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La mano di Riyadh nella crisi yemenita

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L’Arabia Saudita ospiterà i colloqui di pace tra le fazioni yemenite richiesti dal presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Assenti i ribelli Houthi, che da gennaio occupano le sedi istituzionali di Sanaa e che rifiutano di aderire al dialogo nazionale fuori dal paese.

I colloqui di pace per lo Yemen si terranno a Riyadh. Lo avrebbe chiesto al Consiglio di Cooperazione del Golfo il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, deposto e messo agli arresti domiciliari dai ribelli sciiti Houthi a gennaio, dopo essere fuggito da Sanaa ad Aden e averla dichiarata la nuova capitale del paese. Hadi, che rifiuta di negoziare direttamente con il gruppo nemico nell’ambito del dialogo nazionale più volte richiesto dagli Houthi, ha quindi chiesto aiuto all’Arabia Saudita, storica protettrice dello status quo in Yemen. Che è sembrata ben felice di accordarglielo.

Che il Consiglio di Cooperazione del Golfo, capitanato da Riyadh, fosse ansioso di prendere le redini della crisi yemenita era noto già da tempo. Più precisamente da quando i ribelli sciiti avevano occupato il palazzo presidenziale e le sedi istituzionali della capitale in gennaio, lamentando la non implementazione dell’accordo di settembre patrocinato dalle Nazioni Unite, sortito dopo una loro prima marcia su Sanaa: l’accordo, che prevedeva la partecipazione politica degli Houthi – storici esclusi dal potere a trazione sunnita – in realtà era rimasto lettera morta, con i consiglieri del gruppo nominati dal presidente che, stando alle loro denunce, venivano costantemente ignorati dalla maggioranza.

Seppur definita un “colpo di stato” da stampa internazionale e supporter oltreconfine del potere sunnita, l’occupazione di gennaio lasciava in realtà ampio spazio al dialogo tra le fazioni: più volte gli Houthi, anche dopo aver messo agli arresti domiciliari presidente e governo, avevano infatti chiesto ai partiti di maggioranza capitanati dagli islamisti di al-Islah di risolvere la crisi in Parlamento. E tutti avevano detto no. Poi era arrivata la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che chiedeva con fermezza il ritiro degli occupanti dalle sedi istituzionali e l’avvio di un dialogo nazionale “in buona fede”. E allora il Consiglio di Cooperazione del Golfo, furioso che non fosse stato autorizzato un intervento militare secondo il capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, aveva minacciato di organizzarsi autonomamente.

In quest’ottica si può leggere il ritorno di Hadi, scappato ad Aden subito dopo il manifestato appoggio del Golfo, che ha ritirato le sue dimissioni consegnate in gennaio e ha chiesto ai membri del suo governo di tentare la fuga e ricomporre l’esecutivo nella vecchia capitale dello Yemen del Sud. E sempre nella stessa ottica si possono prevedere gli ulteriori sviluppi della crisi yemenita: Hadi, infatti, ha invitato “tutte i partiti ansiosi di preservare la sicurezza e la stabilità dello Yemen” a intavolare un negoziato in un “luogo neutrale”. E gli Houthi hanno già fatto sapere che boicotteranno qualsiasi trattativa che non si svolga a Sanaa.

Ci vuole coraggio a definire la capitale saudita “un luogo neutrale”. E’ lì, infatti, che si è svolta la morbida “abdicazione” di Ali Abdallah Saleh, autocrate trentennale che ha schiacciato le periodiche ribellioni degli Houthi al nord-ovest del Paese soprattutto grazie ai carri armati e alle milizie saudite. Lì Saleh, che la piazza voleva processare al termine di una sanguinosa “primavera araba”, è scivolato nell’oblio grazie a un accordo che istituiva il suo vice come presidente ad interim dello Yemen. Quel vice si chiamava Abd Rabbo Mansour Hadi, unico candidato alle prime elezioni presidenziali “libere” del febbraio 2013. Un risultato che, ai suoi occhi, lo rende il “legittimo presidente” dello Yemen.

La data dei colloqui è ancora un mistero. E resta un mistero anche prevedere come faranno i partiti e i personaggi politici “di buona volontà” a volare a Riyadh. Il paese è infatti spaccato a metà tra le aree del centro-nord, controllate dagli Houthi, e le zone immediatamente a sud di Sanaa, vegliate dagli uomini fedeli a Hadi. Ad Aden, sebbene una maggioranza resti fedele al presidente, una minoranza di gruppi e movimenti indipendentisti ha fatto proprie altre zone. Anche le forze armate sono spaccate: se il ministro della Difesa, il generale Mahmoud Subaihi, è riuscito la settimana scorsa a fuggire dai suoi arresti domiciliari a Sanaa e arrivare sano e salvo ad Aden, il comandante delle forze speciali Abdel Hafez al-Saqqaf ha sfidato un decreto di Hadi e ha detto che eseguirà soltanto gli ordini provenienti dal consiglio presidenziale a Sanaa, tutt’ora controllato dagli Houthi.

In mezzo stanno i miliziani di al-Qaeda nella Penisola arabica (AQAP), rinvigoriti dal momentaneo arresto delle operazioni statunitensi contro di loro a causa della crisi politica. Proprio loro sembrano allearsi sempre più spesso, a quanto denunciano fonti tribali, con alcune milizie sunnite  contro l’avanzata degli Houthi verso il sud. L’ultimo attacco dei jihadisti all’esercito è avvenuto ieri, a un posto di blocco tra le province di Abyan e Shabwa: 2 soldati sono rimasti uccisi, assieme a 7 miliziani qaedisti.


da Nena News



 

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