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Brasile: scioperare come un tempo… con una repressione mai vista!

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Le manifestazioni brasiliane mettono in luce alcuni aspetti piuttosto importanti del potere: la disinformazione prodotta dai media e la truculenta azione della polizia. Lo Stato di Polizia, degno di una dittatura, è la risposta che i brasiliani stanno incontrando di fronte alle loro manifestazioni. Lo scenario di guerra e la fortissima repressione della polizia non sono più un’eccezione; sono la regola.

L’11 Luglio 2013, il Brasile è stato attraversato da uno sciopero generale nato dall’iniziativa dei movimenti sociali. Lo sciopero era sostenuto da parole d’ordine già conosciute nel movimento sindacale, come la riduzione della giornata di lavoro (da 44 ore a 40 ore), l’abbassamento dei prezzi e per una migliore qualità dei mezzi di trasporto. Questo tardivo tentativo di sviluppare una leadership sul movimento da parte della burocrazia sindacale comporta la ripresa di una discussione sulla situazione lavorativa e sociale. Le organizzazioni sindacali avevano da tempo congelato queste rivendicazioni, ma sono state costrette a riprenderle a causa della pressione della base. Lo sciopero è stato particolarmente esteso nel settore del trasporto, nelle poste, nelle scuole, negli ospedali, nel commercio e nell’industria. I media, come al solito, cercano di delegittimare le manifestazioni e lo sciopero, affermando che molti giovani manifestavano solo perché erano a busta paga dei sindacati. Si tratta di una risposta del potere dei media alle critiche che i manifestanti hanno rivolto alla Rede Globo, il maggior conglomerato nel settore della comunicazione di tutta l’America del Sud. La critica ai media si estende e l’agenda politica dei manifestanti adesso include anche la riforma delle regole sui mezzi di comunicazione di massa.

Il fatto che lo sciopero fosse sostenuto da un movimento organizzato e con una leadership chiara aveva portato una parte dei brasiliani a pensare che la repressione sarebbe stata limitata. Si trattava di un’illusione. Nelle prime manifestazioni di giugno l’argomento utilizzato dai governi locali, da quello federale e dai media era che l’assenza di leadership giustificava una risposta violenta da parte dello Stato. Ora questa scusa non regge più. E la repressione è stata pesantissima. Quello che abbiamo visto nelle manifestazioni di ieri (11 luglio - ndr), in particolare a Rio de Janeiro, è stata la caccia ai manifestanti, la disinformazione dei mezzi di comunicazione e l’incarceramento su basi aleatorie. Le modalità di contrasto mostrano che la risposta più immediata dello Stato è la repressione. Come ha affermato il comandante della Polizia Militare, considerato il boss più umano che la PM abbia mai avuto: «Non si può distinguere fra manifestanti e vandali».

L’ultimo sciopero generale era stato ben 22 anni fa, quando la transizione conservatrice verso la democrazia aveva spinto molti a partecipare. Poi l’arrivo di Lula al potere ha prodotto un letargo per il movimento sociale. Negli anni 2000 il PT ha agito sulle burocrazie sindacali al fine di soffocare gli scioperi, le rivendicazioni e le manifestazioni. Il silenzio però preparava la tormenta che adesso è incontenibile.

L’attuale economia politica del Brasile

«Pensiamo insieme, caro lettore. Come sarebbe possibile, in un’altra forma, legittimare un tipo di capitalismo così vorace e selvaggio in cui il PIL è rappresentato per quasi il 70% dai guadagni del capitale (profitti e interesse) di cui beneficiano una dozzina di grandi banchieri e imprenditori – riservando poco più del 30% alla massa salariale del resto dei 200 milioni di brasiliani?»
(Jessé Souza, sociologo, Batalhadores Brasileiros)

Europei, statunitensi, cinesi si chiedono com’è possibile spiegare l’ampia partecipazione e la persistenza delle manifestazioni in corso in Brasile di fronte a un governo che ha guadagnato tanti meriti nella conciliazione fra sviluppo e diritti sociali. Quale sarebbe la formula, il miracolo operato dal governo brasiliano in mezzo a un mondo in crisi? Il popolo brasiliano è così stupido da non riconoscere questi miracoli?

Il governo del partito dei lavoratori (PT) ha avuto un’enorme visibilità internazionale poiché, secondo la comunità internazionale, è stato in grado di rompere l’apartheid sociale in Brasile. Capitalismo sociale, nuovo «sviluppo» (neodesenvolvimentismo), post-neoliberismo… le ambiguità del governo Lula hanno generato una valutazione divergente sulla relazione fra il governo del PT e i processi capitalistici neoliberisti. La politica fiscale, le privatizzazioni attraverso l’associazione dello Stato e del Mercato e il ruolo della restrizione della spesa pubblica sono stati impegni elettorali firmati dal governo PT con la borghesia locale e internazionale, lasciando spazio alla critica concernente gli aspetti neoliberali di questo governo. D’altra parte, la politica di riduzione della povertà (Bolsa Famiglia), lo stimolo al mercato interno (attraverso l’esenzione fiscale all’industria automobilistica e ai generi di consumo e l’espansione del credito) e la promozione dell’impiego formale hanno fornito buoni strumenti per i molti intellettuali tifosi del governo PT. In penombra rimanevano le forti contraddizioni del recente «sviluppo» brasiliano e i suoi limiti di fronte a un capitalismo mondiale in crisi e a una relazione poco democratica fra Stato e società civile.

Ovviamente qualsiasi persona attenta dovrebbe almeno chiedersi se sia possibile eliminare le storiche ineguaglianze e le contraddizioni brasiliane in meno di 10 anni. Le analisi in termini di «governo» invece che di struttura e di cultura hanno creato difficoltà. Da una parte il dibattito intellettuale brasiliano ha creato l’idea di una «rottura» fra il governo di destra di Fernando Henrique (1994-2002) e quello Lula (2003-2010). Dall’altra parte, esso ha creato l’idea secondo la quale il governo Lula era una continuazione del neoliberismo di Fernando Henrique. Questo tipo di analisi misurava tutto in termini di «governo», senza fare attenzione all’azione dello «Stato» e alla struttura sociale.

Indubbiamente, possiamo osservare che alcune recenti misure del governo PT, quali la politica di riduzione della povertà e la politica del salario minimo, miravano a introdurre cambiamenti importanti. Allo stesso tempo il governo PT condivide l’analisi liberista che i problemi devono sempre essere risolti con politiche monetarie e fiscali, sulla base di un’analisi dell’offerta e della domanda. La politica sociale è stata, per cosi dire, residuale nel progetto PT, sintetizzata nella riduzione della povertà estrema e l’estensione del potere di consumo dei lavoratori. Creare consumatori però non significa creare cittadini.

Nonostante i posti di lavoro con contratto formale siano cresciuti (dal 38% al 44,2% della Popolazione Economicamente Attiva – dati IPEA/IBGE), insieme al valore reale del salario minimo, dobbiamo fare attenzione alle controtendenze che non lasciano spazio al consolidamento di una maggiore giustizia sociale:

* La politica della Bolsa Famiglia è considerata la principale politica di distribuzione del reddito. Si tratta tuttavia di una politica compensativa, che gestisce la massa salariale, senza intaccare i redditi da capitale e le proprietà.

* Il 78,8% dei beneficiari della Bolsa Famiglia hanno un reddito pro capite fino a R$ 60,00 ossia, circa 25 dollari (dati del 2008). Questo significa che il Brasile è ancora un paese molto povero.

* Più del 70% dei beneficiari della Bolsa Famiglia lavora. La maggior parte come lavoratori rurali, altri come lavoratori informali o salariati. Questo significa che l’esigenza fondamentale di una Riforma Agraria è impossibile da portare avanti perché la base politica del blocco di potere è composto dai grandi proprietari e dalle imprese rurali.

* La raccolta fiscale del governo brasiliano è basata sulle imposte regressive e non progressive, secondo un modello fiscale che penalizza i più poveri.

* L’incremento del salario minimo non ha alcuna conseguenza sui livelli di reddito di poco superiori, cioè esso non produce un effetto cascata. Quanti percepiscono mensilmente fino al doppio del salario minimo hanno visto il loro reddito crescere, mentre quanti percepiscono più del doppio del salario minimo hanno sperimentato una riduzione salariale. L’inflazione erode il potere d’acquisto dei salari poco più elevati, anche perché la scala mobile è stata abolita già all’inizio degli anni 1990.

* Le difficoltà di recuperare il potere d’acquisto hanno costretto il movimento sindacale a sviluppare una certa pressione sulle imprese attraverso il processo di contrattazione collettiva. Nei settori più deboli questo ha significato una perdita reale nei salari.

* Il settore industriale dove si concentrano i migliori salari si è ridotto a causa dei processi di delocalizzazione, mentre le assunzioni sono cresciute nei settori dei servizi e del commercio, dove i salari sono più bassi.

* Nonostante l’incremento dei salari reali, la maggior parte degli aumenti dei consumi è stata conseguita attraverso un’espansione del credito personale, con un pesante indebitamento delle famiglie.

* Il salario minimo è diventato una sorta di “soffitto” comprimendo i salari verso il basso. Secondo l’IBGE, il 72% della popolazione guadagna fino al doppio del salario minimo, il 25% si ferma al livello minimo. Il doppio del salario minimo significa circa 604 euro. La crescita degli impieghi formali è stato registrato soprattutto in questa fascia salariale. Nelle grandi città brasiliane quindi i salari da «terzo mondo» si coniugano con «prezzi al consumo da primo mondo».

L’alta popolarità dei governi Lula e Dilma mascherava la contraddizione fra la creazione delle condizioni per elevati consumi che non garantiscono però le condizioni per usufruire dei diritti di cittadinanza. La cultura politica prevede che i diritti siano «regali» concessi dal governo. Il governo del PT ha ottenuto un forte successo elettorale, ma non ha compreso la forte insoddisfazione generata dalle condizioni di vita che erano in contrasto con l’estensione del consumo. Nonostante in Brasile vi siano ospedali e scuole pubbliche con professionisti competenti, le condizione sono, da tempo, insopportabili. Non ci sono scuole sufficienti nelle aree più povere, gli ospedali sono sempre sovraffollati, non ci sono asili nido per tutti. La politica di stimolo all’industria automobilistica ha messo più automobili sulle strade, ma il tempo usato nel percorso casa-lavoro-casa nelle grandi città può arrivare fino a 5-6 ore al giorno. Per i lavoratori più poveri, che usano il trasporto pubblico questo significa pagare prezzi più elevati e praticamente non avere mai tempo libero. D’altra parte le difficoltà nella mobilità rendono più complicato trovare un lavoro, perché gli imprenditori chiedono forza lavoro che abiti in quartieri vicini. Per i lavoratori che vogliono continuare a studiare si tratta di sacrifici quasi impossibili, poiché essi devono lasciare la casa all’alba e ritornare a notte fonda. I lavoratori senza né tempo né soldi si sentono soffocati in questo sistema.

Le manifestazioni in queste ultime settimane sono frutto di un processo piuttosto complicato di trasformazione anche della consapevolezza. Si tratta di persone che riconoscono i progressi economici recenti e il cambiamento nella cultura politica brasiliana. La nozione di diritti minimi è tradotta sotto la categoria popolare di «dignità», insieme a una idea di «conquista» di diritti, superando l’idea che i diritti siano concessi come regali o come favore.

Sviluppo: una categoria problematica

L’argomento secondo il quale i brasiliani si stanno conquistando un welfare dopo la crescita economica suona come la versione evoluzionista di un percorso necessario: i paesi «in via sviluppo» dovrebbero quindi passare le diverse tappe che i Paesi più sviluppati hanno già vissuto. Il punto di vista dei Paesi periferici però ha sempre considerato quest’idea perlomeno ambigua, dubitando che questo percorso sia lineare e possa riprodursi meccanicamente. Il capitalismo non è capace di fornire un «welfare» per tutto il mondo. Il suo sviluppo è contradditorio e genera sempre disillusione.

La critica alla nozione di «sviluppo» come un destino dei Paesi capitalistici è stata articolata da diversi autori latino-americani, particolarmente nel periodo successivo alle intuizioni di Celso Furtado. Nel mondo globalizzato, abbiamo bisogno di capire il ruolo delle economie nazionali e regionali che si sono specializzate. Il Brasile è oggi produttore nei settore dell’agrobusiness, nell’industria estrattiva e nelle commodities. Secondo molti specialisti, questo ha significato una «regressione» economica.

I grandi progetti di sviluppo sono rappresentati dalle opere relative alla Coppa del mondo di calcio e allo sfruttamento energetico, come nel caso dell’impianto di Belo Monte. Le ripercussioni del caso Belo Monte hanno reso chiaro che gli interessi del capitale non rispettano certo i nativi. Così, i brasiliani si stanno chiedendo: a chi serve questo «sviluppo»? Chi guadagna con i grandi progetti di sviluppo? La storia brasiliana ha già vissuto momenti di sviluppo di grandi progetti, in particolare durante il periodo della dittatura quando le proteste erano soffocate nel sangue. Oggi, i grandi progetti lasciano scontenti gruppi di indigeni, la forza lavoro, la popolazione delle aree povere; nel nome della «crescita» e dello «sviluppo» lo Stato promuove un’intensa associazione con il capitale privato (attraverso la BNDES, cioè la Banca nazionale di sviluppo) senza alcuna contropartita, come oggi è chiaro nel caso delle imprese di Eike Batista.

Economia e politica nelle azioni collettive

L’economia determina ancora la politica? Lo slogan che molti manifestanti hanno adottato dopo le prime settimane rende bene questa relazione: «Non stiamo protestando a causa di 20 centesimi». 20 centesimi è stato l’aumento nelle tariffe dei mezzi di trasporto a Rio de Janeiro e San Paolo. Questo slogan rivela che la questione economica è molto più complessa del mero valore di un biglietto del trasporto pubblico. Quello che le manifestazioni continuano a mettere in questione è la relazione fra gli aspetti economici e quelli politici. I brasiliani sanno far di conto e si rendono anche conto che fra pochi mesi i prezzi possono alzarsi se il modello economico e politico non cambia.

Nonostante la messa in scena dei governi locali e federali dopo le pressioni che le manifestazioni hanno messo sul ceto politico, le conquiste devono ancora arrivare. Come in Egitto, la pressione non deve calare. Le manifestazioni continuano e i media adesso limitano lo spazio informativo a loro dedicato, anche perché esse sono più circoscritte per quanto sparse ormai su tutto il territorio nazionale.

Assemblee popolari e scioperi stanno attraversando tutto il paese e il movimento sociale promette di continuare su questa strada. D’altra parte, le manifestazioni più interessanti che incutono timore al sistema politico sembrano quelle apparentemente senza organizzazione e senza un’evidente leadership.


Fonti

Documento di Congiuntura del IPEA: Instituto di Ricerca su Economia Applicata

Documento (Nota Tècnica) del IPEA

Documento IEDI (Istituto di Studi sullo Sviluppo Industriale)

Brito, Alessandra e Kerstenetzky, Celia. Texto para discussão n. 21: Beneficiários do Programa Bolsa Família e mercado de trabalho: considerações metodológicas e substantivas. Centro de Estudos sobre Desigualdade e Desenvolvimento

Dati Ufficiali del Ministério di Sviluppo Sociale

 

da connessioni precarie  


 

 

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