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Intervista ad Arundhati Roy

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Pubblichiamo di seguito un'intervista ad Arundhati Roy. L'intervista è dell'anno scorso, ma è stata tradotta e diffusa in questi giorni dai compagni dei Carc, dei quali pubblichiamo anche il commento introduttivo, che condividiamo.


Intervista ad Arundhati Roy

Diffondiamo questa traduzione di un’intervista ad Arundhati Roy fatta da una radio di New York nel novembre scorso.
Arundhati Roy, scrittrice nota a livello internazionale e anche in Italia, qui espone una serie di considerazioni che riportiamo (indipendentemente dal fatto che le condividiamo o meno, in tutto o in parte) perché sono molto interessanti. L’interesse sta nel mostrare come un intellettuale progressista affronta in modo aperto e non pregiudiziale il nuovo movimento comunista che sta nascendo e come tratta temi in discussione nel movimento progressista internazionale e anche italiano, come quello su violenza e non violenza (tanto più interessante il suo giudizio sull’argomento dato che scrive dall’India, terra di Gandhi).
L’intervista è stata tratta da Red Front, quadrimestrale politico del Nepal, n.1, maggio 2012.

Come si potrà leggere, Roy parla della devastazione ambientale progettata da grandi compagnie industriali, e in particolare minerarie, nelle foreste dell’India centrale. Greenpeace ha già raccolto più di 50.000 firme contro questi progetti, e mira a raccoglierne centomila. Invitiamo a firmare online a http://www.junglistan.org/act.

Partito dei CARC – Settore delle Relazioni Internazionali


Il movimento maoista in India: Arundhati Roy

Nel 2009 viene annunciata l’"Operazione Battuta di caccia”, e le azioni delle compagnie minerarie aumentano il loro valore. E poi qualcosa come 200.000 unità paramilitari con armi pesanti cominciano a penetrare nella foresta.

Free Speech Radio News, 17 novembre 2011

FSRN: Nelle foreste rurali dell’India le imprese minerarie e le milizie statali hanno lanciato un assalto violento ai guerriglieri maoisti e alle comunità tribali  senza terra. L’attivista e scrittrice Arundhati Roy ha trascorso settimane coi combattenti maoisti nella zona del conflitto, e il tempo che ha passato là è il soggetto di un nuovo libro chiamato “Camminando con i compagni”1. E’ un resoconto di prima mano sul lato nascosto dell’economia globale e un’analisi di un movimento armato che dura ormai da molto tempo e che spesso è compreso male.
Ci raggiunge da New York.
Arundhati Roy, benvenuta a FSRN.

ARUNDHATI ROY: Grazie a voi, davvero.

FSRN: Cominciamo col parlare della regione dove sei stata, Dantekaranya, in India. Descrivi il posto e la gente che ci vive.

AR: E’ una specie di larga striscia di foresta ininterrotta, abitata principalmente da varie tribù indigene. L’area che ho visitato era abitata principalmente dalla tribù dei Gonds. Qui da 30 anni si trova una specie di movimento maoista incipiente, che proprio ora sta emergendo in maniera significativa perché il governo indiano ha ceduto gran parte di questa foresta, i fiumi, le montagne e tutto a diverse multinazionali che ci vogliono costruire dighe, acciaierie e raffinerie d’alluminio. In India ci sono in totale circa 100 milioni di indigeni seriamente minacciati, la cui vita è veramente appesa a un filo.

FSRN: Tu parli degli accordi, accordi formali, che sono stati fatti fra queste multinazionali e il governo indiano. Una di queste compagnie che opera nella regione si chiama Vedanta. Puoi dirci qualcosa su questa compagnia e su come opera nel territorio?

AR: Vedanta non si trovava esattamente nella regione che ho visitato. Ci sta arrivando ora. Ma ha firmato importanti accordi sulle miniere di bauxite nello stato di Orissa. Vedanta è una delle più importanti società del mondo. E’ quotata alla borsa di Londra. Il capo vive nella casa che apparteneva allo scià dell’Iran. Scava miniere dove vivono queste tribù indigene, i Dongria, i Gonds. Ed è una delle compagnie minerarie più spietate del mondo, direi. Il processo di estrazione della bauxite e la sua trasformazione in alluminio sono effettivamente uno dei processi più tossici al mondo. L’alluminio ha una posizione quasi centrale nell’industria degli armamenti. Quindi, trattandosi di un processo così tossico, l’Europa e l’America l’hanno “esportato” in paesi come l’India. Ma il processo richiede talmente tanta acqua e tanta elettricità e crea talmente tanti rifiuti che dove s’installa una raffineria d’alluminio l’intero ambiente è devastato. Vedanta è una delle compagnie, ma ce ne sono molte altre.

FSRN: Effetti di questa mossa, di arrivare e appropriarsi di appezzamenti di terra per estrarre bauxite, sfrattando la popolazione, come tu dici, sono anche la creazione di queste fosse tossiche. Ci sono fotografie nel tuo libro che mostrano gli effetti di queste estrazioni sul territorio. E una di queste zone, come dici nei tuoi libri, è un luogo sacro agli indigeni.

AR: Sì, è un luogo sacro e uno di questi è un monte chiamato Niyamgiri, che significa “montagna della giustizia”. Per loro è sacro come una chiesa lo è per i cristiani o una moschea lo è per i musulmani. Ma dato che si tratta della gente più povera, quanto per loro è sacro non pare abbia gran peso.

FSRN: Un altro aspetto della questione, oltre all’influenza delle multinazionali e dello sfruttamento delle miniere, è la campagna militare. Il governo indiano ha lanciato una campagna chiamata “Operazione Green Hunt”(Battuta di caccia)” contro le forze maoiste. E’ stata messa in campo dopo che il Primo Ministro Manmohan Singh li ha definiti la più grossa minaccia interna alla sicurezza mai affrontata nel paese. Come portano avanti l’operazione Green Hunt sul territorio?

AR: L’operazione Green Hunt è stata annunciata nel 2009 e le azioni delle compagnie minerarie hanno aumentato il loro valore. Di seguito qualcosa come 200.000 paramilitari armati di tutto punto hanno iniziato a penetrare nella foresta. Quindi adesso, mentre noi parliamo, l’esercito si sta preparando a entrare. E così siamo testimoni del fatto che l’India, che si definisce la più vasta democrazia al mondo, ha già dispiegato l’esercito più volte contro le popolazioni più povere degli stati del nord-est, in Kashmir, Telengana, Goa, Punjab. L’India è uno dei paesi al mondo che stanzia le cifre più alte per la difesa. Tutta questa potenza sta per essere usata contro la gente più povera del paese perché quei Protocolli d’Intesa sono stati firmati, e le compagnie stanno perdendo la pazienza.

FSRN: Mentre parli dell’operazione in corso ora, ci ricordi che nel 2010 il principale negoziatore del Partito Comunista dell’India è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dalla polizia dell’Andra Pradesh, e questo è accaduto all’inizio di un giro di trattative di pace. C’è un processo di pace in corso oggi? A che punto è?

AR: No, oggi non c’e processo di pace in corso. L’India è pronta a parlare col Pakistan, a parlare con chiunque altro, ma non coi poveri. Proprio adesso, come ho detto, credo che... quando una parte uccide il messaggero di pace dell’altra parte, è del tutto chiaro che non vuole un dialogo di pace. Ma a loro servirà un po’ di tempo per portare un gran numero di truppe all’interno della regione. E l’esercito si sta in qualche modo rifiutando di dispiegare le forze se non gli viene garantita l’impunità da questa legge chiamata Atto dei Poteri Speciali delle Forze Armate, che permette ai soldati di uccidere i sospettati. Questa legge li copre nel Kashmir e nel nord est; questo è il motivo perché in quella regione non troviamo fosse comuni. Ma l’esercito non si muoverà senza la copertura di quella legge. Altrimenti ci saranno soltanto aule di tribunali, cause legali, ecc. C’è parecchia opposizione contro questa legge in tutta l’India, per cui penso che fingeranno di abrogarla e poi inseriranno provvedimenti in altre leggi e li faranno applicare in tutto il paese. Perché in effetti in tutto il paese c’è molto scontento, e a questo si risponde con una militarizzazione progressiva reale. Non puoi far passare le politiche del libero mercato senza espropriare le terre, privatizzare, costruire dighe e cose del genere. Per tenere sotto controllo un popolo recalcitrante bisogna militarizzare. E le forze della sicurezza per militarizzare hanno bisogno dell’impunità. Quindi penso che adesso tutto questo è materia in discussione, e che il silenzio in cui ci troviamo di fronte è inquietante, direi.

FSRN: Arundhati Roy, uno degli aspetti del tuo nuovo libro “Camminando con i compagni”  è il suo interrogare, il suo indagare, il suo esplorare quegli stessi compagni: “Chi sono i compagni?” Il governo spesso liquida il movimento maoista descrivendolo con un tratto di penna, ma tu scrivi di come il movimento comunista si è evoluto. Di come all’inizio, ai tempi del fondatore del movimento naxalita, fosse fermo a una rigida ideologia e seguisse la Cina anche mentre venivano commesse atrocità in Cambogia sotto i Khmer rossi o si uccideva gente in Bangladesh. Invece, almeno nella regione in cui ti trovavi tu, la situazione è un po’ cambiata. I naxaliti provengono per la maggior parte da tribù espropriate. Ciò che li muove sono interessi di carattere locale più che un’ideologia globale. Com’è cambiato il movimento nel corso del tempo?

AR: Come ho già detto, mi ponevo molte domande sul piano ideologico e morale circa il loro schieramento nel passato. Il loro epicentro era la Cina, e non erano realmente interessati al paese in cui vivevano. Non ha detto nulla sul genocidio in Bangladesh o su quello che accadeva in Cambogia, e questa non è stata una cosa piacevole. Ora la domanda è: che maoisti sono i maoisti? Considera che in realtà si compongono per il 99,9% di guerriglieri indigeni, quelli che noi chiamiamo adivasi [indigeni, N. d. T.], e il 45% sono donne. Il partito non ha goduto di una buona reputazione circa il modo di rapportarsi con le donne al suo interno. Ho pensato che tutto questo era cambiato quando sono stata là. Sono stata totalmente impressionata dalle donne che avevo incontrato e di quanto liberamente parlassero dei loro problemi e di quello che stavano facendo per risolverli. Ma penso che il mio interrogativo principale adesso sia: a cosa porta questa battaglia? E’ una battaglia per la ridefinizione del significato di progresso, di civilizzazione, di ciò in cui consiste la felicità umana? E i partiti comunisti non hanno mostrato grandi differenze nel loro modo di guardare all’ambiente o al loro passato, in Russia o in Cina. E quindi chiedo ai compagni: adesso state resistendo all’esproprio da parte di questa compagnia ma teoricamente, se andaste al potere, lascereste la bauxite dove si trova? Avete una visione diversa dello sviluppo? E credo che questa sia la tensione che noi tutti dobbiamo mantenere, perché è un interrogativo che tutto il mondo deve tenere in considerazione.
Oggi il pianeta è in crisi e ci si deve interrogare radicalmente su quello che sta succedendo. Proprio come in America: 400 persone posseggono la ricchezza di metà della popolazione. In India 100 persone posseggono beni pari a un quarto del PIL. E l’80% della popolazione vive con meno di 50 centesimi al giorno. Quindi qualcosa deve cambiare radicalmente. L’idea del capitalismo, del progresso, la misura di queste cose legate al consumo, tutto questo deve cambiare. Se appoggio la resistenza nella foresta, penso però anche che sia ora di cominciare a chiederci per che cosa esattamente stiano combattendo.

FSRN: Beh, non ci sono solo queste domande su questioni di ampio respiro, filosofiche, ma anche qualcuna sulle pratiche. Le pratiche delle esecuzioni sommarie, assassini commessi per errore in cui sono rimaste vittime i civili. Non è un movimento privo di critiche, in India. E anche tu ci porti queste istanze.

AR: Sì. Il fatto è che uno dei problemi è il modo in cui il governo indiano e le forze dell’ordine stanno cercando di spezzare il movimento: infiltrando spie, informatori, ecc. E anche il fatto che il sistema giuridico indiano, i tribunali sono completamente al di fuori della portata della gente comune. Pertanto, quando questo succede, o se, diciamo, un migliaio di paramilitari brucia un villaggio perché è stato informato da qualcuno, ci si domanda a chi possano rivolgersi gli abitanti del villaggio. Perché non possono andare dalla polizia a fare una denuncia, non possono andare in tribunale, tutto il meccanismo della democrazia è contro di loro. La democrazia in India è solo per la classe media. Quindi poi si esprime questo sistema di giustizia approssimativa, e naturalmente qualche volta funziona, ma a volte è completamente sbagliato. E noi cosa dobbiamo fare?
Queste non sono, naturalmente, domande nuove. Ci sono domande che la resistenza e la lotta armata affrontano da sempre. Diventa responsabilità di chi di noi non li condanna a priori premere e porre questioni su questi temi.

FSRN: Alcune delle persone che rimangono più impresse alla memoria con cui parli e che incontri mentre sei nella foresta, e che noi conosciamo leggendo, sono le donne. Come tu riporti, il 45% dei membri sono donne, e le tradizionali discriminazione e violenza in alcune delle comunità tribali hanno spinto alcune donne a unirsi al movimento. E anche che, una volta entrate nel Partito comunista le donne hanno fatto fronte alla discriminazione nel corso degli anni. Puoi parlarci di una delle donne che hai incontrato?

AR: Nella foresta ho incontrato donne che avevano visto i loro compagni mentre venivano presi, torturati e uccisi. Ho incontrato donne che avevano visto massacrare le loro famiglie, o le loro madri e sorelle stuprate, e poi avevano preso il fucile. Quand’ero fuori ho incontrato una donna straordinaria di nome Padma che stava coi maoisti. Era stata arrestata e picchiata così selvaggiamente che i suoi organi erano tutti spappolati. Glieli hanno dovuti asportare quasi tutti. Le erano state spaccate le ginocchia perché la polizia aveva detto: “non vogliamo che tu torni a camminare in quella foresta”. Quando l’ho incontrata aveva appena trent’anni ma non riusciva a stare in piedi. Adesso lavora in un’organizzazione di genitori e parenti delle vittime assassinate. E attraversa il paese coi mezzi che trova e raccoglie i cadaveri per riportarli alle case di gente così povera che non potrebbe nemmeno affrontare il viaggio attraverso lo stato nel quale vivono per raccogliere i loro cari che sono stati uccisi.

FSRN: Abbiamo visto immagini interessanti di quando eri là, e una di queste è il momento in cui stavi guardando al computer, così mi è parso, resoconti che stavano riportando i media, e hai trovato una video intervista dove c’eri tu che spiegavi il tuo lavoro.
E’ stato interessante sentire come le persone con cui hai passato del tempo nella foresta ti vedevano, cosa pensavano della tua visita, e cosa speravano che tu avresti riportato nel mondo esterno.

AR: il punto è che... proprio per essere invitata nella foresta dovevo godere di una certa fiducia da parte loro. Perché, come ho già detto, avere spie e infiltrati al loro interno era una delle tattiche più usate dai servizi segreti. Penso che quel che è successo con me è che mi hanno vista non come qualcuno che voleva semplicemente compiacerli dicendo “Sono una maoista”, “Sono dalla vostra parte” e “Credo in tutto quello che fate”, ma come qualcuno dalla mentalità aperta e pronto a criticarli ma da una posizione di integrità. Non per un interesse costituito o dalla posizione di chi in realtà lavora per qualcun altro o per il programma di qualcun altro.
E dovevo anche non essere superficiale, perché quel che succede è che, in quest’analisi dell’atrocità in cui cose terribili sono fatte da ambo le parti, si tende a dimenticare cosa sta realmente accadendo. Non si può paragonare la violenza della resistenza con la violenza strutturale dello stato indiano che porta 250.000 contadini ad ammazzarsi e l’80% della popolazione a vivere in povertà. Non è assolutamente possibile paragonare le due cose. Ed è proprio questo che fanno in molti. Gli intellettuali progressisti indiani si limitano a dire: “peccato, peccato, i poveri ci sono proprio in mezzo, quindi lasciamo perdere”. Persino l’idea di non violenza, a un certo punto, diventa immorale. Quando si assiste a un assalto furibondo contro una popolazione che poi reagisce e si dice solo “no, bisogna essere non violenti ad ogni costo”... dirlo ha un senso se nel conflitto ci sei dentro. Ma trovo inaccettabile chi parla così mantenendosi a una distanza di sicurezza. Penso che sia stato questo. Mi hanno vista non come qualcuno che cercava la fama o che desiderava compiacere l’establishment, ma come qualcuno che ci avrebbe riflettuto sopra. Anche se questo mi ha portata a criticarli.

FSRN: Il tuo libro è pieno di domande. Domande sui preconcetti, sul ruolo dei militari o delle multinazionali, anche sull’idea della lotta armata, della giustizia, della povertà. Quella che anima questo libro è una continua e puntuale richiesta di informazioni. Quali domande hai ancora a questo punto?

AR: La domanda ora non è tanto di carattere analitico ma piuttosto “cosa facciamo a questa terra, quello che conosciamo è un modo distruttivo di pensare e di vivere?” Cosa collega l’occupazione di Wall Street alla gente che vive nella foresta? E io penso che ciò che li lega è l’assoluta esclusione della maggioranza delle persone nel mondo per il profitto osceno di pochi. Quindi dopo aver ripercorso quasi dieci o dodici anni di viaggi, pensieri scritti su queste cose, sono giunta ad alcune conclusioni piuttosto semplici. Una di queste è che è ora di fermare l’ammasso di ricchezze da parte di individui o multinazionali. Credo che questa proprietà incrociata delle ricchezze debba finire: un’impresa mineraria non può essere proprietaria di un giornale, di un’università, di un’organizzazione non governativa, di un ospedale, di una facoltà di legge e di alcune televisioni. E’ semplicemente un suicidio. Credo che davvero dobbiamo cominciare a mettere un freno a tutto questo e metterci un limite per la sopravvivenza, non solo dell’essere umano, ma dell’intero pianeta.

 

Note
1 Il documento è stato tradotto in italiano pubblicato dalla Casa Editrice Rapporti Sociali di Milano nel luglio 2010.
 

 

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