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Lotta di classe contro il “socialismo”

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La situazione della classe operaia in Cina

 

Lunedì 27 luglio iniziava a Washington il summit tra USA e Cina relativo alle relazione economiche tra i due paesi. I più arguti commentatori facevano presente che in realtà si trattava delle prove generali del G2, ovvero della formalizzazione dell’asse Washington-Pechino. Sospetto confermato dal discorso di apertura pronunciato da Obama, il quale ha sottolineato il valore strategico della cooperazione bilaterale sino-americana. Gli faceva eco il capo delegazione cinese, il vicepremier Wang Qishan secondo il quale USA e Cina, “essendo sulla stessa barca” sono obbligati ad agire di comune accordo per evitare che essa affondi. Di quale “barca”  stia parlando il vicepremier cinese l’hanno mostrato gli operai siderurgici delle acciaierie Tonghua in Maciuria i quali, venerdì 24 luglio, hanno dato vita ad una rivolta che ha avuto un’eco mondiale.

Lo sciopero è iniziato non appena i 30mila operai della fonderia di proprietà pubblica Tonghua Iron and Steel, della provincia di Jinlin (cuore tradizionale della produzione siderurgica cinese), hanno appreso la notizia che essa sarebbe stata comprata dal potente gruppo siderurgico privato Jianlong Steel Holding Company di Pechino. La ragione della protesta operaia è presto detta: l’acquisizione, incoraggiata dal governo cinese, avrebbe portato alla chiusura di alcuni reparti causando al licenziamento di almeno un terzo degli operai.
 
La rivolta ha avuto una risonanza mondiale perchè il neodirettore della Tonghua, Chen Guojun, quarantenne e rampante manager della Jianlong, appena arrivato in fabbrica, è stato assalito da migliaia di operai inferociti, inseguito per lo stabilimento e ucciso a bastonate e pietrate. I lavoratori infuriati hanno poi fatto muro per impedire alla polizia di intervenire e ad un'ambulanza di soccorrere il manager moribondo. Nel frattempo bloccavano l’autostrada, incendiavano tre auto della polizia e presidiavano la fabbrica.

La polizia è quindi intervenuta in forze, reprimendo la rivolta, arrestando diversi operai, e ha aperto un’inchiesta sull’omicidio che promette di concludersi con condanne esemplari. Nel frattempo, per placare la rabbia e impedire il suo dilagare, «Il governo provinciale di Jilin (la provincia manciuriana dove si trova la fabbrica, n.d.a) ha deciso di bloccare la fusione». L'agenzia di stampa Nuova Cina ha comunicato giovedì 26 luglio che «l'acquisizione della fabbrica è stata annullata per impedire alla situazione di aggravarsi». Il bilancio è chiaro, malgrado gli arresti gli operai hanno ottenuto per il momento una fulminante vittoria, non solo sul colosso privato Jianlong Steel Holding Company, ma anche sul governo Hu Jintao e quindi sul partito “comunista” cinese, che da alcuni anni hanno deciso di “tagliare i rami secchi”, ovvero le fonderie più obsolete, favorendo processi di fusione e privatizzazione a favore della creazione di colossi privati in grado venir fuori dalla crisi di sovrapproduzione di acciaio che la Cina soffre, e di competere sul mercato mondiale. Con le medesime modalità e gli stessi principi efficientisti e liberisti dei governi occidentali, come negli Stati Uniti e in Europa negli anni ‘80, questo processo di privatizzazione della siderurgia pubblica anche in Cina è denominato ed edulcorato come “processo di razionalizzazione e modernizzazione”. Come in Occidente vent’anni fa anche in Cina ci sono di mezzo il posto di lavoro e i diritti di centinaia di migliaia di operai, i quali debbono pagare sulla loro pelle il costo delle ristrutturazioni selvagge e delle privatizzazioni, della “modernizzazione” dell’industria,  e quindi arrendersi alla spietata logica del profitto capitalistico.

Il problema per gli operai cinesi assume però toni ben più drammatici di quelli che avemmo in Occidente negli anni ‘80. Se in Europa e negli USA esistevano, anche grazie a decenni di lotte operaie, forti ammortizzatori sociali che impedivano che milioni di lavoratori fossero gettati sul lastrico, in Cina non è così, non c’è un sistema di welfare degno di questo nome. Per essere precisi: gli operai della Tonghua Iron and Steel che fossero stati licenziati a causa della privatizzazione avrebbero ricevuto una liquidazione irrisoria e la miseria di 200 Yuan al mese (20 Euro), ben al di sotto della soglia della sopravvivenza. Si può capire lo scoppio della rabbia operaia, a maggior ragione perchè, nella “socialista” Cina lanciata a tutto vapore verso il “progresso”, il manager accoppato Chen Guojun avrebbe ricevuto l’anno scorso, a ricompensa della sua attività antropofaga di spezzettamento delle aziende pubbliche e di macelleria sociale, un bonus di tre milioni di Yuan (300mila euro)!

Che la situazione dei lavoratori salariati cinesi rassomigli a quella raccapricciante descritta a suo tempo da Engels ne “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, lo dimostrano i dati diffusi dalle stesse fonti ufficiali di Pechino. Guardiamoli. Secondo i dati resi noti dall’Ufficio Nazionale di Statistica (parliamo del rapporto pubblicato il 9 aprile 2008) il salario medio dei lavoratori salariati era di 29.229 Yuan annui, ovvero 2mila Yuan al mese, equivalenti a circa 200 Euro. Il China Labour Bulletin ritiene che il salario reale medio effettivo degli operai industriali sia decisamente più basso, visto che i dati ufficiali non distinguono tra operai e dirigenti. mettendo nello stesso sacco gli operai con salari da fame e dirigenti e manager che prendono stipendi spesso 20 o 30 volte più alti.
Il divario tra chi sta in basso e in alto nella scala sociale, non riguarda solo le singole unità produttive, concerne tutta quanta la società cinese la quale, in barba all’ideologia ufficiale, è una delle più diseguali del mondo. I lavoratori del settore assicurativo ad esempio guadagnavano un anno fa 172.123 Yuan (quasi sei volte di più del salariato di fabbrica!), seguiti dai dipendenti del settore finanziario ( 87.760 Yuan) e del trasporto aereo (75.679 Yuan).
Per quanto possa apparire incredibile profonde sono le differenze di remunerazione tra gli stessi operai industriali, a seconda del settore in cui prestano servizio. Tanto per fare un esempio i lavoratori del settore del legno percepiscono un salario medio annuo di 15.663 Yuan, poco più della metà della media statistica, che fanno al mese 1.305 Yuan, equivalenti a 134 Euro. Una cifra di poco sopra la soglia della sopravvivenza visti i costi crescenti della vita e l’inflazione reale.

La paga degli operai industriali è tuttavia decisamente più alta di quella sei salariati rurali, tra i più poveri del mondo. Sempre secondo i dati ufficiali nel 2007 i braccianti hanno percepito un salario medio annuo di appena 4.140 Yuan, equivalenti a 35 euro mensili. Questo pauroso squilibrio tra città e campagna spiega perché decine di milioni di migranti interni hanno preferito restare nelle metropoli in condizioni di sostanziale illegalità e clandestinità, piuttosto che tornare al villaggio d’origine.

A questo va aggiunto che con l’arrivo della crisi finanziaria (che contrariamente a quanto si crede ha colpito duramente anche la Cina) i salari, per quanto bassi e in certi casi da fame, non sono neanche pagati dalla miriade di ditte, spesso anche quelle di grandi dimensioni. Xinhua ha reso noto il 13 aprile del 2009 che circa 300 operai tessili della Jindi Industry Group sono scesi in piazza a Chongqing attuando un blocco stradale perché da tre mesi non ricevono il salario malgrado l’attività lavorativa non sia cessata. Sempre secondo i dati ufficiali alla fine del 2006 ( e non c’era allora alcuna crisi) le paghe arretrate spettanti solo agli 800mila  lavoratori migranti di Pechino, ammontavano a circa 1.63 miliardi di Yuan. Passando al Guandong, il vero e proprio motore del capitalismo cinese, oltre un milione di migranti aveva salari arretarti per olre 1,84 miliardi di Yuan.

Questo è il contesto generale in cui si è svolta l’esemplare lotta degli operai siderurgici della provincia manciuriana di Jinlin. Una delle tante rivolte operaie che scuotono la Cina e che il regime di  Pechino si sforza di tacere e quando serve di reprimere con la forza bruta. Solo nel 2008 ci sono state in Cina almeno 87mila proteste per ragioni economiche (sia pacifiche che violente) ovvero contro lo sfruttamento e le ingiustizie più lampanti. Per coloro che facessero orecchie da mercante stiamo citando come fonte il Ministero dell’Interno di Pechino.

Cieco è chi non voglia vedere le abissali ingiustizie sociali che sorreggono la poderosa avanzata della Cina verso la modernità. Sordo chi non voglia riconoscere non solo le legittime istanze dei lavoratori cinesi, grazie al cui sudore questa avanzata è resa possibile, ma che esse e solo esse contengano semmai quel briciolo di egualitarismo e di socialismo che invece non abita più nei cuori e nelle menti dei dirigenti “comunisti” cinesi, agenti a tutti gli effetti come un mostruoso comitato d’affari del capitalismo e dei grandi capitalisti cinesi, quali appunto il gruppo pechinese Jianlong Steel Holding Company.

C’è chi considera ancora la Cina, in virtù del fatto che il partito unico al governo conservi lo stesso nome di quello di Mao, un paese “socialista”. Di sicuro è il paese del mondo dove c’è uno sfruttamento brutale e dove quindi più cresce e si estende la lotta di classe operaia la quale, se non sbaglio, era considerata da Marx la forza motrice dell’emancipazione dei lavoratori dal capitalismo. In un certo senso è vero che in Cina c’è più socialismo che altrove, non in virtù del Partito e del governo Hu Jintao, ma grazie alle montanti proteste degli operai  contro di essi.

 

 

 

 

 

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