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Lula paga pegno per la sua politica pro-capitalista

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Il malcontento sociale e ambientalista premia Marina Silva

Tutta la stampa occidentale (sull'onda di quella brasiliana) dava per scontato che la candidata di Lula, Dilma Rousseff, (l'ex guerrigliera tanto amata dalla Borsa) avrebbe  stravinto già al primo turno. Col suo 46,1% sarà invece obbligata ad andare al ballottaggio. Ciò non è accaduto per l'avanzata del suo principale avversario, José Serra - esponente del "partito socialdemocratico", ovvero il portavoce della oligarchia tradizionale - che ha ottenuto il 33% dei consensi, ma per la inattesa affermazione (20%) di Marina Silva (foto), controversa figura di ambientalista di sinistra e al contempo esponente del tradizionalista mondo evangelico-protestante. La protesta contro l'ingiusto e squilibrato boom economico dell'era Lula, è quindi solo una della ragioni del suo successo. Proprio per il carattere contraddittorio del suo blocco elettorale, la vittoria della Rousseff al ballottaggio non è affatto scontata. Una buona parte potrebbe infatti votare per José Serra.

Una bella scheda su Marina Silva, il suo percorso politico e le cause del suo dissidio con Lula (lei è stata ministro per l'ambiente) la si può trovare su Limes, che l'ha infatti definita la "Vincitrice morale delle elezioni".

La ragione del mancato sfondamento della candidata del Partito dei Lavoratori, la si può trovare in una battuta pronunciata da Lula stesso in campagna elettorale: «Sono frustrato nel vedere che i ricchi non mi hanno votato, perché non hanno mai fatto tanti soldi come con me». (O globo, del 1 ottobre).

In verità la nuova borghesia brasiliana, quella dei piccoli e medi industriali ma pure di tanti dei nuovi milionari parvenus, ha votato, eccome! per la Roussef . C'è un istruttivo servizio di Roberto Da Rin, corrispondente de Il Sole 24 Ore, che spiega di che sostanza sia fatta la neo-borghesia brasiliana, e perché sia decisamente lulista. E' in genere tutto l'universo delle imprese produttive, i cui titolari hanno visto in dieci anni decuplicare fatturati e soprattutto profitti. «Carloso Eduardo Padula produce lingerie: "Quest'anno la nostra produzione aumenta del 40% rispetto al 2009, abbiamo dovuto assumere 150 persone in più e ho chiesto ai dipendenti di lavorare tutti i sabati e qualche domenica. Abbiamo trovato un accordo senza grandi difficoltà"». (Il Sole 24 Ore, del 2 ottobre 2010). Ancora: «Rafael Schefer, direttore marketing della West Coast: "Entro fine anno avremo prodotto 3,5 milioni di paia di scarpe, prodotte da 1.100 dipendenti, più del doppio dei 500 assunti nel 2009. Andiamo a  gonfie vele: + 35% di fatturato». (Ibidem). Un altro impresario edile afferma: «Pensavamo che il lulismo avrebbe beneficiato solo gli ultimi, con la Bolsa Familia, i trasferimenti ai poveri. Invece non è andata così». (Ibidem)

Non si rende conto, l'ignaro palazzinaro, che una della ragioni del miracolo brasiliano, e quindi dei suoi profitti, è stata proprio la politica di welfare adottata da Lula, la quale ha consentito di allargare il mercato interno e di far uscire, almeno in parte, milioni di brasiliani dall'assoluta indigenza. Se la neo-borghesia gongola è tuttavia perché la politica economica del lulismo è stata un sofisticato mix di assistenzialismo e neoliberismo. Non si confonda infatti, malgrado i sempre più stretti rapporti tra Brasile e Cina, il modello cinese, che semplificando potremmo ancora definire "capitalista di stato", con quello lulista, il quale ha deliberatamente puntato al rafforzamento del capitalismo privato, nel rispetto più rigoroso delle cosiddette leggi di mercato.

Il miracolo brasiliano, se ha parzialmente risolto il problema della povertà assoluta per milioni di cittadini, ha infatti prodotto nuovi squilibri sociali e devastazioni ambientali crescenti (di qui il successo della Marina Silva). Sul medio lungo periodo questo sviluppo accelerato e distorto è destinato a produrre nuove povertà e nuove contraddizioni sociali.

In Brasile la classificazione sociale segue un ordine alfabetico: A,B,C,D,E. A la più ricca, E la più povera. Il lulismo pesca il suo consenso tra le classi intermedie, è invece debole ai poli estremi della gerarchia sociale. Non v'è dubbio che l'enorme crescita del ceto medio (che afferra anche settori agiati o aristocratici dei lavoro salariato) ha alimentato l'onda lunga del lulismo. Pochi dati ma significativi: nel 2010 sono stati venduti 3,4 milioni di auto (per la gioia della FIAT di Marchionne), 14 milioni di computer e 6,5 milioni di televisori. Al contempo «San Paolo è la prima città al mondo per traffico civile di elicotteri, davanti a New York. Circa 600 apparecchi che utilizzano oltre 200 eliporti. Lamborghini e Bentley vanno letteralmente a ruba. I ricchi brasiliani non sono mai stati così numerosi. Nel 2009 c'erano 18 miliardari in dollari e 147mila milionari, 174mila famiglie hanno un reddito mensile 50 volte superiore al salario minimo, pari a 220 euro». (LA STAMPA del 4 ottobre).

Di converso decine di milioni di persone restano al di sotto della soglia della povertà. «La casa di sondaggi MCF ha chiesto ai cittadini quale sarebbe il primo prodotto che acquisterebbe se potesse. Risposta numero uno: una lavatrice». (Ibidem)

Ci sarà un momento, come dicevamo, in cui i nodi verranno al pettine, e gli enormi squilibri sociali per adesso attutiti dal miracolo, esploderanno in maniera deflagrante. Il boom infatti dipende non solo dall'arguta politica estera sud-sud di Lula (per farsene un'idea vedi l'articolo di Celso Amorin su Il Sole 24 Ore del 2 ottobre 2010) ma dalla congiuntura internazionale. La crisi valutaria (la divisa brasiliana continua ad apprezzarsi minacciando la spinta esportativa mentre dollaro euro e yen si svalutano e il cinese renminbi non si rivaluta che a passo di lumaca) e un nuovo crollo del sistema finanziario, metterebbero anche l'economia brasiliana in ginocchio. Addio boom, bye bye lulismo.

 

 

Vademecum della Sinistra contro l'Euro

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