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INTERVISTA DEL MANIFESTO A SCOTT RITTER

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dal Manifesto del 15 giugno 

 

 

«COLPIRANNO GLI AYATOLLAH, SENZA PROVE»OBIETTIVO IRAN

 

 

Parla l'ex ispettore dell'Onu Scott Ritter: Stati uniti e Israele stanno fabbricando un pretesto per cambiare regime a Tehran, proprio come hanno fatto a Baghdad. E le Nazioni Unite non fanno altro che rendersi complici di questa escalation 

 

Michelangelo Cocco 

Ex ispettore delle Nazioni Unite in Iraq (dal 1991 al 1998), William Scott Ritter è diventato molto critico dell'Amministrazione statunitense da quando nel 2003 rivelò che, al momento dell'invasione anglo-americana della Mesopotamia, Saddam non possedeva armi di distruzione di massa. Nel suo ultimo libro pubblicato in Italia - «Obiettivo Iran» (Fazi editore) - Scott Ritter sostiene che per l'Iran l'Amministrazione Bush stia mettendo in scena lo stesso copione utilizzato per giustificare il cambio di regime a Baghdad: costruire la «minaccia iraniana» pur non avendo prove che Tehran stia provando ad acquisire l'atomica. Ne abbiamo discusso con l'autore, che ha risposto alle domande del manifesto al telefono dagli Stati Uniti.

Nel suo rapporto del 26 maggio l'Aiea parla di ricerche per acquisire testate nucleari e chiede a Tehran maggiori informazioni sui suoi missili. Le posizioni dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica si stanno irrigidendo?

L'Aiea è un organismo politico. Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea sono frustrati perché non sono riusciti a ottenere da Tehran l'applicazione delle risoluzioni delle Nazioni unite che le chiedono l'immediata sospensione dell'arricchimento dell'uranio. Questa frustrazione è evidente nell'ultimo rapporto dell'Agenzia. Si tratta tuttavia di un documento che non contiene alcun fatto in grado di contraddire le precedenti rilevazioni, secondo le quali il programma nucleare iraniano sembra essere esclusivamente per usi civili, pacifici. Per questo lo giudico un rapporto politico, perché le «preoccupazioni» sottolineate dal rapporto sono derivate esclusivamente dall'intelligence statunitense. Il ruolo dell'Aiea e dei suoi ispettori in Iran è quello di accertare se la Repubblica islamica rispetta il «Safeguard agreement» sul Trattato di non proliferazione nucleare. L'Iran rifiuta di rispondere a domande che esulano dall'ambito di competenza di questo trattato, specialmente quando provengono da un servizio segreto apertamente ostile al regime iraniano. Sono sicuro che questo rapporto non sia stato preparato esclusivamente dal Consiglio dei governatori e che su quest'ultimo siano state effettuate forti pressioni da parte degli Stati Uniti.

Nel suo libro parla di un «partito della guerra» pronto ad attaccare l'Iran. Da chi sarebbe formato?

Dal circolo di pensatori neo conservatori che domina l'Amministrazione e soprattutto la formulazione delle sue politiche per la sicurezza nazionale. Gente come John Bolton, Paul Wolfowitz sono ormai fuori dal governo, ma le persone più influenti, come il vice presidente Dick Cheney, sono sempre lì. Io descrivo però un «partito» che va al di là dell'Amministrazione: un insieme di individui e organizzazioni - tra cui tanti «intellettuali» che intervengono sui media - uniti da un'ideologia che è la trasformazione radicale del Medio Oriente da perseguire, in questo caso, attraverso il cambiamento di regime in Iran.

L'Occidente ha qualche prova che Tehran stia fabbricando armi nucleari?

Se l'avesse avuta, l'avrebbero già resa pubblica. La campagna che sta montando contro l'Iran non è fatta di prove ma di speculazioni. Israele e gli Stati Uniti strillano: potrebbero avere un programma per le armi nucleari. Poi, dopo che gli ispettori dell'Aiea rientrano e li smentiscono, dicono che ciò rappresenta la prova che l'Iran sta nascondendo quel progetto. Creano la sensazione che qualcosa esista, mentre non ne hanno alcuna prova. Si sta ricalcando esattamente lo stesso copione recitato con Saddam Hussein alla fine degli anni '90.

Ma sull'Iraq il trucco è stato smascherato: tutti sanno che all'Onu furono portate prove false.

Non direi, forse che il governo italiano ha detto formalmente ai suoi cittadini: l'Amministrazione Usa ha mentito per giustificare la guerra contro Saddam? Forse che l'ha fatto l'Unione europea? Se ne è parlato solo sui media. E guardiamo cosa sta succedendo ora: forse che i governi di Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, hanno il coraggio di dire: «Cari Stati Uniti, avete già mentito sull'Iraq, questa volta abbiamo bisogno di prove solide.»? Al contrario l'Europa continua a basarsi sull'idea che l'Iran intenda fare cose malvagie col suo programma nucleare. C'è stata più opposizione prima della guerra in Iraq di quanta ce ne sia ora durante la costruzione della campagna contro l'Iran.

Sempre nel suo libro parla di una «crisi creata in Israele». Cosa intende?

Israele ha determinato che l'Iran e il suo programma nucleare rappresentano una minaccia. Gli israeliani dicono chiaramente che non la bomba atomica, ma il semplice arricchimento dell'uranio da parte di Tehran rappresenta per loro una linea rossa di cui non possono ammettere il superamento. Nonostante sia permesso dal Trattato di non proliferazione nucleare di cui l'Iran è firmatario. E Israele fa continuamente pressione sugli Stati Uniti affinché agiscano in maniera decisa contro l'Iran. Si tratta di una crisi inventata in Israele. Se oggi Israele dicesse: «Ok a noi non importa l'arricchimento dell'uranio da parte dell'Iran», crede che al resto del mondo importerebbe qualcosa? No, perché il resto del mondo è sufficientemente maturo per affrontare l'Iran e il suo arricchimento dell'uranio. Una crisi creata in Israele che si fa sempre più drammatica, al punto che qualche giorno fa il vicepremier israeliano Mofaz ha definito «inevitabile» l'attacco.

Lei crede che gli Usa attaccheranno?

Sì, anche se è l'ultima cosa che vorrei vedere. Sappiamo che il Pentagono sta facendo pressioni per fermare la corsa verso la guerra della Casa Bianca. Ma il ministero della difesa risponde alla presidenza, attorno alla quale c'è sempre un gruppo di ideologi che vuole trasformare il Medio Oriente. E con la prospettiva dell'arrivo di un presidente democratico che la vede in maniera diversa, uno dei modi per assicurarsi che il nuovo inquilino della Casa Bianca non cambi radicalmente le cose, è far sì che quando arriva trovi già la relazione Usa-Iran ridefinita. Bombardando Tehran.

 
 

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