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Cile: il sistema scricchiola, la sinistra in coma

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Al ballottaggio le due varianti di post-pinochettismo

Il 13 dicembre si sono svolte in Cile, assieme alle elezioni per scegliere il presidente della repubblica, quelle parlamentari. I risultati non si sono scostati di molto da quelle che erano le previsioni. Malgrado il suo ampio vantaggio  il candidato della destra, il miliardario Sebastian Piñera dovrà vedersela al ballottaggio con quello di centro-sinistra, l’ittiosauro  democristiano Eduardo Frei. A venti anni dalla caduta di Pinochet lo spettro del pinochettismo aleggia ancora.


Ma chi è Sebastian Piñera, il candidato della destra denominatasi “Coalición por el Cambio”? Una specie di Berlusconi alla cilena. Un capitalista fottutamente ricco (un miliardo e mezzo di dollari la sua fortuna stimata), ingrassatosi all’ombra della dittatura che non ha mai nascosto le sue simpatie per Pinochet. Come Berlusconi ha fatto largo uso del populismo per accalappiare, oltre ai voti delle classi medio-alte, quelli della gente più umile il cui numero, cresciuto a dismisura sotto il periodo di neoliberismo selvaggio di Pinochet, si è consolidato negli ultimi vent’anni di governi di centro-sinistra, o di “Concertazione”.
Per dare una pur pallida misura del cinismo di questo pinochettista in doppio petto segnaliamo un passaggio del suo ultimo comizio elettorale: “Sarò la voce dei senza voce, di chi ha perso l’impiego, di chi è malato, di chi soffre, di chi ha bisogno d’aiuto, di educazione, di chi si sente insicuro”.

Ma se un miliardario è riuscito a ottenere il 44% dei voti al primo turno, se la sua campagna fatta di slogan populisti rudimentali ha ottenuto un tale successo, se egli è riuscito a presentarsi come un paladino dei poveri, è a causa del fallimento di vent’anni di governi di centro-sinistra, che tutto hanno sacrificato sull’altare della crescita economica e della stabilità finanziaria, che infatti c’è stata, ma a spese del popolo lavoratore. Una politica economica che a parte le sfumature ha deliberatamente rivendicato la propria continuità con quella neoliberista sotto Pinochet. E non è un caso se il centro-sinistra (Concertacyon) abbia scelto come candidato alla presidenza proprio il democristiano di lungo corso Eduardo Frei, più che colluso, al tempo, con la dittatura. La ripulsa popolare per questo ittiosauro è stata talmente massiccia che nonostante la grande popolarità dell’attuale presidentessa Michelle Bachelet, egli ha ottenuto poco più del 29% dei suffragi.

Ad indicare la forte spinta popolare di un cambiamento è stata l’affermazione del terzo candidato Marco Enríquez-Ominami Gumucio, figlio del leader del M.I.R., il principale gruppo dell’estrema sinistra cilena negli anni ’70. Egli ha ottenuto, nonostante il sistema bipolare corazzato vigente in Cile, più del 20% dei consensi, raccogliendolo anzitutto tra i delusi e i frustrati del centro-sinistra.
Non si pensi che Marco Enríquez stia seguendo le orme rivoluzionarie del padre. Egli e il suo entourage provengono tutti dalla parrocchia della Concertacyon. Hanno deciso di scendere in campo solo quanto i notabili del centro-sinistra hanno deciso di suicidarsi presentando come candidato il democristiano conservatore Frei. Per comprendere di che tipo sia il sostegno popolare che gli è venuto ci pare sufficiente riportare un pezzo di una sua intervista: Al giornalista che gli chiede “Come si definisce politicamente?”, Marco Enríquez ha così risposto: “Nettamente progressista e socialista in campo economico e sociale, liberale sul piano dei valori, libertario per quanto riguarda i diritti della persona. La discriminante principale tra destra e sinistra è la questione della giustizia sociale, che per me è un problema gravissimo, e per questo mi sento di sinistra, anche se tra i miei sostenitori c’è gente di centro e di destra. E non significa ambiguità politica: voglio più libertà, più diritti, più giustizia sociale. Dirsi oggi marxista o liberale vuol dire non avere capito che il mondo è cambiato e ha bisogno di risposte articolate a problemi complessi”. (la Stampa del 10 dicembre). Insomma, una specie di Obama in salsa cilena o, il che non fa molta differenza, un miscuglio di bertinottismo e veltronismo italiani.

Non che non esistano “rifondaroli” anche in Cile. Parliamo di “Juntos Podemos por más Democrazia”, una coalizione ruotante attorno all’asse del Partito comunista cileno. Questa coalizione, a dispetto delle sue dimensioni minoritarie (alle elezioni presidenziali del 2005 ottenne poco più del 5% dei voti) è anch’essa ad ampio spettro. Oltre al Pcc ne fanno parte il Partito Umanista, ciò che resta del MIR, la sinistra cristiana, diverse organizzazioni sindacali e di base. In occasione delle presidenziali del 13 dicembre scorso essa ha presentato come proprio candidato Jorge Félix Arrate, un pezzo grosso, un ex-socialista. Un notabile che ha ricoperto diversi incarichi ministeriali nei governi di centrosinistra di Patricio Aylwin come ministro dell'Istruzione (1992-1994) e di Eduardo Frei Ruiz-Tagle come ministro del Lavoro (1994-1998) e successivamente come ministro della Segreteria Generale del Governo (1998-1999). Félix Arrate ha ottenuto precisamente 430.824 voti, poco più del 6%. Un risultato niente male se si tiene conto di quello di Marco Enríquez, che si è imposto come terza forza rispetto ai due tradizionali contendenti di centro-sinistra e di destra. Il dato su cui certa stampa radicaloide italiana ha insistito, presentandolo pomposamente come “risultato storico”, è stato che alle contestuali elezioni parlamentari la coalizione “Juntos Podemos” ha eletto per la prima volta tre membri in parlamento. Successo reale, ma da ridimensionare visto che questi tre seggi sono stati ottenuti con accordi di desistenza col centro-sinistra stipulati in dodici distretti. Il che vuol dire che hanno fatto blocco col governo antipopolare della Bachelet e infatti erano intruppati nel listone nazionale denominato “Concertación y Juntos Podemos por más Democrazia”. Aver eletto tre parlamentari, per quanto ciò rappresenti un segnale positivo non inverte infatti lo stato comatoso in cui versa la sinistra cilena, sia quella tradizionale che quella rivoluzionaria  che, a giusto titolo o meno, ha scelto in larga parte per una posizione astensionista.

E’ un capitolo, questo della sinistra cilena, su cui sarà il caso di tornare più ampiamente. Salta agli occhi come essa, malgrado l’evidente declino del sistema ultra-presidenzialista e bipolare ereditato con la costituzione pinochettista, pare non sia minimamente sfiorata dall’ondata antimperialista latino-americana, tanto forte in paesi come il Venezuela, la Bolivia o l’Equador. La sola eccezione ci pare sia rappresentata dalle lotte della minoranza Mapuche, non a caso fortemente repressa dal regime e quindi dal governo di centro-sinistra. Nel settembre scorso le autorità fecero un grave scandalo per presunti legami tra organizzazioni degli indigeni Mapuche e le FARC colombiane. Da allora non è stato altro che un rullare di tamburi degli apparati repressivi statali, fino alla recentissima invocazione dell’applicazione la più spietata contro i Mapuche della “Ley Antiterrorista” a suo tempo istituita da Augusto Pinochet. Proprio in questi giorni il movimento Mapuche sta subendo una forte repressione, a pretesto gli attacchi che alcuni gruppi hanno portato a mezzi di trasporto con i quali le multinazionali saccheggiano le loro terre. Già 34 militanti antimperialisti Mapuche sono stati tratti in arresto e condannati a dure pene detentive “per azioni di sabotaggio e di violenza”. A questi militanti va anzitutto la nostra più fraterna solidarietà.

 

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