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Internazionalismo e rivoluzione delle masse in India: intervista con G.N. Saibaba

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In vista della Conferenza Internazionale di Solidarietà alla guerra popolare in India, che si terrà ad Amburgo il prossimo 24 novembre, pubblichiamo una interessante intervista di Indiensolidaritet  al segretario del Fronte Rivoluzionario Democratico dell’India prof. G.N. Saibaba (foto), raccolta a Varberg, in Svezia, lo scorso aprile e recentemente pubblicata in revolutionaryfrontlines.wordpress.com.


Intervista con G.N. Saibaba

Indiensolidaritet (I): Puoi dire qualcosa sul lavoro politico che svolgi in India?

Saibaba (S): Lavoro per un organizzazione chiamata Fronte Rivoluzionario Democratico (RDF). Si tratta di una federazione di organizzazioni rivoluzionarie di massa attive fra diverse classi oppresse e vari settori della società indiana. Studenti rivoluzionari e organizzazioni giovanili, organizzazioni rivoluzionarie di contadini e lavoratori, organizzazioni rivoluzionarie culturali, anche organizzazioni femminili di diverse regioni dell’India fanno parte del RDF. Quindi l’RDF è una vasta rete di organizzazioni rivoluzionarie che raggiunge tutti i settori e strati della società.

A partire dal 2009, ha avuto inizio l’Operazione Caccia Verde, la guerra genocida dello stato indiano contro i più poveri dei poveri dell’India. Tutti noi nella nostra organizzazione lavoriamo con altri partiti, gruppi, organizzazioni democratiche e singoli individui per levare la nostra voce collettivamente e unitariamente contro l’attuale assalto militare e la campagna di sterminio contro il popolo dell’India. Vediamo questa massiccia operazione militare come una prosecuzione, come l’ultima arrivata nella guerra condotta dalle classi dominanti contro il popolo del subcontinente negli ultimi decenni in Kashmir, nel Nord Est, nel Punjab, e adesso nell’India centrale ed orientale. Quindi abbiamo un livello di lotte basilari del popolo, mentre ad un altro stiamo lavorando insieme ad una vasta rete di forze politiche e stiamo realizzando una campagna contro le politiche antipopolari dello stato indiano, soprattutto contro l’Operazione Caccia Verde.


I: A nostro modo di vedere, in Europa in merito alla solidarietà ci sono due linee. Una cerca di aggregare la gente su basi antimperialiste ed antifeudali, un’altra è più focalizzata sul Maoismo. Che ne pensi?

S: Sì, c’è questa percezione e la comprensione di come sviluppare il movimento di solidarietà per i popoli, le lotte ed in particolare contro l’attacco militare al popolo che sta avanzando in India. Posso vedere  che ci sono ampi settori che pensano che è più importante concentrarsi su larghe fasce del popolo dell’India e sul più largo confronto, per informare il mondo fuori dall’India. C’è un’altro gruppo di organizzazioni che ritiene che l’attuale campagna dello stato indiano mira ai rivoluzionari dell’India e che dunque i rivoluzionari andrebbero sostenuti direttamente. La cosa importante oggi è che il popolo dell’India, i più poveri fra i poveri, l’80% del paese che vive un’esistenza estremamente pericolosa, ora attendono un cambiamento fondamentale delle loro vite. La parte più povera dell’umanità nel mondo dunque sta conducendo in India una lotta di sfida, sotto la dirigenza dei rivoluzionari Maoisti. Quindi se si considera il quadro più ampio di ciò che sta accadendo in India, si può vedere che si tratta di una grande resistenza contro il saccheggio della terra e delle risorse minerarie da parte del settore imprenditoriale. Il capitale monopolistico, nella sua disperazione, per dominare le risorse del mondo vorrebbe superare la sua crisi sfruttando le materie prime a buon mercato, in India e in altri paesi oppressi. Si tratta del tentativo degli imperialisti, del capitale monopolistico su scala mondiale, di trasferire il peso della crisi economica sulle spalle dei più poveri fra i poveri in India.

La cacciata della gente dalle proprie case e terre è divenuta una prassi tipica delle grandi imprese sostenute dal governo per appropriarsi di preziose  risorse minerarie il cui valore è stimato in diversi miliardi di dollari. Così il movimento di resistenza è costituito dagli indigeni, dai più poveri fra i poveri e dai milioni di milioni di dannati della terra. Per schiacciare questo movimento e ridurre al silenzio tutta la popolazione, il governo indiano ha inviato più di 250.000 uomini armati in queste regioni, sostenuti dalle forze aeree e navali. Si comprende quindi l’importanza della lotta. Ovviamente le forze rivoluzionarie sono coinvolte. Lavorano in queste zone e organizzano la gente, ma la questione è molto più grande. Si tratta di una lotta antimperialista del popolo, guidato dai Maoisti rivoluzionari. Questa questione è più grande perchè tale resistenza esiste non solo nelle zone centrali ed orientali dell’India dove il movimento Maoista ha una forte presenza, ma si estende in ogni parte dell’India, anche laddove non ci sono i Maoisti.

Quindi, a nostro avviso, dobbiamo tener conto di questa lotta antimperialista nel suo complesso. Dobbiamo riconoscere che si tratta di una più vasta lotta del popolo dell’India, che non è guidato dai rivoluzionari di tutto il mondo semplicemente perché essi non esistono in altre parti. Così la solidarietà internazionale dovrebbe andare al movimento intero.
L’altro settore di gente che avverte che il movimento rivoluzionario è un bersaglio, non sbaglia nella sua percezione. Sì, il movimento rivoluzionario è un bersaglio dell’attacco. Infatti il primo ministro indiano lo ha definito “la più grande minaccia alla sicurezza interna” nel lontano 2005, rispecchiando l’intenzione delle classi dominanti di metter fine a tale movimento. Ma la cosa importante è riconoscere che la lotta antifeudale ed antimperialista che attraversa l’India intera e il movimento rivoluzionario esistente in una considerevole parte del paese sono correlati. Non possiamo separarli. La più ampia lotta antimperialista ed antifeudale è molto importante e non dobbiamo perderla di vista. Dobbiamo restare solidali con questa lotta di tutto il popolo dell’India. Le classi dominanti indiane hanno pianificato molti genocidi e massacri, ma il popolo ha resistito con successo fino ad ora con il coordinamento e la lotta collettiva, non consentendo a nessuna di queste grandi imprese di intromettersi ed assumere il controllo delle sue terre e risorse.

Così in India percepiamo che sostenere la lotta antimperialista ed antifeudale del popolo significa anche dar sostegno al movimento rivoluzionario. Dunque non abbiamo bisogno e non dobbiamo dividere questi due elementi e dar sostegno solo ai rivoluzionari, come se essi esistessero al di fuori e distintamente da questa lotta. La lotta rivoluzionaria in India è una componente della più grande lotta antimperialista ed antifeudale del subcontinente.


I: Come possiamo supportare la lotta popolare contro lo sfruttamento in generale e contro l’Operazione Caccia Verde in particolare?


S: Innanzitutto dovrò fornire un più ampio quadro dell’attuale situazione in India e per questo occorre una illustrazione più lunga. L’Operazione Caccia Verde è una campagna militare contro il popolo dell’India altamente orchestrata e ben pianificata. Questa operazione è plasmata dallo stato indiano e dalle forze imperialiste guidate dagli Stati Uniti secondo la linea di quella che fu chiamata Caccia Rossa nel XVIII secolo in Nord America. Attraverso la campagna Caccia Rossa, in quel continente la terra dei popoli indigeni tribali venne usurpata e presa con la violenza dagli esploratori ed invasori europei. Essi inoltre pianificarono ed eseguirono la sistematica eliminazione delle tribù degli Indiani Rossi, che scelsero di resistere a questo genocidio. La storia degli Stati Uniti ci racconta che questo processo di sterminio di una intera popolazione di indigeni in Nord America fu definita Caccia Rossa. Gli invasori europei pensavano che un indiano buono è un indiano morto. Gli indiani rossi dovevano essere annientati per fondare il paese chiamato Stati Uniti. Non c’era posto per i popoli tribali nel Nuovo Mondo creato dagli esploratori coloniali venuti dall’Europa. Così il paese chiamato Stati Uniti fu costruito sui cadaveri degli Indiani Rossi.

Lo stesso concetto di annientamento e sterminio funziona in questa campagna militare chiamata Operazione Caccia Verde. Le classi dominanti dell’India la chiamano così per due ragioni. In primo luogo, gli esperti militari, gli strateghi e gli autori che sono sul libro paga dello stato indiano ci dicono che la caccia, o in termini più politici la guerra dello stato indiano contro il popolo, ha luogo nelle regioni più verdi del subcontinente indiano. L’India centrale e quella orientale hanno alte colline e foreste estese, e sono una delle aree più verdi del subcontinente. Sotto il profilo delle tematiche ambientali, possiamo chiamare queste zone i polmoni della terra. L’ecosistema di queste regioni, costituito da montagne, foreste, fiumi, minerali, è un’ecologia vulnerabile: sostiene la vita sulla terra ed in tal senso è il protettore di tutti noi. Questa è una delle rarissime zone del mondo ancora rimasta intatta da imperialismo e capitalismo e dunque è molto importante per la nostra sopravvivenza e quella della terra. Così è in questa regione verde che l’Operazione Caccia Verde è in corso. Se avesse successo, è ipotizzabile che questa operazione trasformerà il verde in sterilità. Cacciando con la forza o sterminando le popolazioni tribali, e favorendo successivamente l’ingresso di grandi imprese multinazionali, private o del governo, questa guerra distruggerà i nostri stessi polmoni e minaccerà la nostra stessa esistenza. E così è ben immaginabile la natura autodistruttiva di questa Caccia verde.

In secondo luogo, ad un altro livello, gli analisti della sicurezza sostengono che l’Operazione Caccia Verde è così nominata perché i combattenti rivoluzionari indossano uniformi verde oliva e sono i bersagli di tale caccia. Ma questo modo di pensare riflette proprio lo stesso retroterra ideologico della Caccia Rossa del XVIII secolo negli Stati Uniti. E’ interessante notare che nel settembre – ottobre 2009 uno dei ministri del governo indiano che dirige questa Caccia Verde andò in Afghanistan e negli Stati Uniti, e subito dopo il suo rientro annunciò questa Operazione Caccia Verde. Egli non la definì esplicitamente come Operazione Caccia Verde. Disse che si trattava di un’operazione paramilitare. In seguito lo stesso ministro negò l’esistenza di qualcosa chiamato Operazione Caccia Verde. Ma ufficiali di livello più basso in ogni regione in cui l’operazione viene condotta hanno smascherato la sua bugia con frequenti riferimenti all’Operazione Caccia Verde. Il governo dell’India ancora la nega, affermando che tale Operazione non esiste. La ragione di questa negazione non è difficile da capire. Nel 2009 quando il ministro dell’Interno indiano annunciò questa operazione, ci fu una massiccia protesta di forze intellettuali e democratiche di tutta l’India. Essi hanno immediatamente ritirato la definizione, anche se l’operazione è proseguita da allora ad oggi con sempre maggiore intensità in diverse parti dell’India.

Comunque la somiglianza fra l’Operazione Caccia Verde dell’India e la Caccia Rossa degli Stati Uniti va ben oltre il nome. Sono molto simili per intenzioni, scopi e intensità. La “Guerra di  Chidambaram” (Il ministro dell’Interno), un saggio di Arundhati Roy, descrive come l’Operazione Caccia Verde abbia tre obiettivi: 1) Occupare; 2) Dominare; 3) Persistere. Se vai nel sito web del ministero dell’Interno dell’India puoi leggere queste parole. E’ interessante notare che questa è la stessa terminologia che gli Stati Uniti stanno utilizzando per illustrare la loro strategia in Afghanistan. Non ha importanza che lo stato indiano riconosca o neghi la definizione o la guerra che sta conducendo contro il popolo, perchè la guerra è lì sul terreno. E tutto il popolo dell’India la chiama Operazione Caccia Verde.

Possiamo intendere l’Operazione Caccia Verde come una “guerra contro il popolo dell’India”, e questo è l’obiettivo principale della campagna. Le classi dominanti possono giocare molto con le parole, ma la verità è che si tratta di una “guerra contro il popolo dell’India”. Cosa c’è intorno a questa guerra? Gli Stati Uniti e gli altri imperialisti dell’Unione Europea hanno inviato forze militari in Iraq, Afghanistan, Libia e altri luoghi e stanno combattendo guerre imperialiste di occupazione contro i popoli di questi paesi. Anche in India gli imperialisti hanno gli stessi disegni che in Afghanistan, Iraq e altrove, e cioè impadronirsi di tutte le risorse naturali: gas naturale, petrolio, bauxite, carbone o ogni altra risorsa disponibile. Essi non hanno ancora inviato le loro forze militari in India, anche se stanno aiutando il governo indiano con strateghi militari, generali dell’esercito, input di intelligence, armi, apparecchiature di sorveglianza e così via.

Questi guerrafondai imperialisti pensano che di queste risorse, che appartengono al popolo dell’India, possano appropriarsi senza essere direttamente coinvolti nella guerra. Questo avviene perché i governanti indiani sono del tutto asserviti alle potenze imperialiste e stanno combattendo questa guerra per conto degli imperialisti. Il governo indiano sta combattendo una guerra per gli imperialisti statunitensi, europei ed altri, usando l’esercito dell’India e i paramilitari dell’India. I servili governanti indiani stanno mandando il nostro esercito contro il nostro popolo. Gli imperialisti pianificano e conducono questa guerra in India stando semplicemente seduti nei loro paesi, mettendola in atto attraverso il governo indiano che conduce la loro guerra. Questa è la vera natura dell’imperialismo dall’inizio del XX secolo. Anche il governo indiano, i governanti del paese e le grandi imprese dell’India suonano con entusiasmo la musica degli imperialisti, con la speranza di guadagnare qualche briciola come bottino di guerra. E’ una vergogna per tutti noi cittadini dell’India vedere che le forze militari e paramilitari del nostro stesso paese, che si suppone siano usate per proteggere la “sovranità” indiana e la libertà del popolo indiano, vengano usate per svendere completamente la nostra “sovranità” e per uccidere a milioni la nostra gente con genocidi e massacri.

Così è una cosa strana per la gente della nostra parte del mondo, ma questa è oggi la realtà. Vorrei dire che la campagna per i più poveri fra i poveri in India, che stanno combattendo e resistendo all’assalto imperialista, è importante per le genti di tutto il mondo, perché la lotta della gente povera indiana non è solo per difendere se stessa. E’ contro l’imperialismo e contro il monopolio della borghesia. La vostra lotta contro il capitale monopolistico e la nostra contro i suoi lacchè in India possono costruire solidarietà e unirsi per salvare l’umanità stessa. Questa non è una lotta per salvare un popolo o un particolare paese, ma per salvare l’umanità e la intera terra, l’unico luogo conosciuto per l’esistenza umana che viene minacciato dal capitale monopolistico. Quindi abbiamo un più grande motivo per l’unità e un più largo terreno per la solidarietà. Non dobbiamo vedere i confini nazionali come barriere alla nostra comune lotta, in quanto oggi è in gioco la questione della distruzione della natura, delle risorse naturali e delle genti del mondo. Pertanto la solidarietà oltre i confini e la costruzione di una lotta comune è la necessità del momento per la comunità internazionale delle forze democratiche.


I: Che valore ha questo lavoro di solidarietà per le lotte popolari e per il governo indiano?


S: Il movimento di solidarietà per le lotte popolari indiane che va costruito a livello internazionale è molto importante e ha oggi lo stesso significato che ebbe il movimento di solidarietà al popolo del Vietnam negli anni ’60 e ’70 e quello per i popoli di Iraq e Afghanistan negli ultimi decenni. La guerra del governo indiano contro il popolo è progettata su vasta scala e implica  genocidi pianificati con cura delle genti indigene dell’India, che formano una popolazione più grande di quella di Germania e Svezia messe insieme. E’ il popolo indigeno dell’India orientale, gli adivasi, che è preso di mira dai governanti indiani, con la fattiva collaborazione delle potenze imperialiste e del settore delle grandi imprese. Le maggiori fra le grandi aziende europee e statunitensi hanno forti interessi in questa area. Ma sanno che i loro interessi non saranno soddisfatti, senza che la popolazione, centinaia di milioni di persone, sia allontanata dalle sue terre ancestrali. Non a caso, queste zone sono anche le aree che oggi figurano fra quelle con più forti lotte di resistenza.

Questa massiccia guerra degli imperialisti e dei governanti indiani contro il popolo minaccia di massacrare queste persone, e come democratici del mondo non possiamo permettere che ciò accada. Nei secoli XVII, XVIII e XIX la borghesia europea eliminò milioni di indigeni dell’Africa, del Nord e del Sud America, dell’Australia e della Nuova Zelanda. Ciò allora potè accadere perché una solidarietà internazionale di forze democratiche mancava o era estremamente debole. Ma adesso, almeno dai tempi della seconda guerra mondiale, c’è una solidarietà democratica consapevole, che alzò con efficacia la sua voce contro la Guerra Americana in Vietnam. Il movimento sostenne la resistenza democratica contro la campagna militare statunitense e lanciò diverse campagne che aiutarono il popolo vietnamita ad acquisire forza e fiducia. Allo stesso modo, oggi una campagna internazionale rafforzerà la lotta di resistenza delle genti dell’India e darà loro fiducia. Esse vorrebbero esser certe che le voci democratiche del mondo stanno con loro e che il popolo indiano non è solo nella sua lotta contro l’imperialismo e il feudalesimo e per edificare una nuova società. In effetti, una nuova società sta già prendendo forma in queste zone di lotta in India ed è nostro dovere informarne il mondo intero. E’ dunque questa l’importanza della campagna internazionale di solidarietà. Di questo ha bisogno il popolo indiano e anche le persone della società democratica a livello internazionale. Si tratta di un compito storico delle forze democratiche del mondo per difendere e restare solidali con queste forze combattenti.


I: Puoi dirci qualcosa sul lavoro di solidarietà dal punto di vista del governo indiano? L’esistenza di tale solidarietà lo disturba?


S: Sì, il governo indiano è preoccupato per questa campagna internazionale a favore delle popolazioni che combattono in India. Questo perché la campagna evidenzia bene le dichiarazioni esagerate dello stato indiano: che è una delle più grandi democrazie del mondo, che l’economia del paese sta crescendo più velocemente di altri paesi e che l’India sarà la prossima superpotenza indiana in Asia dopo la Cina, e via dicendo. Tutte queste falsità verranno alla luce una volta che la campagna internazionale esporrà la verità: che l’India in realtà non è uno stato democratico ma autocratico e totalitario. Non consente il dissenso democratico e non c’è alcuna democrazia interna. E anche la cosiddetta crescita economica in India avviene a spese di milioni di persone. Oggi in India l’80% della popolazione vive in un anno, in media, con meno di mezzo dollaro al giorno. Il che è peggio di un’economia di sussistenza: con mezzo dollaro al giorno non si può neppure prendere qualcosa per mangiare e sopravvivere. In altre parole, la qualità della vita della grande maggioranza del popolo indiano è peggiore di quella delle popolazioni subsariane, con la differenza che la popolazione in India è cento volte di più di quella dei paesi subsariani messi insieme.

Si può dire che, invece di avere la più grande democrazia del mondo, l’India ha la più grande popolazione colpita da povertà, sfruttamento e oppressione.
Quindi il governo dell’India è già preoccupato per la campagna internazionale di solidarietà che è capace di mostrare la realtà che esso vuole nascondere al mondo. Quando la campagna internazionale prenderà forma e parlerà a voce alta, sarà molto difficile per il governo indiano insistere con la bugia che l’India è uno stato democratico. La storia della crescita dell’India è come la storia delle economie coloniali, che sono cresciute sullo sfruttamento interno ed estero. Questo tasso di crescita è molto vulnerabile, dato che è sostenuto con lo sfruttamento, la soppressione e il massacro di grandi masse di persone a vantaggio di una piccola minoranza. Questa crescita economica è inumana e precaria, dal momento che  solo poche famiglie in India ne stanno raccogliendo i benefici, mentre la maggior parte del popolo ne deve fronteggiare gravemente il peso. E queste realtà ora verranno fuori. I media occidentali non fanno emergere queste verità di fronte alla comunità internazionale. Il governo indiano reprime una tale informazione e anche agli imperialisti piace mettere in luce l’India come un’ economia in via di sviluppo o come destinazione per investimenti lucrosi.

Gli imperialisti non vogliono che fatti e verità dell’India vengano fuori. Solo la campagna internazionale può far emergere questi fatti ed esporli davanti alla comunità internazionale.


I: Hai detto prima che il governo indiano sarà più cauto nelle sue campagne genocide se ci sarà una larga opinione pubblica al corrente di ciò che sta avvenendo realmente in India, dietro a tutte queste bugie.

S: Sì, la campagna internazionale e le vostre voci contro la guerra genocida in India hanno costretto il governo a ripensare la sua campagna genocida. Questo è già iniziato a succedere. Per esempio, una serie di manifestazioni di protesta presso le ambasciate indiane in diversi paesi in Europa, negli Stati Uniti ed in Sud America mettono pressione al governo indiano.

All’inizio, nel 2009, il governo dell’India progettò di completare la guerra contro il popolo entro tre anni. La volontà era quella di cacciare la gente da decine di migliaia di villaggi in tre anni con l’uso dell’esercito, dei paramilitari e di altre forze di coercizione. Ma la campagna in India e all’estero, soprattutto quella internazionale, ha costretto il governo indiano a procedere lentamente nei suoi piani. Anche se il governo indiano ha proceduto con la sua dislocazione, ha rallentato la campagna militare e durante questi tre anni la resistenza popolare ha avuto tempo prezioso per consolidare e costruire la sua difesa e guadagnare più forza. Di conseguenza l’attuazione della campagna militare negli ultimi tre anni è divenuta molto più difficile per il governo. La resistenza in questo periodo è cresciuta e si è estesa, e perciò la campagna internazionale ha un impatto diretto sulle popolazioni che resistono.

Inoltre la gente ha acquisito fiducia e forza. Un altro esempio che ricordo è il seguente: lo scorso marzo il governo ha dichiarato in parlamento che la campagna intrapresa da alcune organizzazioni in India e all’estero ha ritratto il governo dell’India in una luce cattiva e che non c’è alcuna guerra contro il popolo. Questa è stata definita una falsa propaganda per macchiare l’immagine del governo. Ciò evidenzia che il governo dell’India non è  riuscito neutralizzare la nostra campagna internazionale collettiva ed è costretto a qualificarla come falsa campagna di propaganda.

Funzionari del governo dicono in parlamento che in realtà la campagna ha smascherato il governo dell’India. Ciò mostra che il governo è preoccupato per il mantenimento della sua immagine, che avverte messa a rischio a causa della campagna. La effettiva rilevanza della campagna internazionale ha iniziato a farsi sentire presso lo stesso governo indiano. Dunque la campagna internazionale favorisce la gente e protegge il movimento popolare. E’ una specie di eredità per i popoli del mondo.


I: Fra tutte le lotte che sosteniamo, il movimento Naxalita è molto importante. Quale è il Movimento Naxalita di oggi?

S
: Puoi conoscere la storia del movimento Naxalita. La prima ribellione armata del popolo tribale nel periodo successivo al 1947 ha avuto luogo nel villaggio di Naxalbari nel Bengala del Nord nel 1967. Questo fatto aprì una nuova arena della lotta di classe e venne conosciuto come il movimento Naxalita. Una caratteristica importante di questo movimento è che si tratta di una ribellione contadina armata guidata dal proletariato. E’ principalmente una rivoluzione agraria, simile a quella che avvenne in Cina negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso.

La lotta che partì da Naxalbari ha ispirato la gioventù, gli intellettuali e i lavoratori dell’India in ogni parte del paese, perché essi hanno compreso che ogni tipo di lotta in India deve basarsi su i contadini, che costituiscono la grande maggioranza della popolazione. Subito dopo il 1967 il governo indiano inviò il suo esercito per reprimere e schiacciare del tutto quel movimento di Naxalbari. Ma movimenti di ispirazione Naxalita sorsero ovunque in tutta l’India negli anni ’70 e ’80. In 600 regioni in India essi si modellarono sulla rivolta di Naxalbari, e oggi il movimento rivoluzionario armato che avanza in vaste parti  delle campagne è una continuazione della sollevazione di Naxalbari.

Naxalbari ha dato al popolo indiano una visione e un futuro modello di lotta che corre lungo l’asse della rivoluzione agraria: la comprensione del fatto che la rivoluzione agraria libererà la grande maggioranza della popolazione seguendo l’ideologia proletaria del Marxismo–Leninismo–Maoismo, che si è poi diffusa fra le masse con il nome di Maoismo.

Quindi, se sei un ricercatore appassionato della storia di tutte le lotte popolari del subcontinente a partire dal 1947, dopo la repressione della rivolta di Naxalbari, dalla fine degli anni ’60, la tendenza predominante delle lotte popolari è il percorso di Naxalbari. Questo è lo slogan che puoi vedere in ogni strada, su ogni muro negli ultimi 40 anni. Questa è la scritta sul muro del subcontinente, a dispetto di tutti i grandi tentativi fatti dagli storici indiani e dell’Europa Occidentale per non far scrivere  questo fatto nella storia. Non c’è dubbio: la posizione ideologica e la traiettoria del movimento rivoluzionario indiano sono state plasmate dal movimento di Naxalbari. Oggi le grandi zone dell’India rurale sono preda dell’ideologia di Naxalbari, una svolta rivoluzionaria che giustamente fu definita dalla Cina guidata da Mao “Tuono di primavera in India”. Il Tuono di primavera continua e questa è la linea fondamentale della lotta in India e oggi costituisce il più grande movimento rivoluzionario di resistenza in India, anche se ciò si è verificato con alti e bassi colossali.


I: Da quanto ho capito, ci sono diversi partiti e gruppi che possono definirsi appartenenti al movimento Naxalita. Quanti sono?


S: Negli anni ‘70 ci furono sollevazioni di massa in circa 600 luoghi, in seguito ad una scissione del movimento comunista in India. Il movimento comunista unitario rappresentato dal Partito Comunista dell’India (CPI) si divise nel CPI e nel CPI (Marxista) nel 1964. Nel 1968 il CPI (Marxista) si scisse ulteriormente e fu costituito il CPI (Marxista–Leninista) sotto la dirigenza di Charu Mazumdar. Ma nel decennio dei ’70 il movimento Marxista–Leninista si è suddiviso in diverse parti, per divergenze in merito al modo di condurre la lotta rivoluzionaria, all’atteggiamento nei confronti del parlamento indiano, delle potenze imperialiste e delle classi dominanti indiane. La scissione del partito Marxista–Leninista e del movimento in piccole fazioni è stata la tendenza dominante negli anni ’70. Ma il decennio successivo ha visto il consolidamento dei principali partiti Marxisti–Leninisti in regioni importanti del paese. La formazione di partiti più grandi si è verificata in questo periodo. Si possono individuare tre filoni nella costituzione del partito: il partito nel sud dell’India si chiamò Partito Comunista dell’India - CPI (ML) (Guerra popolare), mentre nel nord dell’India emersero due partiti, il Centro Maoista Comunista (MCC) e il Partito Comunista dell’India – CPI (ML) Partito dell’Unità.

Questi tre partiti lavoravano in tre diverse aree, isolati l’uno dall’altro e senza che nessuno sapesse molto dell’altro. Ma hanno ampliato notevolmente le zone rivoluzionarie e in seguito si sono riuniti.
Ma ci sono altri partiti ML che non ritengono di intraprendere ora la lotta armata, ma solo più tardi nell’evoluzione della lotta. Ciò può esser concepito come Teoria di Fase, su cui molti partiti rivoluzionari in India concordano. Secondo tale teoria, nella prima fase bisogna preparare le masse con lotte di resistenza di massa aperte e legali. Nella seconda fase si completa l’organizzazione clandestina del movimento, mentre nella terza si dà inizio alla lotta armata. Anche se questi partiti inizialmente avevano ampie basi di massa, a causa della loro errata concezione sono divenuti sempre più piccoli. Questa Teoria di Fase non ha funzionato.

Ma il primo dei tre partiti rivoluzionari che ho menzionato ha iniziato subito la lotta armata, poiché non credeva nella rivoluzione per fasi. La sua analisi era che nella società indiana già esisteva una situazione rivoluzionaria e che la gente poteva venir organizzata per un movimento armato. Anche essi hanno creduto e capito che forme di lotta armata precedono la loro stessa esistenza. Quindi hanno dovuto guidarle ponendo al centro l’ideologia Marxista–Leninista–Maoista. Ed hanno avuto successo, mentre i restanti gruppi sono diventati più deboli e lontani dalle masse oppresse. Le classi rivoluzionarie e  singoli individui si sono uniti in più grandi gruppi rivoluzionari e tali gruppi nel tempo si sono ingranditi.

Dall’altra parte, quei gruppi che ritenevano di dover diffondere le idee rivoluzionarie andando in Parlamento, o che credevano di dover iniziare la lotta armata molto più tardi, non hanno potuto far avanzare il movimento rivoluzionario. Sono rimasti per 40 anni nella stessa fase preparatoria e adesso sono le forze più piccole, quasi inesistenti, e rinunciano perfino al loro carattere di forze rivoluzionarie.
Invece quelle che fin dall’inizio hanno creduto che la Teoria di Fase è sbagliata, che il Parlamento indiano non ha alcuna rilevanza nel paese e che la lotta popolare può e deve iniziare con la lotta armata, sono divenute le forze rivoluzionarie più grandi. Hanno unito le mani e si sono fuse nel 2004 per diventare il Partito Comunista dell’India – CPI (Maoista), la più grande e la più formidabile forza rivoluzionaria in India.

Esistono ancora una decina di più piccoli partiti ML, ma non hanno alcuna rilevanza visto che non guidano alcuna lotta importante: così esistono soprattutto solo sulla carta. Una di queste organizzazioni si chiama CPI (ML) Liberazione e ha partecipato alle elezioni parlamentari in talune zone del paese. Il popolo considera questo un gruppo revisionista, come il CPI e il CPI (M), che non hanno contenuto o rilevanza rivoluzionaria.
Dall’altro lato, il CPI (Maoista) è emerso come l’unico grande Partito Marxista–Leninista–Maoista del Paese, dopo l’unione di tutte le forze rivoluzionarie in India. Il movimento che guida è ancora chiamato Naxalita, perché le sue origini si trovano nel villaggio di Naxalbari.


I: Va bene, ma ho sentito che ci sono partiti denominati CPI (Naxalbari) e CPI (ML) (Janashakti), che esistono e che alcuni definiscono progressisti.


S: Come ho detto, ci sono circa 10 partiti compreso il CPI (Naxalbari), che è un piccolo gruppo con spirito rivoluzionario. Essi non hanno seguito la china di altri gruppi parlamentari Marxisti– Leninisti e sono più vicini al CPI (Maoista) di altri gruppi ML revisionisti. Analogamente, altri due o tre partiti molto piccoli con contenuto rivoluzionario sono molto vicini al CPI (Maoista).

Ma i restanti partiti, CPI (ML) Nuova Democrazia, CPI (ML) Kanu Sanyal e alcuni meno noti chiamati CPI (ML) Comitato Provvisorio, CPI (ML) Secondo Comitato Centrale etc. hanno perso ogni contenuto rivoluzionario e somigliano più o meno ai partiti revisionisti. E’ difficile che abbiano una qualche influenza fra la gente.


I: Stiamo usando la bandiera dei Consigli Rivoluzionari Popolari e il suo logo per la nostra organizzazione. Puoi dirci come e dove questa forma di governo popolare si è sviluppata?

S
: I Consigli Rivoluzionari Popolari (RPC) si sono costituiti gradualmente, specialmente nel Bastar, che comprende il sud Chhattisgarh. Ci sono circa alcune migliaia di tali Consigli nel Bastar, e alcuni se ne sono formati in Odisha, Andrah Pradesh, Jharkand e Bihar. Ma nel Bastar i Consigli e i governi popolari si sono sviluppati ad un livello più alto. Anche nelle aree restanti si stanno evolvendo nella stessa direzione. I Consigli nel Bastar sono chiamati “Janatana Sarkars” nel linguaggio locale. “Janatana” significa “del popolo”, mentre “Sarkar” vuol dire “governo”. Nel linguaggio politico della rivoluzione essi sono chiamati Consiglio Rivoluzionari Popolari.

Sono costituiti ed eletti dal popolo con una votazione diretta, in cui il villaggio intero si riunisce in seduta comune ed elegge. Gli elementi della classe dominante nel villaggio non hanno diritto di voto, mentre tutte le persone delle classi oppresse lo hanno. Una volta eletto, il governo popolare agisce come  governo del villaggio, con una serie di commissioni, tipo quella per lo sviluppo, quella per la salute, quella per l’educazione, quella per la sicurezza e la milizia del popolo. Quest’ultima lavora sotto la direzione del governo di villaggio o del Consiglio Rivoluzionario Popolare.

Il governo ha pieno potere politico e lavora per il popolo. Se qualche componente eletto non agisce secondo le aspettative e gli interessi del villaggio e della gente, la costituzione dei Consigli Rivoluzionari Popolari prevede il diritto del popolo di revocare il membro e rieleggerne un altro al suo posto.

I governi popolari o i Consigli promuovono e sviluppano la tecnologia locale nell’industria e nell’agricoltura. Non dipendono dalla tecnologia o dal cosiddetto modello di sviluppo che è stato imposto dagli imperialisti e dall’elite dominante. La stessa idea di sviluppo secondo tecnologie, conoscenze e abilità proprie del popolo è parte di questo esperimento. Lo sforzo dei Consigli è di elevare il livello della gente, la consapevolezza e il livello culturale. La tecnologia che  usano è consona alla consapevolezza e al livello della cultura del popolo, di modo che non c’è alcun sentimento di alienazione fra lavoro e conoscenza. Rifiutano del tutto le tecnologie sviluppate e promosse dagli imperialisti e dalla borghesia compradora, oppressive e fondate sullo sfruttamento. Quindi lo sviluppo sperimentato nei villaggi con i Consigli è basato su un’economia autosufficiente.

Le centinaia e le migliaia di queste commissioni e consigli hanno edificato un’economia autosufficiente fondata sui propri bisogni, sulle proprie risorse e sulle proprie tecnologie. Tutto ciò rappresenta la totale negazione del modello di sviluppo, dipendente dall’imperialismo e dalle sue tecnologie e dai suoi soldi, che fu introdotto dai governanti indiani nel 1947. Lo sfruttamento del nostro paese e delle nostre risorse ha avuto luogo proprio grazie a queste tecnologie e investimenti imperialisti. Le popolazioni rivoluzionarie e i Consigli Rivoluzionari Popolari lo rifiutano del tutto. Così in queste aree dell’India centrale e orientale, dove l’agricoltura veniva sviluppata solo ad un livello rudimentale, il popolo attraverso i Consigli ha sviluppato agricoltura e pesca, un’industria su piccola scala e così via. Il risultato è che per la prima volta nella storia di queste regioni grandi masse di persone sono riuscite a generare un surplus, che socializzano senza permettere che si trasformi in capitale.

I Consigli hanno sistematicamente effettuato la distribuzione della terra fra le genti indigene e altri oppressi, per cui oggi nelle zone governate dai Consigli non ci sono persone senza terra.
I Consigli reinvestono il surplus in coltivazioni agricole collettive, mentre ognuno offre volontariamente il proprio lavoro. Le persone producono i loro raccolti, di cui una porzione è destinata alla riserva comune, sotto supervisione del governo popolare. La restante produzione viene distribuita fra la gente, secondo il bisogno. Il popolo non controlla collettivamente solo la produzione agricola, in quanto i Consigli regolano anche tutte le attività commerciali per garantire uno scambio non fondato sullo sfruttamento. Ma c’è ancora bisogno di beni come le medicine e altri prodotti che i Consigli non producono.

Quindi la produzione in eccesso che resta dopo l’utilizzazione per il villaggio viene immessa nel mercato. L’eccedenza generata nel villaggio è usata per il benessere del villaggio, socializzandola di nuovo. Ma questo è un benessere proveniente da una prospettiva rivoluzionaria, e non ha nulla a che fare con i progetti assistenziali del governo, lanciati solo per tenere sotto controllo il malcontento sociale. L’eccedenza in tal modo prodotta serve il popolo, perchè i Consigli la usano per la sua salute, la sua educazione e altri bisogni, oltre a reinvestirla per lo sviluppo dell’agricoltura e dell’industria, cioè per rivoluzionare ulteriormente la produzione. In tal modo in India è in costruzione una nuova società ad opera della genti più oppresse. Come parte di questo processo, le pratiche culturali reazionarie e feudali sono da un lato in via di eliminazione, mentre dall’altro cultura imperialista e sfruttamento stanno resistendo. I Consigli sono le fondamenta di questa nuova società. Il Movimento rivoluzionario vuole estendere questi Consigli dal livello di villaggio al livello di blocco, e gradualmente un governo più grande sarà costituito a livello di distretto.

Con l’evoluzione dei Consigli Rivoluzionari Popolari in diverse parti dell’India, il potere dei governanti sarà rovesciato e il potere popolare prenderà il loro posto. Il potere popolare sta al centro di questi Consigli Rivoluzionari Popolari. “Tutto il potere al popolo” è lo slogan del movimento rivoluzionario in India, allo stesso modo dello slogan “Tutto il potere ai Soviet” nella Russia rivoluzionaria. I Consigli hanno tutto il potere, il che realizza lo slogan “Tutto il potere al popolo”. Questo è il principio guida con cui operano i Consigli in tutte le sfere della vita sociale nelle regioni rivoluzionarie.


I: Quale è il rapporto fra il partito Maoista e questa nuova forma di governo?


S: Il governo popolare ha al suo centro la commissione del partito. Non è il caso che tutti i componenti di tale governo siano membri del partito, ma una parte di loro lo è. Al momento dell’elezione dei rappresentanti nei Consigli Rivoluzionari Popolari, ci saranno sia membri del partito che non membri. Il partito lavora attraverso queste commissioni di partito nei Consigli. Il Consiglio è come un fronte unito, perché ci sono comunisti, non comunisti e in generale il popolo. Il CPI (Maoista) non crede che i Consigli Rivoluzionari Popolari debbano essere gestiti solo dal partito. In questi Consigli i membri del partito lavorano con la gente comune, che ha saggezza tradizionale e conoscenza della lotta. Come in un fronte unito, nei Consigli le forze del partito Maoista e quelle non di partito avanzano insieme per costituire il governo popolare. I membri del partito eletti al governo operano secondo l’ideologia del partito per sviluppare la coscienza rivoluzionaria fra gli altri membri del Consiglio Rivoluzionario Popolare.


I: Quali sono i rapporti fra l’Esercito Popolare di Guerriglia per la Liberazione (PLGA) e la milizia del popolo? Quest’ultima è la spina dorsale del PLGA?


S: Dal mio studio e comprensione di tale grande movimento, posso dire che la milizia è formata con la partecipazione di un largo numero di persone nei villaggi, ed è quindi  considerata la forza di base. Dietro la milizia opera il PLGA, che dunque dipende molto dalla milizia. La milizia del popolo è la forza di base, mentre il PLGA è il principale esercito rivoluzionario. Ma tutte le esigenze basilari relative alla difesa delle aree rivoluzionarie e del movimento rivoluzionario sono a cura della milizia, perchè numericamente è la forza più grande e deve essere quella principale.

In ogni modo, la crescita della milizia può iniziare solo dopo che il PLGA si è stabilito in una zona. Ma una volta che la milizia del popolo si sviluppa, il PLGA va nelle retrovie. Dopo il PLGA è chiamato solo quando la milizia ha bisogno di rinforzi, altrimenti il PLGA non assume il ruolo principale nella lotta armata. Quindi la prima linea della lotta armata rivoluzionaria è l’esercito del popolo, seguito dal PLGA. Questo è quanto ho capito della nascita e della crescita della milizia in diverse aree dell’India centrale ed orientale nel corso degli ultimi due decenni della storia di questo percorso.


I: Qualcuno potrebbe dire: "Oh, il partito controlla tutto”. Che ne pensi?


S
: Quelli che non sanno come un partito rivoluzionario come il CPI (Maoista) opera o quelli che vorrebbero diffamare il partito stesso possono dire cose del genere. Ci sono posti in cui si praticano cose sbagliate o avvengono errori. Ma questa non è la politica del CPI (Maoista). Se si guarda la realtà e si segue da vicino il movimento, si può capire che il CPI (Maoista) attribuisce primaria importanza alla rappresentanza della gente comune nelle rispettive zone. E’ la gente stessa che prende l’iniziativa nelle lotte. E gli esempi sono molti. La tabella di marcia di come far evolvere un villaggio in senso rivoluzionario o come potenziare la guerra di guerriglia non è il problema centrale nel CPI (Maoista). In queste zone il popolo impara ciò attraverso la pratica e la propria storia di lotte. Per esempio, la popolazione indigena ha una lunga storia di conduzione di lotta guerrigliera. Essi hanno combattuto gli eserciti degli imperatori Mughal e i colonialisti britannici in centinaia di ribellioni negli ultimi trecento anni o più della loro storia conosciuta, e questo vale anche per la loro precedente storia. Si tratta di popoli la cui storia è ancora da scrivere. Essi possono non aver definito ciò come lotta guerrigliera, ma la storia delle sollevazioni popolari in queste aree è comunque storia di lotta guerrigliera. Ci furono circa 150 rivolte armate, per lo più scritte, contro i britannici da parte delle popolazioni tribali, ma ce ne sono state molte di più che ancora non sono state appropriatamente scritte da parte degli indigeni, che le hanno vinte mentre gli inglesi furono sconfitti. La possente forza degli imperialisti britannici fu sconfitta dalle popolazioni indigene con una superiore conoscenza del terreno e con semplici archi e frecce. Sequestrarono le armi degli invasori imperialisti e le usarono contro gli inglesi. Non sempre la formazione sociale più evoluta ha conquistato quella meno sviluppata. Una sollevazione di massa del genere è la Rivolta di Bhumkal del 1910 nella regione di Bastar. La popolazione indigena ribelle usò sofisticate tecniche di guerriglia contro le forze inglesi e le sconfisse.

Nella memoria popolare tutte queste tecniche sono ancora vive, perché l’esperienza della guerriglia è stata insegnata e trasmessa da una generazione all’altra. Non è dunque il CPI (Maoista) che ha insegnato le tecniche di guerriglia alle popolazioni indigene. Piuttosto, sono stati gli indigeni ad insegnar loro come condurre la guerriglia. Un intellettuale pubblico in India chiamato B D Sharma, che ha lavorato con gli adivasi per gli ultimi 50 anni, ci ricorda sempre questo nelle sue conferenze pubbliche e nei suoi scritti. In questo esempio si può vedere che l’iniziativa, la rivendicazione e la creatività in ogni fase della lotta provengono dal popolo, come pure il modello di sviluppo che esso ha elaborato per se stesso. Nel movimento rivoluzionario il popolo è centrale. I Maoisti danno la massima importanza all’iniziativa, alla rivendicazione e alla partecipazione popolare, soprattutto alla rappresentanza del popolo nella rivoluzione. Un partito che si ponesse al centro non potrebbe divenire strumento per un cambiamento rivoluzionario, perché è la rappresentanza popolare che preme per trasformare la società, che può giocare questo ruolo. Così il popolo e il suo partito insieme fanno avanzare il movimento. Questo accade veramente dove il partito ha svolto il suo ruolo generando le condizioni affinché la popolazione prenda l’iniziativa e liberi il suo pieno potenziale, la sua creatività e la rigenerazione per realizzare una nuova società libera da sfruttamento e oppressione. E allora la storia è generata dalle stesse masse popolari.


Fonte: http://revolutionaryfrontlines.wordpress.com/2012/08/29/internationalism-and-the-revolution-of-the-masses-in-india-an-interview-with-gn-saibaba/#more-23916
Traduzione di Maria Grazia Ardizzone


 

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