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Cina "capitalista" o pragmatismo statalistico da grande potenza?

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Ben volentieri pubblichiamo il commento critico di Michele Santini all'articolo relativo alla Cina dal titolo "Se questi son comunisti: le cinque teorie di Hu Jintao". Come il lettore potrà vedere il Santini non cela le sue simpatie per la Cina, come non fa mistero di perorare, non solo in funzione antiamericana, l'ascesa di questo paese come grande potenza mondiale. Il Santini assegna infatti a quest'ascesa, in base alla sua hegeliana visione del mondo, significati che trascendono la mera geopolitica, tra cui quello di assegnare alla Cina "comunista" una salvifica missione universale. Avremo modo di rispondere alle sue critiche, non senza segnalare anticipatamente che noi non possiamo condividere questo giudizio sulla Cina, dato che per noi si tratta anzitutto di considerare la struttura sociale materiale di un paese, da cui dipendono il segno e la natura della sua eventuale "missione", di cui il cosiddetto "spirito del popolo o della nazione", non è che un distillato ideologico.

Cina “capitalista” o pragmatismo statalistico da grande potenza?
Risposta politica a Moreno Pasquinelli

di Michele Santini

Anche se si spiega alle persone come la vittoria può essere ottenuta applicando tattiche flessibili secondo il mutamento delle circostanze, esse non lo comprenderanno.
Sun Tzu

Abbiamo letto con molta attenzione l’articolo di Moreno Pasquinelli, estremamente interessante e certamente utile più per le problematiche che suscita nel lettore attento e volenteroso di apprendere e confrontarsi con i massimi problemi di politica internazionale, piuttosto che per le specifiche risposte politiche che esso ci fornisce, del tutto interne ancora ad una visione dogmaticamente economicista e per taluni versi anche determinista, visione in base a cui i funzionari del capitale della “nuova Cina”, ossia le forze strategiche soggettive sulle cui azioni si è sviluppato e si sta sempre più sviluppando il “miracolo cinese”(1), non sarebbero null’altro che la copia sbiadita dei funzionari del capitale americani.

Ciò che intendiamo radicalmente contestare è anzitutto l’essenza capitalista della strategia politica di Deng Xiaoping implicitamente affermata dal Pasquinelli, per poi approfondire il discorso in base a quanto il Nostro ha sviluppato nelle sue analisi.
Alla base del radicale, impressionante sviluppismo modernista – o per taluni versi addirittura ultramodernista – cinese, vi è a nostro avviso il piano strategico dello Stato nazionale cinese, più precisamente grande-nazionale HAN, il quale non solo è rimasto intatto tramite la “rivoluzione dell’economia” avviata da Deng in seguito al definitivo trionfo della linea Wang Li– Zhao Ziyang – Deng Xiaoping, collocabile nel dicembre del 1978, ma è la forza “spirituale” stessa che ha reso possibile questa impressionante ascesa dinamica planetaria.
Una parentesi “economica” è a questo punto doverosa, al termine della quale divideremo in precisi punti le nostre riflessioni. Come è noto, Deng Xiaoping, una volta tornato sulla scena dopo la persecuzione che dovette subire nel periodo della Rivoluzione culturale, non si stancava mai di richiamarsi pubblicamente a quel piano delle Quattro Modernizzazioni (agricoltura, industria, difesa nazionale, scienza e tecnologia) che Zhou Enlai – che considerava peraltro Deng il suo naturale continuatore – esponeva nel 1975 durante la prima sessione della IV Assemblea popolare nazionale, dopo averlo in varie circostanze private formulato almeno dal 1964.

La prima fase della riforma economica si delineava nei primi anni Ottanta con la rapida decollettivizzazione delle campagne. Nel 1981 le terre venivano divise tra le unità familiari, anche se ufficialmente rimanevano ancora di proprietà collettiva: le famiglie potevano disporne liberamente dopo aver consegnato allo Stato le quote obbligatorie. Dal 1983 questo tipo di organizzazione agricola si andava generalizzando e diveniva sempre più rilevante la componente familiare delle imprese, collegata con attività specializzate come l’allevamento e la piscicoltura. Le comuni popolari erano soppresse alla fine del 1984 e dal 1985 le quote obbligatorie venivano sostituite da contratti di acquisto negoziati. Ciò permetteva, in rapidissimo tempo, alla produzione agricola di conoscere uno sviluppo senza precedenti: nel 1984 si aveva infatti un raccolto record di 407 milioni di tonnellate di granaglie. Egualmente, sul piano della produzione industriale, che veniva toccato da taluni correttivi quali una progressiva liberalizzazione dei prezzi associata quindi ad un’autonomia delle singole imprese, si assisteva ad una spettacolare crescita, come quella degli anni 1983-1985, che registrava un tasso record del 24%. Va del resto considerato che la crescita record riguardava in particolare i settori dell’industria leggera e dei beni di consumo, mentre certamente più lento fu il progresso dell’industria pesante. Il dinamismo dell’economia cinese in quegli anni si evidenziava dal rapido aumento delle importazioni dai paesi più avanzati, i quali d’altra parte assorbivano circa il 45% delle esportazioni cinesi.
Allo scopo di acquisire nuove tecniche e incoraggiare gli investimenti, il governo cinese aveva creato, sin dal 1979, delle “zone economiche speciali” nelle province del Guangdong e del Fujian, in cui veniva introdotta una economia di libero mercato. Per attrarre investimenti stranieri, furono previsti interventi sulle infrastrutture e varie agevolazioni di carattere sia fiscale sia doganale. Nel 1984, inoltre, il sistema veniva esteso ad un’area molto più ampia, che comprendeva 14 città costiere e una nuova zona economica nel basso Yangzi, con centro Shanghai. Ma l’autentico “miracolo economico” cinese lo cogliamo a partire dal 1992 (2).

Nell’ottobre 1992, al XIV congresso del partito, veniva ufficialmente adottata la formula che poi sarà costantemente usata per definire la nuova fase di sviluppo: “economia socialista di mercato”.  Nel 1993 la crescita economica raggiungeva il culmine con l’incremento del PIL del 13,7 % e l’interscambio internazionale raggiungeva nel 1994 i 236 miliardi di dollari. Con le ulteriori riforme di Zhu Rongji, che continuava la via sviluppista modernista denghista, veniva accelerata la politica di privatizzazione delle imprese statali a carattere non strategico e per le altre venivano adottate misure di riforma quali la trasformazione in società per azioni, ed inoltre la creazione di nuove strutture gestionali e di nuove cariche sociali. Con la stabilizzazione economica, pur in un contesto caratterizzato da un processo di sviluppo in cui venivano toccate le punte dell’8,5 % di incremento del PIL nel 1997, la Cina usciva praticamente indenne dalla gravissima crisi finanziaria che colpiva le “tigri asiatiche” nel 1997.

Gli ultimi anni del XX secolo videro una serie di grandi successi della politica di riforma, che contribuirono senza dubbio a esaltare l’immagine della Cina sia sul piano interno che su quello estero. Con il ritorno di Hong Kong e di Macao alla madrepatria (rispettivamente nel luglio 1997 e nel dicembre 1999) sembrò compiuta la missione di riscatto nazionale che tutti i nazionalisti cinesi, riformisti o rivoluzionari, avevano fatta propria fin dagli inizi del XX secolo. Non può essere sottovaluto quindi il valore simbolico della restituzione delle ultime colonie. E’ chiaro che rimaneva ancora Taiwan, ma esso era ed è considerato un problema puramente interno, che non può essere ricondotto al passato coloniale (3).

E’ ora di passare appunto alle riflessioni generali.

1. Questo spettacolare “miracolo economico” cinese è stato chiaramente il frutto dell’intuizione strategica di Deng, che si è rivelata alla lunga vincente, la quale partiva dalla lucida comprensione che il nuovo schmittiano nomos dell’ordinamento mondiale era dato dalla divisione della terra in regioni industrialmente sviluppate o meno sviluppate. Deng vedeva quindi l’evoluzione del principio cujus regio ejus industria su cui si fondava in sostanza la politica della guerra fredda (divisione in economia di mercato ed in economia di comando) e scorgeva così la potenziale riorganizzazione dello spazio mondiale in modalità non duali ma multipolari, in Grandi spazi dominati dall’esigenza intima del nomos quale Weiden, ossia dal produrre, e come Teilen, ossia dal ripartire – la terza radice semantica di nomos per Schmitt è Nehmen, prendere (4).

2. Deng ha compiuto a nostro avviso una rivoluzione strategica di taglio epocale in quanto annullando e delegittimando gli sterili utopismi ideologico-messianici linbiaoisti (ed in parte anche quelli maoisti)5 (ha mostrato – nella prassi politica e con la prassi politica – che si può vincere il capitalismo usurocratico fondato strategicamente sulla figura del finanziere apolide, sottomettendo il capitale al senso trascendentale ed organicistico di una legge nazionalstatale. Avrebbe poco senso, a nostro avviso, parlare, come fa il Pasquinelli, di una Cina capitalista o di un capitalismo cinese. Si deve invece parlare di uno Stato nazionalcapitalista, dove il soggetto strategico centrale, dotato di legittimità assoluta di decisione, è lo Stato: Stato degli Han in primo luogo (nel senso morale evidentemente, non in quello brutalmente etnico), di tutti i cinesi poi (compresi tibetani ed uiguri, con buona pace del democratico Occidente!), ed il nazionalcapitalismo lo strumento tattico, necessario ed ineludibile, di espansione globale nella marcia verso il primato mondiale. Rivoluzione strategica epocale in quanto alla teoria del nomos di taglio americanista, caratterizzata dal trionfo della titanica e fascinosa potenza tentacolare della tecnica al lato di una dimensione spirituale contrassegnata dal meccanicismo come ferrea legge dell’indistinto, dall’uniformazione verso il più basso materialismo planetario, dal dominio delle oligarchie plutocratiche che spesso tengono in ostaggio i vari Presidenti Usa che si avvicendano, la nuova Cina risponde con uno Stato che rimanda alla figura di un leader, di un Politico presente (Wen Jiabao) e soggetto storico delle supreme decisioni del suo popolo, con uno Stato che ha saputo pianificare la strategia della “guerra totale politica” al Primo Mondo (Occidente ed Urss ieri, Usa oggi) mediante la tattica di una rivoluzione economica dalle conseguenze mondiali.


Il Pasquinelli fa bene ad insistere sul carattere taoista della tattica strategica dei leader politici e militari cinesi attuali, di cui possiamo del resto, come occidentali, limitatamente comprendere, altrimenti verrebbe meno l’espediente stesso da stratagemma occulto dominante il complessivo piano tattico strategico (Questa strategia per ottenere la vittoria non deve essere divulgata anzitempo: Sun Tzu), ma va anche notato che ci troviamo di fronte ad uno Stato-Nazione unito e compatto all’insegna della equità e della pace sociale, ossia di idee-forza che derivano chiaramente, almeno in tal caso, dal pensiero di Confucio. Un confucianesimo dinamico e modernista, ma sempre della radice confuciana si tratta. Il politologo giapponese Kenichi Ohmae non si fa scrupoli nel suo saggio La fine dello Stato-Nazione, di definire “arcaico” questo ultra-nazionalismo morale HAN, che farebbe a pugni, secondo lo stesso, con la globalizzazione degli affari. Non va però dimenticato che la linea cinese in proposito, cioè riguardo i rapporti Stato-partito-patriottismo, è quella delle “tre rappresentanze” di Jiang Zemin, secondo cui il partito non è più soltanto l’avanguardia della classe operaia, secondo la tradizionale definizione, ma il rappresentante delle tre forze produttive più avanzate, della cultura più avanzata e degli interessi generali della Nazione. Da quanto deriva dalla nuova costituzione adottata dal dicembre 1982, il partito ha una funzione dirigente limitata all’indirizzo politico ed ideologico, ma l’autentico lavoro politico amministrativo è di esclusiva competenza dello Stato. In base a questa sinergia politica partito-Stato, in seguito all’affermazione della linea denghista, si peraltro sono avuti in Cina forti trasformazioni sociali che hanno portato a funzione dirigenti esponenti di classi solitamente escluse dalla sfera del dominio politico. Che questa modernizzazione si sia innestata anche sul processo della Rivoluzione culturale è certo, ma con una direzione politica statalistica-nazionalista ben diversa da quella prospettata dagli internazionalisti linbiaoisti. Per tornare alla questione dell’attuale nazionalismo cinese, il patriottismo innalzato dall’ufficialità statale ha questo obiettivo: “Difendere la cinesità per difendere l’unità della Cina”.   

Infine, veniamo al punto principale. Deng, in termini hegeliani, si chiama politische Genie. Il genio politico strategico è colui che cogliendo l’esigenza fondamentale dello Spirito del tempo, lo fa a vantaggio dell’Intero, del tutto, trascendendo la scissione. Diceva Hegel nelle lezioni di Jena: “Coloro che si chiamano geni hanno acquistato una qualche particolare abilità con cui trasformano in opera propria le forme del popolo”. Con Deng, da Deng in poi, le forme proprie dello spirito di popolo cinese si vanno sempre più universalizzando. Abbattendo l’ideologia, col principio del realismo politico assoluto, il Politico Deng ha legato la sua persona al principio unitario universale dello Stato: in tal senso non poteva non vincere, hegelianamente, essendo lo Stato in Hegel non solo “totalità organica” ma anche “lo spirito della realtà”. “La realtà del regno dei cieli è appunto lo Stato”, ci dice ancora Hegel nella Filosofia dello Spirito jenese! Con tale epocale “rivoluzione dall’alto” il Politico, non il comunista o il capitalista, ma lo stratega della politica – il Politico – ha stabilizzato la forma necessaria all’espressione dirompente universale dello spirito del popolo cinese. Il Politico intuiva allora che ci si avvicinava ad una epoca in cui lo spirito andava facendo un balzo, andava uscendo da sé acquistando una nuova figura; che era per questo necessario sbarazzarsi di tutti i concetti precedenti: “le catene del mondo si sono dissolte e sprofondano come un’immagine di sogno. Si prepara una nuova sortita dello spirito”(6).

Ormai ci siamo. Stiamo assistendo al trionfo postumo di Deng: il nomos della terra, lo Stato, l’Intero, il Totale, sta tornando all’ordine del giorno. Non saranno certo i tibetani o le star di Hollywood a impedirne la definitiva concretizzazione! Chiudersi dogmaticamente rispetto a tale rivoluzione epocale, a tale spostamento del baricentro terragneo, che non solo è economico ma anche ideale, significa essere hegelianamente dei reazionari. Dei reazionari astratti, sul piano ideologico, nemmeno concreti, sul piano della realtà politica. Ciò che lo spirito europeo ha dato (Fascismo, Bolscevismo, nemmeno comunismo!) ha perduto indubbiamente la sua partita storica e metastorica: inutile indagare ora sul perché e sul per come. Sembrava inarrestabile il culto della scissione, la distruzione dell’Intero, che ci aveva invaso da oltreoceano. Sembrava tutto chiuso per secoli, con masse abbrutite, stancate, drogate, umiliate, sessualizzate. Ma Deng Xiaoping, il Politico, la cui minuta figura era quasi un segno per l’adombramento delle intuizioni di cui l’anima del mondo assolutamente abbisognava, riapriva gli argini chiusi e rinserrati. Mettersi quindi oggi a parlare di comunismo, fascismo, capitalismo etc.etc, quando ormai la Cina si va approssimando al primato mondiale, quando ormai la Cina nazionalista e statalista dovrà per forza di cose assolutizzare, universalizzare la propria forma, dovrà indirizzare su una nuova via – che non è possibile ora prevedere e su cui a nulla servono gli schemi ideologici di ieri – la potenza interna dei funzionari del capitale cinesi, se vuole prestare fede alla propria missione mondiale: mettersi dunque, da europei sconfitti quali siamo, completamente estranei ai processi spirituali storici che si vanno svolgendo, a parlare di fascismo, capitalismo, comunismo, diritti umani e democrazia, significa non aver compreso che lo spirito ha fatto un balzo in avanti e che la rivoluzione dall’alto di Deng ha reso stantii e oggettivamente reazionari, sul piano della pura dottrina politica, tali concetti.

E non è del resto sorprendente, se si tralascia la politica economica interna, che la rivoluzione denghista ha come lascito gli stessi principi della rivoluzione dell’alto di staliniana memoria: nazionalismo modernista, industrialismo, militarismo, statalismo da grande potenza, innalzamento delle condizioni sociali?
Infine, perché  non riflettere minimamente sul fatto che se oggi il Presidente Ahmadinejad è ancora in sella a Teheran, qualcosina probabilmente lo dobbiamo pure a Pechino? In sostanza, come europei che ancora vogliono dire qualcosa a livello dei grandi processi storici, per ora a nostro avviso non vi è altra via – data l’oggettiva situazione di morte civile e politica europea e degli europei – che aprire la strada alla nuova potenza che marcia verso il primato mondiale. Prendere coscienza che lo spirito è sobbalzato di nuovo fuori di sé. Deng lo comprese prima di ogni altro.


1 M. Weber, Il miracolo cinese, Bologna 2001.
2 M. Sabatini – P. Santangelo, Storia della Cina, Bari 2008, pp. 646-648.
3 Ivi, pag. 648.
4 C. Schmitt, Le categorie del politico, Bologna 2009, pp. 293-312.
5 Deng Xiaoping, Socialismo alla cinese, Roma 1985, pp. 47-53.
6 Dokument zu Hegels Entwicklung, Stoccarda 1936, pag. 352.













 

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