Un po’ movimentisti e un po’ complottisti

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A commento dell’articolo di Pasquinelli “L’espansionismo Han, i diritti degli Uiguri e il complottismo”

 

Cari amici, condividendo l’analisi di Moreno, come sempre intelligente, vorrei approfondire con voi alcuni aspetti.

 

Prendendo a spunto, in primo luogo, “ma allora la soluzione non è reprimere nel sangue, schiacciare legittime rivendicazioni all’autodeterminazione, criminalizzare i popoli ma al contrario, leninisticamente, andare incontro alle loro aspirazioni, farseli alleati, staccarli dal potenziale abbraccio mortale con gli imperialisti ”. Perfetto. Certamente è questa la strada, dovendo collocare il leninistico ‘che fare ’ in un contesto, differente da allora, che vede la popolazione mondiale più che raddoppiata, in quella regione quadruplicata, se non di più. Cosa favorita appunto dal governo cinese che, con il potenziamento della rete ferroviaria e la creazione di opportunità di lavoro, ha stimolato la immigrazione Han in termini così massicci e rapidi, e senza programmarne l’impatto, da risultare destabilizzante e fomentare gli scontri interetnici in corso.  Come articolare, mi chiedo, in questa situazione così radicalmente mutata l’obiettivo della autodeterminazione?

 

Immaginiamo per un attimo che in luogo di un governo così avventuroso e colpevole di favoritismo e disuguaglianze, ve ne sia uno leninista o semplicemente egualitario e sensato che si proponga di rimediare al malfatto. Potrebbe far correre la ferrovia Pechino- Urumqi in senso inverso, rispedire gli Han donde sono venuti? No, perché il passato non si può riprodurre e perché rimedierebbe ad un’ingiustizia facendone un’altra. Potrebbe invece riequilibrare la situazione riconoscendo i diritti degli Uiguri, divenuti minoranza, e salvaguardarne l’identità culturale, religiosa, associativa. Potrebbe, anzi dovrebbe, modificare il demenziale modello di sviluppo ma il vecchio contesto, la piccola patria, così com’era non c’è più. La situazione è diversa sì, tuttavia ha alcuni aspetti comuni a quella del Tibet e per non ripetermi vi segnalo ‘Morire per il Dalai Lama?’ nella rubrica La Guerra in www.fondazionecipriani.it . In definitiva non credo che, in entrambi i casi, l’autodeterminazione si possa perseguire nei termini novecenteschi di autogoverno in un’entità etnica definita, bensì dovrebbe ispirarsi a un modello multietnico nel quale, rispettandosi le identità culturali e i diritti sociali e politici, le comunità siano indotte a rapportarsi in termini di rispetto reciproco anziché di scontro. Come ben sapete, sono motivazioni simili ad ispirare ad alcuni esponenti ed intellettuali palestinesi ed ebrei, oltre che alla Repubblica iraniana, l’obiettivo di una Palestina multietnica, se sarà possibile sconfiggere il regime sionista.

 

Tutto questo si intreccia all’analisi delle rivolte popolari che fa Moreno, giustamente criticando l’atteggiamento aristocratico di diverse interpretazioni, fra le quali il complottismo, che letteralmente non vedono i popoli e quindi non ne comprendono le rivolte. Ciò non toglie naturalmente che il potere, particolarmente l’imperialismo, i complotti li fa davvero e, di solito, gli riescono fin troppo bene. Riesce, non solo perché ne ha la forza ma perché ha l’astuzia di studiare ogni possibile divisione, etnica, religiosa, sociale, politica del popolo sul quale, per sfortuna di quest’ultimo, cadono le sue attenzioni. Sceglie volta a volta quale divisione sfruttare, quale parte gratificare del proprio appoggio contro un’altra e soffia sul fuoco per attizzare le divisioni. Destabilizzare, attizzare, sempre e dovunque, qualcosa butterà.

 

Sappiamo poi che la parte così ‘gratificata’ dell’appoggio non dev’essere necessariamente in sintonia con la visione dell’Impero, ed in questo sta la loro abilità. In Europa non hanno forse usato i comunisti per far fuori i nazifascisti, poi i nazifascisti contro i comunisti, senza naturalmente concordare né con gli uni né con gli altri? Li hanno usati militarmente nella guerra calda e poi nella guerra fredda, li hanno usati, in alternativa o anche contemporaneamente, per camuffare il proprio ruolo nelle strategie della tensione: ancora oggi sinistra e destra si scannano su chi ha messo le bombe che, invece, hanno messo gli infiltrati dei servizi. Non devono creare strutture ad hoc, raramente lo fanno, solo sfruttare quello che c’è. In Mesopotamia hanno usato i sunniti contro gli sciiti, poi gli sciiti contro i sunniti, senza avere una preferenza particolare per nessuno dei due, tanto che appoggiano l’uno o l’altro secondo i casi. Hanno foraggiato al Qaeda nella resistenza antisovietica, poi, finita quella, l’hanno combattuta e la combattono, cosa che non gli impedisce di strumentalizzarne dei pezzi, dove gli è possibile: per esempio in Kossovo contro la Serbia, nel Sistan Belucistan contro l’Iran. Riescono a fare queste cose – benché per fortuna non sempre – perché, oltre alle divisioni, sfruttano la tendenza, antica quanto il mondo, di chicchessia ad appoggiarsi al nemico del proprio nemico ritenuto più incombente.

 

Per tornare agli Uiguri, è vero certamente che gli Usa, per provocare la Cina, preferiscono assai lo scenario tibetano, sul che sono perfettamente d’accordo con Moreno. Tuttavia, per il cinismo che dicevo, qualche pedina la possono coltivare già ora, benché la loro programmazione non preveda di appoggiarne la rivolta in tempi brevi. Per esempio, che ci sta a fare la signora Rebya Khadeer a Washington, che ci sta a fare l’Uighur American Association? Che sia foraggiata da qualcuna delle varie fondazioni ruotanti attorno alla Cia è assai probabile. Nonostante Guantanamo, la guerra e i pogrom antimussulmani, anche da parte degli Uiguri  (o più facilmente parte di essi) questo contatto è comprensibile per quanto ho appena detto.

 

La fortuna del complottismo sta nel fatto, secondo me, che molte persone, spesso confusamente, si rendono conto di queste cose. Ma ne sbagliano l’interpretazione non avendo chiaro il cinismo del potere imperiale, la sua duttilità, da una parte; le mutazioni storiche, la genuinità delle rivolte e dei movimenti dall’altra; infine, la tendenza a rivolgersi al nemico del nemico. Per esempio Osama Bin Laden si è appoggiato alla Cia nella sua resistenza antisovietica, poi si è rivoltato contro gli Usa perché quell’alleanza era solo tattica, né altro poteva essere naturalmente. Il nemico successivo al comunismo era l’Islam! Se molti cascano nella confusione tra passato e presente è forse anche perché, in Europa, un’alleanza comprensibile per il fronte antifascista, da tattica come poteva essere per l’allora opposizione, poi andata al potere, è invece diventata permanente: tanto che siamo ancora nella stessa situazione. Ma per diradare un errore occorre avere molto chiaro il gioco dell’imperialismo, e poi saperlo spiegare. Dovremmo essere tutti molto attenti ai movimenti reali e nello stesso tempo ai piani dell’avversario, un po’ movimentisti e un po’ complottisti per così dire, siete d’accordo?

 

Michela Maffezzoni
 
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Condivido quasi al cento per cento il commento della Maffezzoni.
Voglio soffermarmi solo su un passaggio motlo denso e quindi alquanto problematico
La Maffezzoni afferma:

«Immaginiamo per un attimo che in luogo di un governo così avventuroso e colpevole di favoritismo e disuguaglianze, ve ne sia uno leninista o semplicemente egualitario e sensato che si proponga di rimediare al malfatto. Potrebbe far correre la ferrovia Pechino-Urumqi in senso inverso, rispedire gli Han donde sono venuti? No, perché il passato non si può riprodurre e perché rimedierebbe ad un’ingiustizia facendone un’altra. Potrebbe invece riequilibrare la situazione riconoscendo i diritti degli Uiguri, divenuti minoranza, e salvaguardarne l’identità culturale, religiosa, associativa. Potrebbe, anzi dovrebbe, modificare il demenziale modello di sviluppo ma il vecchio contesto, la piccola patria, così com’era non c’è più. (...)  . In definitiva non credo che, in entrambi i casi, l’autodeterminazione si possa perseguire nei termini novecenteschi di autogoverno in un’entità etnica definita, bensì dovrebbe ispirarsi a un modello multietnico nel quale, rispettandosi le identità culturali e i diritti sociali e politici, le comunità siano indotte a rapportarsi in termini di rispetto reciproco anziché di scontro».

Forse mi sbaglio, ma percepisco, tra le righe, una specie di fatalismo storico, come se gli eventi già accaduti portino il segno dell’ineluttabilità, dell’irreversibilità. Se così è, io dissento, in quanto, al contrario dei fenomeni naturali, niente, ma proprio niente, nel mondo storico, si è rivelato irreversibile. L’umanità procede a tentoni, non ubbidisce ad alcun disegno provvidenziale, tantomeno progressista, per cui è accaduto e accadrà che soluzioni o modalità sociali un tempo respinte ritornino in auge e, mutatis mutandi, siano ripescate dal passato e dimostrino una loro efficacia. Quello della ferrovia che ha collegato il cuore storico del Turkestan alla Cina Han è in effetti un autentico paradigma. Opera ciclopica, assolutamente antieconomica, brutalmente finalizzata all’obiettivo della difesa strategica della Cina (per non parlare della rete autostradale non meno elefantiaca costruita da Pechino nella stessa regione a collegamento delle tre principali città uigure). Ferrovia e autostrade che non sono neutrali, non pure via di collegamento (chi mai si opporrebbe a collegare popoli?): essi piuttosto incatenano, sono vettori di sottomissione della periferia al centro imperiale, non solo alla nazionalità dominante Han ma al modello economico selvaggiamente capitalista e sviluppista. Il problema è quindi un giudizio sull’assimilazione strutturale del Turkestan alla Cina Han, da una parte, e dell’altra il giudizio sul modello sociale assimilatore. Non si tratta qui solo di difendere i diritti nazionali di una minoranza, ma il diritto di questo popolo a decidere esso la propria via alla modernità, ovvero il modello sociale più consono alle proprie tradizioni civili, culturali e religose.
Tutte cose, queste, che sia i complottisti, sia i cultori del progresso, sia i geopolitici che vedono solo scontro di astratte entità sovrastatuali, non vedono e non vogliono appunto vedere.
Quale deve essere dunque il modello nel quale possa realizzarsi il principio dell’autodeterminazione? Che la tradizionale forma dell’indipendenza nazionale non sia riproponibile sarei più prudente a sancirlo. So solo una cosa, che questo diritto implica che a decidere sia il popolo in questione non quello assimilatore. In primo luogo. In secondo luogo, ammesso che gli uiguri non scelgano la secessione ma la federazione con la Cina Han (che è appunto la soluzione che, dal punto di vista leniniano, io auspico), che questa federazione consegni uguali diritti alle nazioni federate, cioè che non ci siano dominanti e dominati. Poiché, ove non venga assicurata l’eguaglianza dei diritti, gli oppressi hanno tutto il diritto a spezzare il rapporto di sudditanza. Non ci sono ferrovie che tengono.

 

Moreno Pasquinelli

 

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