L'ultima tragedia di Haiti

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Un Paese da sempre vittima del colonialismo e dell’imperialismo

Il 2010 si è aperto con le scene apocalittiche del terremoto di Haiti.
Spesso le catastrofi naturali, che naturali del tutto non sono quasi mai almeno per quel che riguarda gli effetti, riescono ad illuminare le ingiustizie del mondo meglio di accurate analisi scientifiche.
Questo è il caso di Haiti, un paese poverissimo da sempre vittima del colonialismo e dell’imperialismo.
La povertà di Haiti è racchiusa in pochi dati. In un territorio di 27.750 Kmq vivono più di 8 milioni di abitanti, con una densità di circa 300 abitanti a Kmq. Il Pil pro-capite era pari nel 2002 a 410 dollari annui ad abitante. L’80% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. L’1% dei mulatti possiede il 50% della ricchezza nazionale, il 90% (nero) non possiede niente. La mortalità infantile è addirittura del 74 per mille, la speranza di vita è di 50,5 anni per gli uomini e di 53 anni per le donne. Il 2% degli abitanti è sieropositivo all’AIDS. Il 50% della popolazione in età lavorativa non ha un lavoro fisso.

E’ chiaro che, in un simile contesto, un terremoto non è semplicemente un terremoto: è piuttosto un disastro che va ad aggravare terribilmente una situazione già disastrosa. Ma perché Haiti è venuta a trovarsi in queste condizioni?
L’isola di Hispaniola, di cui Haiti rappresenta la parte occidentale (ad oriente c’è la Repubblica Dominicana), fu raggiunta da Cristoforo Colombo nel 1492 e diventò subito dopo una colonia spagnola. Ecco come la descrisse Las Casas nel ‘500, citato da Noam Chomsky (vedi l'Archivio Web Noam Chomsky):

«Hispaniola era, scrisse Las Casas, "forse uno dei posti al mondo più densamente popolati", "un alveare di gente" che "in tutto l'infinito universo dell'umanità... è tra le più ingenue e meno malvagie e bugiarde". "Per conoscenza diretta, essendo stato testimone dei fatti", scrisse ancora Las Casas nel 1552, gli spagnoli, spinti da "avidità ed ambizione insaziabili", si avventarono sugli abitanti di Haiti "come bestie voraci... uccidendo, terrorizzando, umiliando, torturando, distruggendo i popoli indigeni" con "i più originali e svariati metodi di crudeltà, tanto che sopravvissero a malapena 200 persone. "Essere crudeli per gli spagnoli era la norma", continua Las Casas. "Più che crudeli, gli spagnoli si comportavano in modo così feroce perché, in seguito a quel trattamento duro ed umiliante, gli indiani non osassero più considerarsi esseri umani". Così "quando [gli abitanti di Hispaniola] videro ogni giorno i loro concittadini morire per il trattamento crudele ed inumano degli spagnoli, schiacciati dai cavalli, tagliati a pezzi con le spade, divorati e dilaniati dai cani, molti sepolti vivi, dopo aver sofferto ogni tipo di raffinate torture... decisero di abbandonarsi al loro infelice destino senza combattere, consegnandosi nelle mani dei loro carnefici così che facessero di loro quel che volevano"».

Ma il tentativo di schiavizzare la popolazione di Hispaniola fallì, gli abitanti dell’isola finirono per morire di stenti, quasi abbandonandosi ad una sorta di suicidio collettivo. Iniziò così – nei primi anni del Cinquecento – l’importazione degli schiavi dall’Africa, che venivano impiegati nelle piantagioni. Quando, nel 1697, la Francia conquistò alla Spagna il territorio che corrisponde all’attuale Haiti, gli indigeni erano stati completamente sterminati. Un genocidio totale di cui l’Europa preferisce non parlare.
Nel 1791, l’anno della rivolta degli schiavi di Haiti, la produzione totale dell’isola di Hispaniola era la più ricca di tutte le colonie europee nelle Americhe. Arrivano da qui i tre quarti della produzione mondiale di zucchero, e l’isola era al primo posto per la produzione del caffè, del cotone e del rhum.

In quell’anno gli abitanti di Haiti erano così suddivisi: 32mila bianchi europei, 28mila individui liberi di sangue misto (la gens de couleur) e ben 500mila schiavi neri, quasi tutti nati in Africa.
La rivolta degli schiavi, guidata da Touissant Louverture,  scoppiò il 22 agosto 1791 e portò, dopo alterne vicende, all’abolizione della schiavitù e (nel 1804) all’indipendenza.
Haiti pose così fine, per la prima volta nel continente americano, all’istituto della schiavitù. Nacque in questo modo, dopo aver respinto i tentativi di riconquista di Napoleone, la prima repubblica nera del mondo, che dette rifugio anche a Simon Bolivar, appoggiando la sua causa indipendentista a condizione che egli sostenesse la liberazione di tutti gli schiavi dell’America Latina.
Ma Haiti fu anche il secondo paese del continente, dopo gli Stati Uniti, a conquistare l’indipendenza. Un’indipendenza però antischiavista, a differenza di quella statunitense, fondata invece proprio sullo schiavismo.

Per il «giacobino nero» Touissant Louverture che, catturato dai francesi durante i loro tentativi di riconquista, morirà di freddo e di stenti in prigione l’obiettivo era: «l’adozione assoluta del principio per cui nessun uomo, rosso, nero o bianco che sia, può essere proprietà del suo simile».
Per la nascente potenza nordamericana, allora ancora in fasce, tutto ciò risultava inaccettabile. Citiamo un brano assai significativo e documentato dal libro Controstoria del liberalismo di Domenico Losurdo:

«Indipendentemente dagli scambi commerciali – sottolineano autorevoli personalità politiche della repubblica nord-americana – già con il suo esempio l’isola rischia di mettere in discussione l’istituto della schiavitù ben al di là dei suoi confini: i suoi abitanti di fatto sono “vicini pericolosi per gli stati del sud e un asilo per i rinnegati di queste parti” (Langley). In conclusione: “La pace di undici stati non può consentire che in seno a loro siano esibiti i frutti di un’insurrezione nera vittoriosa” (idem). Si comprende allora l’appoggio di Jefferson al tentativo napoleonico di riconquista dell’isola e di reintroduzione della schiavitù. Al rappresentante della Francia il presidente statunitense assicura: “Niente sarà più facile che rifornire di ogni cosa il vostro esercito e la vostra flotta e ridurre Touissant alla morte per inedia”».

Siamo agli inizi dell’Ottocento ed il destino di Haiti sembra già segnato dalla vicinanza degli Stati Uniti. Negli anni che seguirono all’indipendenza l’ostracismo delle potenze schiaviste condannò Haiti al pagamento di ingentissimi danni alla Francia, che in questo modo riconquistò il controllo della finanza dell’ex colonia. Ma Haiti fu messa in un angolo perfino da Bolivar che, divenuto presidente della Grande Colombia, si rifiutò di riconoscere il paese caraibico perché «fomentava il conflitto razziale».

Con la guerra civile americana, Haiti diventò un luogo dove indirizzare i neri indotti a lasciare gli USA.
Se tra il 1849 ed il 1913 unità navali americane entrarono ben 24 volte nelle acque territoriali haitiane «per proteggere vite e proprietà americane» –  giusto per far capire chi stesse prendendo il sopravvento nell’area caraibica – è nel 1915 che gli Stati Uniti occupano direttamente il paese. Un’occupazione che porterà alla violenta repressione delle rivolte, provocando la morte di migliaia di neri. Un’occupazione che troverà una forte resistenza nella guerriglia dei Cacos, nei confronti della quale gli americani reagiranno creando una Guardia Nazionale, che diventerà poi l’Armée d’Haiti, secondo un modello che viene ancora oggi applicato (basti pensare all’esercito di Karzai in Afghanistan). Per distruggere la guerriglia gli occupanti si servirono dell’aviazione, utilizzata per la prima volta in azioni coordinate con le truppe terrestri. Ma si servirono soprattutto delle stragi e delle esecuzioni sommarie.
Ma gli americani, dopo che i marines avevano sciolto l’assemblea Nazionale, vollero imporre anche una loro costituzione (come non ricordare le recenti vicende dell’Iraq!), che venne scritta nientemeno che dal futuro presidente Franklin Delano Roosevelt. Questa costituzione, redatta da un personaggio spesso evocato in positivo dalla cosiddetta “sinistra” italiana, reintrodusse il sistema feudale della corvée, applicandolo (ecco il progressismo roosveltiano!) a tutta la popolazione, non solo ai neri.
L’occupazione americana si appoggiò sulle minoranze collaborazioniste, rafforzando così le gerarchie razziali e di classe che affondavano le radici nel colonialismo francese.

Le truppe statunitensi se ne andarono nel 1934, ma solo dopo aver creato le premesse di un dominio totale sugli affari del paese. E’ in questo quadro di dipendenza assoluta che, nel 1956, arriva al potere “Papa Doc” Duvalier, le cui squadracce personali – i Tontons Macoutes, nome derivato dallo spauracchio di una fiaba locale – terrorizzeranno Haiti negli anni a venire.
Nel 1971, con la morte di Papa Doc, il potere dei Duvalier passa al figlio Jean-Claude, soprannominato Baby Doc, che resterà alla presidenza fino al 1986, quando una rivolta popolare costringerà il dittatore e la sua dannata famiglia a riparare verso l’esilio dorato in Costa Azzurra.
La dittatura dei Duvalier, oltre che per la sua spietatezza, è passata alla storia per la sua leggendaria corruzione. Ma dittatura, spietatezza e corruzione ebbero sempre la benedizione della Casa Bianca.

Nel 1986 Washington giunse invece alla convinzione di dover cambiare strada. Fu uno di quei cambiamenti, tipici del pragmatismo statunitense, che tanto piacciono ai creduloni di casa nostra che riescono sempre a vedervi il trasporto americano per la “democrazia”.
In realtà (riprendiamo dal già citato Archivio Chomsky) la verità veniva cosi spiattellata agli inizi del 1987 dal Wall Street Journal:

«Un funzionario dell'Amministrazione ha dichiarato che, alla fine dello scorso anno, la Casa Bianca era giunta alla conclusione, in seguito a manifestazioni di dimensioni mai viste prima di allora, che il regime stava andando in pezzi... Gli analisti Usa sapevano bene che gli stessi circoli dominanti ad Haiti avevano perso fiducia nel trentaquattrenne presidente a vita. E così i funzionari statunitensi, a partire dal segretario di Stato George Shultz, cominciarono a parlare apertamente di una 'democratizzazione' di Haiti».

Dopo vicende assai confuse, ma sempre pilotate da Washington, nel 1990 le elezioni presidenziali vennero invece vinte da Jean-Bertrand Aristide, un prete che faceva riferimento alla teologia della liberazione e che parlava di «potere ai poveri».
Fu un momento di vera speranza per gli haitiani. Una speranza che durò poco. Nel 1991 Aristide fu deposto da un golpe militare, e quando venne fatto rientrare nel 1994 si capì ben presto a quali condizioni Clinton aveva subordinato il suo rimpatrio.
Queste condizioni, dettate da un piano del Fondo monetario internazionale, prevedevano la svendita delle compagnie di Stato: la società telefonica, quella elettrica, il porto, tre banche e l’industria del cemento e della farina. I padroni nordamericani avevano così neutralizzato il «pericolo Aristide».
In questo modo Aristide poté tornare alla presidenza, alternandosi con René Preval (tuttora al potere), fino a quando nel 2004 l’«alternanza» prese di nuovo la forma di un golpe – questa volta mascherato da rivolta della «società civile». Nella notte fra il 28 ed il 29 febbraio 2004 militari statunitensi fanno salire Aristide – evidentemente tornato di nuovo «scomodo» ai padroni nord-americani – su un aereo che lo porta in esilio in Sudafrica. Contemporaneamente i marines, seguiti da unità dell’esercito francese, prendono il controllo di Haiti, fino a quando il 1° giugno arriva nel paese – anche qui seguendo uno schema ormai super-collaudato – la forza multinazionale dell’ONU guidata, giusto per dare un po’ meno nell’occhio, dal Brasile.

A questo colpo di Stato seguì la solita sanguinosa repressione. Solo nel primo anno dopo il golpe si parla dell’uccisione di circa tremila haitiani, di cui mille oppositori politici appartenenti per lo più al partito Fanmi Lavalas, il partito di Aristide.
Da notare che i membri del governo instaurato da Washington, seppure di origini haitiane, hanno quasi tutti vissuto e studiato negli Stati Uniti. Ma la cosiddetta «stabilizzazione» – anche nel 2008 vi fu una rivolta, repressa nel sangue, per l’aumento del prezzo del riso – fu possibile solo grazie all’azione del contingente ONU, di fatto una vera e propria forza di occupazione.


Oggi i geologi ci parlano giustamente delle placche che hanno generato il sisma del 12 gennaio, ma per capire il dramma del popolo di Haiti – anche quello immediato fatto di morte e distruzione, ma pure di fame, violenza e malattie – è bene soffermarsi a riflettere sulla storia di questo disgraziato paese. Disgraziato non per il «patto con il diavolo» evocato da un noto telepredicatore reazionario americano (il pastore evangelico Pat Robertson), ma per le concrete forze storiche che l’hanno oppresso per 500 anni.
Prima l’annientamento degli indigeni, poi lo schiavismo e lo sfruttamento coloniale, infine il dominio americano esercitato con tutti i mezzi possibili e immaginabili.
Ricordiamoci di tutto ciò di fronte alle scene di dolore diffuse dalla tv. Ricordiamoci che quel dolore non è solo conseguenza di un terribile terremoto. Un terremoto che, tra le altre conseguenze, ha avuto anche quella di riportare ad Haiti i marines...

 

 

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