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Yemen. Il fallimento dei raid Usa: al-Qa'eda avanza

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I jihadisti hanno riconquistato giovedì tre cittadine nel sud del Paese in estate “liberate” dal governo yemenita. Washington, intanto, invia un cacciatorpediniere in chiave anti-houthi nello stretto di Bab al-Mandab e impone nuove sanzioni contro l’Iran. Teheran minaccia rappresaglia

Nonostante i raid aerei e le operazioni speciali statunitensi che da anni colpiscono al-Qa’eda in Yemen, l’organizzazione radicale islamica non solo non è stata sconfitta, ma, approfittando anche della guerra civile in corso nel Paese, continua ad avanzare. Secondo fonti della sicurezza e tribali, infatti, il ramo yemenita della formazione guidata da az-Zawahiri ha riconquistato giovedì sera le cittadine di Loder, Shaqra e Ahwar nella provincia di Abyan.

L’avanzata qaedista è significativa. Il territorio ritornato in suo possesso è stato a lungo un fortino di al-Qa’eda ed era stato perso la scorsa estate quando, dopo intensi combattimenti, il governo yemenita era riuscito ad avere la meglio. La presa di Loder e Shaqra, però, non sarebbe frutto solo della superiorità bellica degli estremisti islamici: sarebbe stata infatti agevolata anche dalla ritirata delle truppe governative che lamentano da tempo ritardi nei pagamenti e mancanza di armi adeguate. “Le nostre forze – ha denunciato all’Associated Press un ufficiale della sicurezza – non sono state attrezzate con il [necessario] equipaggiamento [militare] per affrontare i jihadisti i cui attacchi armati stanno aumentando”.

Un’accusa neanche troppo velata agli alleati del blocco sunnita capeggiati da Riyadh che dal marzo del 2015 provano a scacciare (finora con scarsi risultati) i ribelli sciiti houthi dalle aree del Paese da quest’ultimi occupate. Ma l’accusa del governo è rivolta velatamente anche agli Usa che da anni bombardano il Paese ufficialmente per sconfiggere l’Aqap, il brand locale qa’edista giudicato da Washington tra i più pericolosi al mondo.

La forza dell’estremismo islamico trova linfa vitale nella situazione di caos che vive lo Yemen. Ieri i miliziani hanno allestito checkpoint attorno alle città riconquistate, dato fuoco a due edifici della sicurezza e, secondo fonti tribali, sarebbero pronti a lanciare un’offensiva contro la capitale provinciale Zinjibar. Una campagna militare che potrebbe avere conseguenze molto importanti: se dovesse risolversi in un successo per i jihadisti, infatti, potrebbe assestare un duro colpo al governo yemenita.

Al di là della sua importanza intrinseca, Zinjibar dista solo 50 chilometri dalla “capitale provvisoria” Aden dove opera il governo yemenita (riconosciuto internazionalmente a differenza di quello rivale houthi a Sana’a). Proprio la feroce rivalità tra i ribelli (sostenuti ufficiosamente dall’Iran) e i sostenitori del presidente in esilio Hadi (sponsorizzato dalla coalizione saudita) sta consegnando di fatto parti consistenti del meridione del Paese ad al-Qa’eda la cui forza, nonostante le numerose perdite umane nel corso degli anni, appare appena scalfita dalle bombe statunitensi.

A tal proposito, ha fatto discutere questa settimana il raid compiuto dalle forze Usa domenica in cui sono rimaste uccise decine di persone. Dopo le accuse di alcune ong internazionali per l’elevato numero di morti civili, mercoledì il Pentagono ha ammesso laconicamente che il raid (un “successo”) ha ucciso “diversi non-combattenti”. Ci dispiace, sembra dire il Dipartimento della Difesa, ma sono gli “effetti collaterali della guerra contro il terrore”. Eppure l’alto numero di civili uccisi – secondo l’ong Reprieve 23, tra questi 8 donne e 8 bambini – avrebbe meritato tutt’altra indignazione occidentale se a gettare quelle bombe mortifere non fosse stato lo zio Sam. Soprattutto se si pensa che tra le vittime figura anche un militare americano delle Navy Seal, William “Ryan” Owens.

L’uccisione di Owens non modificherà affatto l’agenda politica statunitense: ieri un ufficiale della sicurezza di Washington ha fatto sapere che la Marina ha inviato vicino alle acque yemenite un proprio cacciatorpediniere in risposta ad un attacco a una imbarcazione saudita compiuto dai ribelli houthi. Secondo Riyadh, infatti, alcune navi “suicide” dei combattenti sciiti avrebbero di recente attaccato una nave saudita nel mar Rosso uccidendo due marinai.

Ribadendo la vicinanza di Washington al regno saudita, il funzionario americano ha detto che la Uss Cole stazionerà nei pressi dello Stretto di Bab al-Manab (sud ovest dello Yemen) nel tentativo – ufficialmente – di impedire nuove violazioni nello strategico passaggio marino. La Cole è affiancata da altre due navi da guerra battenti bandiera stelle e strisce: la Uss Comstock e la Uss Makin Island già coinvolte negli attacchi contro il Paese.

La notizia del cacciatorpediniere statunitense giunge mentre nell’intera regione aumentano le tensioni dopo che il presidente Trump ha imposto nuove sanzioni contro l’Iran in seguito ai suoi recenti test missilistici. La risposta iraniana non è tardata ad arrivare: Teheran ha annunciato una non meglio precisata “azione reciproca” contro individui e compagnie Usa. Il confronto politico tra i due paesi è già iniziato: come rappresaglia al provvedimento emanato da Trump di vietare l’ingresso negli Usa ai cittadini di 7 stati musulmani (tra cui l’Iran), la repubblica islamica ha fatto sapere ieri che impedirà agli atleti americani di partecipare alla competizione internazionale di wrestling che ospiterà il 16 e 17 febbraio nella città di Kermanshah. Il team americano nega però al momento di aver ricevuto il divieto.


da Nena news


 

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