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Il caso Regeni: spie, sicofanti e false flag

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Da chi è stato ammazzato dopo crudeli torture Giulio Regeni?
Dubbi non ce ne sono: dagli sgherri di uno dei servizi segreti egiziani.
Una verità inconfutabile, corroborata dai depistaggi delle autorità egiziane talmente sfrontati da apparire grotteschi.

Tantomeno dubbi su chi fossero i carnefici potevano esserci per quelli come noi che hanno avuto modo di conoscere le fetide prigioni del regime di Mubarak una prima volta nel 1990, ed una seconda durante le mobilitazioni di Piazza Tahrir — la vecchia lista nera di proscrizione degli “stranieri indesiderati” era ancora evidentemente attiva. Dubbi non ne hanno avuti i tanti compagni che in almeno due occasioni presero parte a convogli di solidarietà con i palestinesi di Gaza sotto assedio israeliano, picchiati dalla polizia ad Il Cairo e quindi impediti di passare il valico di Rafah.

Non che Nasser fosse una mammoletta verso le opposizioni sia islamiste che comuniste, ma dopo che Anwar al-Sadat firmò il Trattato di pace con Israele (Camp David, 1978), il regime egiziano, soprattutto con l’avvento di Mubarak (1981), diventato nel frattempo una satrapia americana e una sentinella della pax israeliana, assunse tutti i caratteri di una spietata dittatura militare e poliziesca.

Esauritasi la spinta della sollevazione democratica della “primavera araba”, aiutato dagli errori clamorosi del governo della Fratellanza Musulmana di Morsi, l’esercito, per nome e per conto degli oligarchi,  tornò al potere — il sanguinoso Colpo di Stato del 3 luglio 2013 — ponendovi un suo fantoccio: Abd al-Fattah al-Sisi.

Quest’ultimo, in perfetta continuità col regime di Mubarak, ha esercitato verso tutte le opposizioni (non solo politiche, ma anche quelle sociali, anzitutto contro il vivace e capillare  movimento di scioperi degli operai e dei loro sindacati indipendenti) una repressione durissima, senza precedenti.

Di quali appoggi esterni ha potuto godere il golpista al-Sisi? Anzitutto della neutralità attiva di Israele, dell’appoggio poderoso e diretto della dinastia saudita, poi di quello sottobanco degli Stati Uniti e dei paesi NATO, Italia compresa, fino all’ultimo vergognoso viaggio di Renzi in Egitto, dell’agosto 2015, conclusosi con la firma del “patto del gas”, — fortemente perorato dall’ENI che in quell’area del mondo, oltre ad aver allungato le mani sul più grande giacimento di gas del Mediterraneo funge da vero Ministero (imperialista) degli esteri italiano.

Ma torniamo alla morte per torture di Giulio Regeni.
Nessun dubbio, dicevamo, su chi siano stati i suoi carnefici. Non ce l’ha avuto nemmeno Alessandra Rizzo che per LA STAMPA del 16 febbraio scriveva - senza portare nessun riscontro concreto - che Regeni aveva lavorato per una agenzia di intelligence nordamericana. Notizia rilanciata, a scoppio ritardato (16 febbraio) da quel quotidiano infame che risponde al nome de IL GIORNALE.    

Che questa indiscrezione sia vera o falsa nessuno può dirlo, e nessuno mai potrà confermarlo. Tantomeno noi. Ma di una cosa si può star certi, ed è che gli sgherri che hanno massacrato e ucciso Regeni non l’han fatto perché lui sarebbe stato una “spia” americana o inglese, quanto perché il giovane friulano aveva stabilito contatti con attivisti di spicco dei movimenti sociali e dei diritti civili duramente perseguitati e repressi dal regime golpista. Non solo le galere egiziane sono stracolme di prigionieri politici. Il regime non esita a far sparire nel nulla gli oppositori, sia islamisti che di sinistra. Negli ultimi anni se ne contano circa cinquecento. Per non parlare del fatto che marcscono nelle prigioni egiziane qualcosa come 15mila prigionieri politici.

È stato ammazzato perché Regeni, sotto pseudonimo, faceva pubblicare da il manifesto i suoi reportage — cosa che non dev’essere sfuggita ai servizi segreti italiani, che con quelli egiziani hanno da sempre stretti rapporti di collaborazione — chi avrà mai svelato alle spie egiziane che davvero era il corrispondente da Il Cairo?

Poniamoci una domanda: per conto di chi è stata fatta circolare l’indiscrezione che Regeni sarebbe stato ammazzato in quanto agente segreto anglo-americano. Azzardiamo una risposta: dal “partito dell’ENI”, preoccupato che la vicenda Regeni potesse mettere a repentaglio i suoi colossali (e loschi) affari.

Il fatto è che l’atteggiamento delle autorità egiziane è stato a tal punto scandaloso e farsesco nei suoi plurimi tentativi di depistaggio, e tanto diffuse le proteste dell’opinione pubblica (anche dell’universo piddino) che il “partito dell’ENI” si è momentaneamente inabissato ed il governo Renzi ha dovuto fare la voce grossa.

Ma mentre il “partito dell’ENI” ha scelto di tacere, altri pittoreschi e sinistri figuri hanno raccolto il testimone della calunnia, rilanciando quelle velenose indiscrezioni, addirittura rincarandone le dosi.

Di chi parliamo? Ma di Fulvio Grimaldi! Uno di cui nessuno saprebbe l’esistenza se non fosse stato per anni in Rai alla corte di Alessandro Curzi. Talmente tante le cantonate che il Grimaldi ha preso negli anni e le stupidaggini che ha tentato di propalare, che abbiamo perso il conto. La sicumera complottista del pittoresco personaggio è infatti proverbiale. Per di più egli, per colpire le sue vittime e farsi largo nel nulla, non solo è aduso a spararle grosse, ma fa uso sistematico della calunnia, dimostrandosi il più brillante allievo del nazista Joseph Goebbels che ebbe a dire: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.

Sulla vicenda Regeni, il Nostro, aveva già intinto la penna nel suo fetido calamaio, spacciando per oro colato le indiscrezioni di LA STAMPA e de IL GIORNALE. Lungi dal fare marcia indietro è tornato sulla questione.

Insistendo che Giulio era una spia “imperialista” e che per questo il regime di al-Sisi l’ha preso di mira, non certo per aver avuto confidenza con le opposizioni egiziane. Non nega Grimaldi — e come poteva date le evidenze? — che Regeni sia stato torturato e accoppato dagli sgherri del regime golpista, afferma, in soldoni, che i killer hanno agito per una “giusta causa”. Quale sarebbe questa “giusta causa” è presto detto: per il bene dell’Egitto, che avrebbe tutto il diritto di perseguire le “spie imperialiste”. Di più: se le parole e la logica hanno un senso non solo Regeni se l’è cercata, ma se l’è meritata.

Il fatto è che un sito che delle farneticazioni complottiste e delle allucinazioni politiche fa il suo piatto forte ha immediatamente rilanciato le calunnie grimaldellesche.

Il Nostro va oltre e, per giustificare l’accaduto, si inoltra a colpi di machete nel terreno dell’analisi geopolitica e, tra una fanfaluca e l’altra, tenta in modo goffo di spacciare il regime golpista di al-Sisi come un campione della resistenza antimperialista, poiché, questo il suo teorema, la “primavere arabe” sarebbero state un diabolico complotto anglo-americano e la Fratellanza Musulmana il braccio politico egiziano del complotto medesimo. Di qui “giusta” la deposizione del governo Morsi democraticamente eletto, e la scia di sangue causata dal golpe militare, un inevitabile ma necessario effetto collaterale di un golpe antimperialista.

Si spinge talmente oltre il Nostro, nel campo della vergogna, che non esita a sostenere, in Libia, il satrapo Khalifa Haftar, o a condannare la richiesta italiana di verità rivolta al governo egiziano sul caso Regeni, come un “tagliarsi le palle” perché pregiudicherebbe i “nostri interessi nazionali”, ovvero i pozzi in Libia ed il giacimento in Egitto — quando si dice il “Partito dell’Eni”.

Alcuni, ora si chiederanno, ma chi è il pusher di Grimaldi? Che razza di sostanza psicotico-islamofoba s’è iniettato?
Di certo questa sostanza produce effetti allucinogeni che possono provocare il delirio.

Chi è infatti il migliore alleato di al-Sisi? Chi ha sostenuto sin dall’inizio il suo golpe? E’ presto detto: un altro campione dello schieramento… antimperialista: la dinastia saudita. Il regime più infame, dopo quello sionista, tra quelli che martoriano i popoli del Vicino oriente.

E’ di pochi giorni fa la visita ad Il Cairo del Re saudita Salman.
In questa occasione è stato siglato quello che gli stessi media egiziani di regime hanno qualificato come “Accordo storico”. I sauditi sosterranno l’Egitto con un finanziamento colossale di 60 miliardi di ryal, più o memo 25 miliardi di euro. Una cifra enorme per la zona, senza alcun precedente, a dimostrare quanto gli oligarchi sauditi abbiano a cuore la sorte del regime golpista e di quanto profondi siano i legami tra i pupari sauditi ed al-Sisi, diventato, con la montagna di crediti ricevuti, un loro pupazzo strategico.

L' “Accordo storico” ha suscitato e sta suscitando in Egitto diffuse e dure proteste, e chi protesta più di tutti per l’accordo di sudditanza e la cessione di sovranità è proprio la sinistra nasseriana, in particolare Hamdin Sabahi.

La pietra dello scandalo di questo accordo è stata la cessione all’Arabia Saudita di due isole disabitate (Tiran e Sanafir) all’imbocco del Golfo di Aqaba (vedi cartina). Due isole di grande importanza strategica perché il loro controllo consente di chiudere il golfo e, piccolo particolare, bloccare l’accesso di Israele al Mar Rosso. Per questo Nasser, negli anni ’50, nel contesto dello scontro con Israele, le strappò con la forza ai sauditi medesimi. Non è un caso che durante la guerra del 1967 la marina sionista le occupò per spezzare il blocco egiziano (evacuandole poi nel 1982).

E’ noto, a chi perda tempo a seguire le farneticazioni di Grimaldi, che per costui non solo al-Qaida, al-Nusra e lo Stato islamico, ma tutte le formazioni islamiste, compresa la Fratellanza musulmana, sono non solo agenti dell’imperialismo, ma creazioni artificiali di Cia, Nsa e servizi segreti occidentali vari, “mostri” finanziati e armati anzitutto dai sauditi, in subordine da Qatar e Turchia.

Potrebbe venir fuori un libro raccogliendo le invettive che negli anni Grimaldi ha rivolto al regime saudita in quanto sponsor del jihadismo e delle formazioni combattenti takfirite, negando la realtà dei fatti.

Uno a questo punto potrebbe chiedersi: qual è, al netto delle provocatorie calunnie e delle fanfaronate giornalistiche, la logica della narrazione politica del Grimaldi?
Non scervellatevi, poiché essa non c’è.
Siamo solo alle prese con un sicofante.




 

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