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Marocco. Appello per gli studenti comunisti arrestati

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“Non dimenticatevi di Ilham”

“Non dimenticatevi di Ilham”, è l’appello lanciato da Taib Hasnouni, padre della giovane studentessa marocchina rinchiusa nel carcere di Marrakech lo scorso ottobre. “Mia figlia ha perso molto peso, ho avuto difficoltà a riconoscerla. Le sue condizioni di detenzione, specie nelle ultime settimane, sono particolarmente dure. Si rifiutano di procurargli libri e giornali, non ha più nulla per poter scrivere”, ricordava Taib, qualche giorno fa, a Lakome.

Chi è Ilham Hasnouni? Iscritta all’università Cadi Ayyad di Marrakech e militante di Annahj Addimocrati (“La via democratica”, formazione di ispirazione marxista che conta tra i suoi sostenitori numerosi studenti universitari, ndt), Ilham è un’attivista dell’UNEM (l’Unione nazionale degli studenti marocchini).

Considerata la più giovane detenuta politica del Marocco (21 anni), Ilham Hasnouni è stata arrestata nella sua abitazione di Essaouira il 12 ottobre 2010 da cinque agenti in borghese, sprovvisti di mandato e in totale violazione dei diritti e delle garanzie detentive presenti già al tempo nel Codice di procedura penale ed oggi consacrati nella nuova costituzione. Trasferita a Marrakech, viene torturata per 48 ore nei sotterranei del commissariato di Place Jamaa al Fna, senza la possibilità di bere né mangiare, fino alla perdita dei sensi.

Da allora è rinchiusa nella prigione di Boulmharez, nella sezione riservata ai detenuti di diritto comune. La sua colpa è “l’aver reclamato quelli che sotto altri cieli sarebbero considerati dei diritti fondamentali, come l’accesso gratuito ad un sistema di istruzione di qualità”, ricorda un comunicato pubblicato sulla pagina del gruppo Facebook “Liberiamo Ilham Hasnouni”. I capi di imputazione a carico di Ilham sono almeno una ventina, tra cui “distruzione di beni pubblici, partecipazione ad un raduno non organizzato, utilizzo della forza contro un funzionario di polizia e costituzione di banda armata”. Per il giudice d’istruzione, infatti, la giovane militante sarebbe legata ai disordini scoppiati nel campus universitario della “città rossa” il 14 maggio 2008, quando la polizia è intervenuta in modo violento per mettere fine alle mobilitazioni indette dall’UNEM. “Contro di lei c’è solo la parola di un agente”, ribatte tuttavia l’avvocato di Ilham, che considera l’innocenza della sua cliente fuori discussione.

A seguito di quegli eventi, un primo gruppo di basistes (studenti marxisti) – il “gruppo Boudkour” – era stato condannato in modo fin troppo sbrigativo (la maggior parte dei suoi membri hanno finito di scontare la pena) dal tribunale di Marrakech. Anche in quel caso, per le ong locali e internazionali, si era trattato di un processo di natura politica, viziato dalle più flagranti violazioni dei diritti umani fondamentali. A quanto sembra la storia non tarda a ripetersi. Dopo dieci mesi di carcere e maltrattamenti, Ilham aspetta ancora l’inizio del suo iter giudiziario. La prima udienza ha già subito quattro rinvii (la prossima seduta è prevista per domani, 26 luglio ndr), mentre la difesa si è vista negare la possibilità di presentare testimoni a discarico dell’imputata.

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Di seguito un articolo scritto dalla giornalista Zineb El Rhazoui (ex Journal Hebdomadaire) lo scorso dicembre, che ripercorre nel dettaglio la storia di Ilham Hasnouni.

Hilham, violenze su una giovane studentessa marocchina

Alle 16 circa di martedì 12 ottobre un ragazzo elegante, sulla ventina, suona alla porta di casa della famiglia Hasnouni ad Essaouira. “Ilham c’è un tipo che chiede di te”, riferisce il fratellino, pensando che si tratti di un compagno di facoltà. Appena uscita dalla porta dell’abitazione, cinque uomini ben piazzati prelevano la studentessa, gettando a terra il fratello e tirandola per i capelli, sotto le grida disperate della madre. Un veicolo nero stazionato a pochi passi parte verso una destinazione sconosciuta.

“Non avevo dubbi, ho capito subito che si trattava dei molossi del makhzen (termine traducibile con “regime” o “potere centrale”, ndt). La macchina nera è l’ultima cosa che ho visto prima che mi bendassero gli occhi. Durante il tragitto, mi sono piovuti addosso colpi ed insulti di ogni tipo”, racconta Ilham nella sua testimonianza scritta dalla prigione di Boulmharez a Marrakech.
L’arresto della giovane universitaria, senza mandato né convocazione preliminare, arriva dopo una lunga serie di convocazioni e interrogatori condotti negli ambienti studenteschi dell’Università Cadi Ayyad, in riferimento agli eventi del 14 maggio 2008, quando le forze dell’ordine hanno invaso il campus situato a poca distanza dalla Facoltà di Scienze giuridiche, economiche e sociali. In quell’occasione l’UNEM aveva promosso uno sciopero, a seguito delle decine di intossicazioni alimentari registrate all’interno del ristorante universitario. L’amministrazione dell’ateneo, infatti, aveva rifiutato di farsi carico delle spese mediche degli studenti ricoverati. Dopo gli scontri, la polizia ha dato il via ad una serie di arresti che hanno preso di mira gli aderenti al partito marxista La Via Democratica, accusati tra le altre cose di sostenere i separatisti saharaoui.

“Si signore, può stare tranquillo”, riferiva uno degli aguzzini di Ilham al telefono. Il debole spiraglio di luce che riusciva a percepire attraverso la benda non era sufficiente per riconoscere i luoghi né i volti. “Mi sono ritrovata ammanettata in una stanza buia, probabilmente in una delle ville che il regime riserva a questo tipo di necessità”, suppone la giovane attivista. Ai cinque agenti che l’hanno arrestata se ne sono aggiunti degli altri. “Traditrice, figlia di puttana! Come avete qualcosa per riempirvi la pancia, invece di ringraziare continuate a protestare!”. La retorica è familiare per coloro che hanno dovuto subire i tormenti del makhzen. Ben lontano dall’essere cittadino, il suddito marocchino viene facilmente rimesso al suo posto e alla sua funzione: quella di tubo digerente. Ilham si è interrogata a lungo sul senso di questa frase: “di cosa avremmo dovuto riempirci la pancia? Di repressione? Di arresti? Oppure si riferivano alle enormi ricchezze di questo paese, di cui vediamo soltanto le briciole?”.

Torture a ritmo di tamburo

“Quelli di Marrakech la vogliono questa notte”, sono le parole che la militante è riuscita a cogliere in una conversazione tra due agenti. “Mentre mi caricavano in auto ho preso una pedata che mi ha fatto cadere a terra…«Alzati lurida cagna!», hanno gridato subito. Quando sono salita avevo il capogiro per i cazzotti ricevuti fino a quel momento”. Due macchine conducono Ilham verso la “città rossa”, dove due anni prima avevano avuto luogo gli eventi per cui sarà incriminata. “Sapevo quello a cui stavo andando in contro. Sapevo che non sarebbe stato facile da superare”. In effetti, le testimonianze filtrate dalla prigione di Boulmharez negli ultimi due anni sono terrificanti. Dopo le cariche violente subite nell’invasione del campus a Cadi Ayyad, le lunghe giornate di torture ed i simulacri di processo, i detenuti basistes si sono trovati di fronte a condizioni di detenzione particolarmente difficili.

“Dopo un viaggio che mi è sembrato interminabile, mi hanno fatto scendere una scala, poi di nuovo ammanettata ad una sedia”. A questo punto cominciano gli interrogatori: identità, studi, opinioni politiche, frequentazioni, ecc.. Le domande incalzano, accompagnate da colpi al viso e sul resto del corpo ogni volta che le risposte non soddisfano gli ispettori. “Ad un certo punto sono stata trasferita in un’altra stanza al piano superiore. I volti sono cambiati ma non le domande né le reazioni alle mie risposte. Poi è squillato un telefono”. Ilham viene caricata di nuovo in un veicolo, questa volta un furgone. Il tragitto è breve, la nuova destinazione è sempre in città. “Sono stata condotta in un sotterraneo buio ed umido, dove avrei passato la notte”.

La giovane attivista non ha idea, all’inizio, del luogo in cui si trova. Ma non tarda molto a scoprirlo. Nel silenzio della sua segreta, comincia a distinguere dei suoni di festa, musiche di tamburi e ritmi di danza. La storia si ripete, come Zahra Boudkour, Ilham è rinchiusa nel tristemente celebre commissariato di Jamaa al Fna. Sotto la piazza emblema del turismo marocchino, classificata patrimonio dell’UNESCO, decine e forse centinaia di detenuti marciscono nell’oscurità. I canti gnawa e i flauti degli incantatori di serpenti coprono le grida di chi viene torturato qualche metro più in basso. La folla di turisti ignora che sotto ai suoi piedi si trova il luogo dove Zahra Boudkour è stata colpita ripetutamente al viso e nella zona genitale con una sbarra di ferro, dove è stata spogliata davanti ai suoi compagni e costretta a rimanere nuda per tre giorni in pieno ciclo mestruale. La superba immagine da cartolina che offre Jamaa al Fna nasconde le tenebre che inghiottono i dannati del regime.

“Qualche ora più tardi la porta si apre e fanno la loro comparsa nuovi carcerieri. La serie di domande riprende, ma questa volta non aspettano nemmeno le risposte. Mi hanno picchiato fino allo svenimento”. Ilham perde conoscenza, ma viene risvegliata ancora a suon di botte. “Durante il pestaggio non sono riuscita a distinguere i volti, ma sapevo con certezza che mi trovavo di fronte agli assassini di Abderrazak Gadiri. Il suo ricordo non mi ha lasciata un istante”. Lo studente a cui fa riferimento Ilham è morto il 31 dicembre 2008 a causa di una grave ferita alla testa, dopo un altro intervento della polizia nel campus universitario di Cadi Ayyad. Numerose testimonianze hanno attribuito la responsabilità dell’accaduto all’agente detto “Laaroubi”, che al momento delle cariche si trovava in compagnia del vice-prefetto della polizia di Marrakech e del capo della polizia turistica. Ad oggi, nessun colpevole ha pagato per l’omicidio di Gadiri.

“Tornata in cella, avevo bisogno di dormire. Stavo crollando di stanchezza, ma l’umidità e il rimbombare dei tamburi di Jamaa al Fna me l’hanno impedito”, prosegue la giovane attivista. La tregua, tuttavia, è di corta durata. Gli aguzzini tornano a cercarla per l’ennesimo interrogatorio. “Chi è che vi finanzia?”, ricomincia l’ispettore. Il regime non vede in Ilham e i suoi compagni un’organizzazione studentesca che lotta per la gratuità dell’insegnamento, l’aumento delle borse di studio o l’accesso ai mezzi di trasporto, ma una cospirazione contro la sua perennità, probabilmente finanziata dai “nemici del Marocco”. Le domande continuano ancora un po’, poi viene fatta salire su un furgone, direzione tribunale, per comparire di fronte al procuratore del re. “Un orologio appeso al muro segnava le 9 del mattino. Ho passato due giorni senza mangiare al commissariato Jamaa al Fna”.

Ammanettata ad una sedia, Ilham è sul punto di soccombere alla fame, alla sete, al dolore e allo sfinimento. Solo alle 18 un poliziotto la fa entrare nello studio del giudice istruttore. “Chi ha bruciato la città universitaria? Quanti siete?...Non ero stupita dalle sue domande. Da parte mia, avevo una gran voglia di chiedergli: chi ha impedito l’ingresso degli studenti nel campus? Chi ha ucciso Gadiri?...Alla fine ha letto la lista dei miei capi di imputazione: responsabilità in incendio doloso, distruzione dei beni pubblici, riunione armata…”. Appena uscita dall’incubo dell’inchiesta preliminare, Ilham si ritrova di nuovo in un furgone che la conduce alla prigione di Boulmharez, “Abu Ghraib Marrakech”, come l’hanno soprannominata i suoi ospiti. Dal suo dormitorio superaffollato ci ha inviato la sua testimonianza. Da lì continua a battersi per i suoi diritti fondamentali in attesa che cominci il processo.

da rumoridalmediterraneo.blogspot.com/


 

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