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Nuovi scontri nella Valle di Fergana

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Nell’aprile scorso esprimevamo il nostro giudizio sui tumulti che portarono alla defenestrazione del satrapo Kurmanbek Bakiev, e sottolineavamo come la rivolta combinasse una sporca lotta per bande tra lumpen-oligarchi, attriti geo-politici e pure fattori sociali legati agli squilibri regionali e alle differenze sociali cresciute dopo la cosiddetta “rivoluzione dei tulipani” del 2005.


A tre mesi dalla caduta di Bakiev il sud del paese, precisamente nella parte kirghiza della Valle di Fergana, sono scoppiati nuovi, violentissimi tumulti che hanno fatto 138 morti, 1.800 feriti e causato la fuga verso l’Uzbekistan di decine di migliaia di sfollati, le cui case e villaggi sono stati dati alle fiamme. La situazione è talmente grave che se ne sta occupando l’ONU, che ha chiesto l’apertura di un corridoio umanitario, contestando così la decisione uzbeka di sigillare la frontiera.
 
La Valle (300 chilometri di lunghezza e 70 di larghezza), attraversata dal fiume Syr Darya, data la sua fertilità è la più densamente popolata della zona, è abitata da secoli da differenti gruppi linguistici ed è divisa tra i tre stati dell’Uzbekistan, del Kirghizistan e del Tagikistan.
Il fatto è che la Valle, da tempo immemore multietnica, attraversando appunto tutti e tre i paesi, taglia in più punti una frontiera tortuosa e aleatoria. Questa frontiera contorta lasciata in eredità da Stalin e concepita più in base al principio del divide et impera che a solidi fattori storici e politici, è causa ancora oggi di contenzioso tra i tre paesi, anzitutto perché la Valle è non solo la più fertile dell’Asia Centrale, ma è ricca d’acqua nonché di risorse energetiche. Gli scontri etnici in corso, le congiure di palazzo, l’instabilità si spiegano anche tenendo nella dovuta considerazione che la posta in palio è appunto il controllo della Valle e delle sue risorse.
 
Il governo di Bishkek, dopo i violentissimi incidenti nel sud del Kirghizistan ha immediatamente chiesto soccorso a Mosca, invitando Medvedev a inviare delle truppe. Il Cremlino, che nell’aprile scorso giunse subito in sostegno al nuovo governo, ha invece rifiutato di esaudire la richiesta, convocando una riunione d’emergenza del CSTO (Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) che raggruppa la Russia e sei ex-repubbliche sovietiche, tra cui, appunto, tutti e tre i paesi attraversati dalla turbolenta Valle di Fergana. Si capisce la prudenza di Mosca: il rischio è che la scintilla possa riaccendere un conflitto regionale dagli esiti imprevedibili.
 
Il governo khirgizo ha immediatamente accusato per gli scontri il movimento del deposto Kurmanbek Bakiev (il quale ha negato ogni responsabilità) sostenendo che egli sta così cercando di ritornare al potere. Una versione traballante, a cui nemmeno Mosca sembra credere.
Un fatto è certo: il conflitto ha visto contrapposte le due principali comunità che nella zona di Osh e Jalal-Abad abitano la Valle di Fergana: i kirghizi e gli uzbeki, che sembrano aver avuto la peggio cercando rifugio in Uzbekistan.
Un conflitto antico, che fece già scorrere molto sangue, nella stessa zona di Osh, nel 1990: violentissimi incidenti causarono la morte di 200 persone.
Nel 1989, quando esisteva ancora l’URSS, una vera e propria battaglia con cento morti avvenne tra gli uzbeki e i meshketi (una delle minoranze turcofone).
Sempre nel 1989 molti persero la vita negli scontri tra uzbeki e tagiki nella parte uzbeka della Valle di Fergana, scontri legati alla distribuzione delle terre fertili e quindi all’approvvigionamento idrico.
Nel 2003, dopo gravi incidenti nella città di Isfara, lo scontro tra uzbeki e tagiki portò addirittura ad un breve conflitto tra le due ex-repubbliche sovietiche.
Per non parlare della lotta armata condotta dal Movimento Islamico dell’Uzbekistan accusato di essere qaedista contro il tirannico regime uzbeko di Islom Karimov, lotta che aveva ed ha il suo epicentro proprio nella Valle di Fergana.
 
 

 

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