloso punto di stallo. Sabato sera le agenzie battevano la notizia che l’Assemblea costituente aveva definitivamente fallito il suo obbiettivo, e che quindi a poco era servito il compromesso tra i maoisti dell’UCPN(M) e i comunisti moderati del CPN-UML, che nel febbraio scorso, avevano raggiunto un accordo per dar vita ad un governo dopo ben sette mesi di vacatio potestatem.

In verità, all’ultimo momento, ovvero nella notte tra sabato 28 e domenica 29 maggio, esattamente alla quattro di notte, i partiti hanno sottoscritto un accordo in cinque punti in base al quale il termine per licenziare la nuova costituzione è stato esteso di altri tre mesi, contestualmente il governo di Jhalanath Khanal ha dovuto dimettersi. L’accordo, siglato per il rotto della cuffia, è stato firmato dai maoisti, dai comunisti moderati e dal Partito del Congresso, i quali da soli hanno la stragrande maggioranza dei seggi nella Costituente. I rappresentanti del Fronte Democratico Unito Madhesi (che raggruppa l’estrema destra della minoranza induista della zona del Terai), i più tenaci avversari dei maoisti, non hanno firmato l’accordo, ma si sono astenuti sul voto, accogliendo con favore la decisione di prorogare il termine dell’Assemblea “per salvare il paese dalla catastrofe imminente”.

E in effetti una catastrofe non è esclusa, poiché ove l’Assemblea non riuscisse a promulgare la nuova costituzione entro la fine di settembre, la crisi potrebbe precipitare nel caos, in uno scontro che potrebbe sfociare in una nuova guerra civile.

Questa situazione ingarbugliata si riflette all’interno del partito maoista, oramai profondamente diviso tra l’ala sinistra di Kiran (che ritiene necessaria una sollevazione rivoluzionaria) e la maggioranza che vede coalizzati la destra di Baburan Bhattarai e il centro di Prachanda (che insiste nella politica democratica e di dialogo con le altre forze politiche). Una divisione oramai sancita ufficialmente dall’ultima riunione del Comitato centrale dell’aprile scorso

 

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