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Reportage sul congresso degli studenti maoisti nepalesi

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Tira una brutta aria in Nepal. Lo scontro politico che vede su fronti opposti i partiti di governo e i maoisti è al calor bianco. La cosa si riflette tra le fila di questi ultimi, accentuandone le divisioni interne. Pareva che con la riunione del Comitato centrale del novembre scorso il Partito Comunista Unificato del Nepal (maoista) le diverse anime del partito avessero ritrovato l’unità d’intenti. Ma era una unità ritrovata solo apparente, è bastato poco perché le divisioni tornassero a galla. Le divergenze non sono su punti secondari. Rientrare o no nel governo? Lanciare o no un movimento di massa contro “l’espansionismo indiano”? Consegnare al nemico le armi, e dunque abbandonare per sempre l’idea di una soluzione di forza, o meno? E dunque, riguardo alla nuova Costituzione: accettare o no un compromesso con i partiti che rappresentano le classi dominanti (alla togliattiana, per capirci)?

L’ala più moderata del partito, quella rappresentata da Bhattarai, è contro ogni “fuga in avanti”, per trovare un accordo, quella di sinistra di Kyran, all’opposto, perora un’accelerazione, chiede una Costituzione di profilo socialista, condanna l’idea di una accordo con i “partiti borghesi” come un tradimento della aspettative rivoluzionarie delle masse e ritiene che la situazione di stallo debba essere sbloccata lanciando un grande movimento patriottico per liberare la nazione dalla soffocante morsa indiana. Il fatto nuovo di questi giorni è che la tendenza di mezzo, capeggiata da Prachanda, che negli ultimi tempi sembrava aver fatto blocco con l’ala moderata di Bhattarai, pare essersi di nuovo alleata con la sinistra di Kyran, e minaccia Bhattarai di provvedimenti disciplinari. I giornali nepalesi descrivono la situazione come di pre-scissione. Di certo i nodi lasciati irrisolti con gli Accordi di Pace del 2005 stanno venendo al pettine.

Il racconto di Noaman Ali, che pubblichiamo di seguito, non entra in queste dinamiche politiche, ma dà comunque un'idea - per quanto frammentata - del dibattito esistente nelle università nepalesi.

Cartoline accademiche dei maoisti nepalesi sulla terra

Noaman Ali è il direttore aggiunto / vice presidente di BASICS Community News Service. Questo articolo è stato scritto direttamente in Nepal, nel 2° giorno del Congresso Nazionale dell’Unione (Rivoluzionaria) Nazionale Indipendente degli Studenti di tutto il Nepal.

“No, non accettiamo questo”, dice Praba Kini, docente di sociologia nell’Università di Tribhuvan. Ella si sta riferendo ad un articolo accademico che sostiene che il Partito del Congresso Nepalese e il Partito Comunista del Nepal (Unione Marxista – Leninista) o UML hanno fatto affidamento sulla pesante oppressione dei proprietari terrieri per guadagnare voti. Questi due partiti sono ritenuti essere i principali partiti favorevoli allo status quo in Nepal, in contrapposizione al rivoluzionario Partito Comunista Unificato del Nepal (Maoista).
“Sì, questo è vero”, dicono i nostri dirigenti degli studenti maoisti, uno studente in legge, un altro di agraria e il terzo di sanità pubblica. Essi si riferiscono ad un articolo accademico che sostiene che i quadri dei maoisti hanno usato la forza per evitare una libera campagna elettorale del Partito del Congresso e dell’UML nei distretti centrali.  Il forte contrasto nelle reazioni agli articoli accademici sui maoisti non poteva essere più sorprendente.

Sono in Nepal come uno dei molti osservatori internazionali del 18° Congresso Nazionale dell’Unione (Rivoluzionaria) Nazionale Indipendente degli Studenti di tutto il Nepal – ANNISU – R. Questa unione studentesca è associata al Partito Comunista Unificato del Nepal (Maoista). Dopo la Guerra Popolare durata dal 1996 al 2006, i maoisti hanno abbassato le loro armi, sono diventati un partito legale e da allora hanno cercato di promuovere la rivoluzione attraverso l’istituzione di una nuova e più giusta costituzione.

Ho con me una pubblicazione accademica sulla insurrezione maoista, di una delle più rinomate edizioni scientifiche nel mondo che ho trovato nella biblioteca dell’Università di Toronto il giorno prima di partire per il Nepal. L’insurrezione maoista in Nepal: rivoluzione nel 21° secolo è edita da Mahendra Lawoti e Anup K. Panari ed è stata pubblicata da Routledge. Immaginavo che avrei testato le reazioni di diversi nepalesi sugli argomenti polemici nei vari articoli del libro. Da qualunque descrizione il Nepal è uno dei paesi più poveri e più caratterizzato da una disuguaglianza diffusa nel mondo. In un sistema economico fortemente legato all’agricoltura, il controllo della terra è un fattore chiave nel potere politico. La proprietà della terra è estremamente concentrata, o almeno lo era prima della Guerra Popolare; la sua attuale situazione è confusa e io spero di chiarirmi le idee. I proprietari terrieri feudali esercitavano un controllo oppressivo e di sfruttamento sui contadini sottoposti, e i maoisti hanno tentato di scalzare i proprietari terrieri.


Gli accademici borghesi

Kini, che non può sopportare i maoisti, argomenta che i loro interventi sono stati del tutto inutili. “Anche il Partito del Congresso ha iniziato la riforma agraria”, nota ella. Tuttavia, senza osservare che la riforma agraria del governo precedente non era andata da nessuna parte.
“I maoisti non vogliono prendere in considerazione altri punti di vista”, afferma. Per esempio? “Come i movimenti di casta, di genere”, essi non li prendono in considerazione, concentrandosi troppo sulla classe. Provo a non grattare la mia testa in totale confusione, dato che nella discussione che abbiamo avuto con questi numerosi accademici, tutti erano d’accordo sul fatto che i maoisti erano in prima linea nel sollevare questioni di casta e di genere.

Le ho chiesto se non era vero che i maoisti  avevano addirittura restituito la terra che avevano in precedenza sequestrato quale compromesso con i partiti tradizionali. Questo non vuol dire che essi sono disposti a prendere in considerazione punti di vista contrapposti? Non proprio, risponde ella, perché i maoisti non avevano restituito notevoli quantità di terra. (I maoisti, parliamo di questo, tutti sono convinti che hanno restituito la terra e lo hanno fatto solo grazie alle pressioni internazionali e dell’opposizione).

“I maoisti sono troppo dittatoriali, non considerano la pubblica opinione”, dice Bishnu Bandhari, prima docente di agricoltura sociale, ora coinvolto nella tutela dell’ambiente. “I comunisti sono affamati di potere. Hanno solo l’interesse a render forte il loro partito, anziché l’interesse nazionale.”

Per qualche ragione, Bandhari omette di notare che i maoisti hanno volontariamente rassegnato le dimissioni dal governo nel 2009, quando la supremazia del parlamento veniva sfidata dai partiti favorevoli allo status quo che volevano mantenere un controllo sulle forze armate. Anziché prendere il controllo del paese con la forza delle armi, cosa che forse essi possono fare, i maoisti hanno cercato di negoziare con i partiti di opposizione e di persuadere le masse non convinte della loro politica.

“I maoisti hanno aperto i nostri occhi sullo sfruttamento”, dice Bandhari. “Ma che cosa è la loro liberazione?” I maoisti possono aver sollevato problemi alla pubblica coscienza, ma Bandhari sostiene che essi non possono risolverli. Certamente non con quello che egli ritiene pratiche dittatoriali.
“Infatti”, dichiara Bandhari, “Prachanda è stato un mio studente”. Prachanda è il nome di battaglia di Pushpa Kamal Dahal, il leader del Partito Comunista Unificato del Nepal (Maoista).
“Credo che tu non gli abbia insegnato abbastanza bene”, dico io ridendo. “No!”,  replica Bandhari “Egli voleva insegnare a me!”
“Noi non siamo d’accordo sulla lotta armata, sul terrore”, dice Kini. Per lei i maoisti hanno reclutato quadri e massiccio sostegno politico in larga parte per paura e coercizione. I partiti dello status quo non hanno usato la paura e la coercizione? “No, non li hanno usati”.


Quando ho tirato fuori il pezzo accademico su come il Partito del Congresso e l’UML hanno fatto affidamento sugli opprimenti proprietari terrieri per la loro base di potere, ella dice “No, non accettiamo questo”.
L’articolo di Madhay Joshi sostiene che il Partito del Congresso e l’UML contano su legami clientelari con i proprietari terrieri feudali per guadagnare voti. I proprietari terrieri costringerebbero i contadini sottoposti a votare per questi partiti, e in cambio detti proprietari otterrebbero favori. Quando i maoisti hanno rimosso i proprietari terrieri dal potere, i contadini hanno potuto votare secondo il loro interesse di classe, e quindi hanno votato in modo schiacciante per i maoisti.

Questi accademici con cui abbiamo parlato sono i difensori critici dei partiti dello status quo. Cioè, essi concordano che ci sono problemi nella società nepalese, ma pensano che possano essere risolti in un contesto liberale, capitalista e democratico. Inoltre essi sembrano non poter accettare il fatto che una pluralità del popolo nepalese sostenga genuinamente i maoisti.

Nelle elezioni per l’Assemblea Costituente del 2008, i maoisti hanno conquistato metà più uno dei seggi e il 38% del voto popolare, risultando il più grande partito nell’Assemblea Costituente. Hanno formato il governo ma si sono dimessi nel 2009. Da allora i maoisti hanno spinto per il completamento della nuova costituzione democratica repubblicana per sostituire la monarchia costituzionale degli anni ’90.


Gli studenti rivoluzionari

Il nostro incontro con i docenti antimaoisti era stato organizzato, abbastanza ironicamente, dagli attivisti della ANNISU – R. “Non è facile incontrarsi con i dirigenti borghesi”, dice Suman, uno dei nostri accompagnatori della ANNISU – R, “Così abbiamo organizzato questo incontro con i docenti borghesi.”

Se i maoisti sono concentrati su di noi senza considerare opposti punti di vista, non stanno facendo un ottimo lavoro.

Propongo l’articolo di Mahendra Lawoti, che sostiene che i maoisti hanno usato la forza per impedire la campagna elettorale del Partito del Congresso e dell’UML nel distretto di Gorka. “Sì, questo è vero”, dice Suman. Anche Lokendra e BJ sono d’accordo. Poi, velocemente, BJ dice che questo non è stato vero nei distretti da cui proviene. Così io ottengo che Suman legga le sezioni pertinenti dell’articolo di Lawoti.
L’articolo, sostiene Suman, è solo un analisi superficiale. “C’è differenza fra l’apparenza e la realtà, tra l’apparenza e l’essenza”. Suman conosce il materialismo dialettico. L’articolo in realtà non va alla radice del problema.

Il problema è che i partiti dello status quo sono noti per distribuire denaro in cambio di voti: “la mobilitazione dei soldi”. “In parole povere” dice Suman “Questo è compravendita voti. E’ accettabile che qualcuno riduca a questo la sovranità popolare?” Per questa ragione i quadri della Lega Comunista dei Giovani hanno impedito la libera campagna dei quadri del Partito del Congresso e dell’UML.
Suman cita Marx: “La violenza è la levatrice della storia”.
E sui maoisti che si oppongono ad altri punti di vista? “Essi dicono che noi vogliamo conquistare tutto il paese e instaurare il socialismo. Noi lo diciamo apertamente, vogliamo annientarli. Su questo non c’è problema.”

La questione è come procedere, e nel partito maoista c’è un vigoroso dibattito su questo. Comunque sia i maoisti hanno spinto per la fine della monarchia e l’inizio del repubblicanesimo democratico.
“Quando essi dicono pluralismo, vogliono che ogni idea sia rappresentata”, dice Suman. “Ma è accettabile che in una repubblica democratica i partiti monarchici premano per la monarchia?”

Beh, perchè no? In Canada, per esempio, ci sono gruppi monarchici che vogliono il ritorno alla monarchia. Se vogliono lanciare un partito politico, nessuno può impedirglielo. Ma immagina qualcuno che cerchi di lanciare un partito politico monarchico all’indomani della rivoluzione americana contro la monarchia britannica nel 1776: inizi ad avere un’idea della situazione in Nepal.
La monarchia non è una polena, ma una forza reale che ha comandato le forze armate e che ha garantito il regime oppressivo e di sfruttamento dei proprietari terrieri feudali. Ciò ha reso necessaria la Guerra Popolare Maoista per mettere fine a una delle pratiche più predatorie e alla monarchia, anche se c’è ancora molto da fare.

“Vogliamo ristrutturare ciascuno e ogni cosa nella società”, socialmente, culturalmente, politicamente, economicamente e così via. I maoisti progettano la presa del potere e l’instaurazione del comunismo. Su questo non c’è alcuna confusione.


Il sottosviluppo

Fondamentalmente per gli studenti maoisti con cui sto parlando ora, questo è un problema di sottosviluppo.
Discutiamo delle frequenti interruzioni della corrente a Kathmandu. “Ci sono anche in India e in Pakistan”, osservo.
“Se in India e in Pakistan ci sono interruzioni, per loro non è una vergogna. Per noi lo è, dato che abbiamo il secondo più grande potenziale di energia idroelettrica nel mondo” dice Suman e i suoi compagni sono d’accordo. Ci sono 40 ore di interruzione alla settimana.
In effetti la maggior parte degli edifici sembra non avere alcuna attrezzatura per il riscaldamento. Qui fa piuttosto freddo.

“L’economia del Nepal non sta andando bene” ci spiega Bharat Pokharel in tono depresso, come se stesse parlando di un parente malato.
Pokharel è il Direttore Esecutivo del Centro per lo Sviluppo Economico e l’Amministrazione. E’ pure un consulente del Comitato Centrale maoista, ed ha lavorato al ministero delle finanze del dirigente maoista Dr. Baburam Bhattarai quando i maoisti hanno costituito il governo fra il 2008 e il 2009. (Precedentemente, prima dell’incontro con i “docenti borghesi” avevamo incontrato i “docenti proletari” anche all’Università di Tribhuvan).

Nonostante il Nepal abbia la capacità di produrre più di 80.000 megawatts di energia idroelettrica, attualmente ne genera meno di 800 MW. Questo è uno dei molti dati statistici riferitici dal più giovane collega e compagno di Pokharel, Kahagendra Katuwal, docente in economia e pure segretario dell’unione dei professori.
Il prodotto interno lordo pro capite, di 580 dollari, è il più baso dell’Asia del sud e uno dei più bassi al mondo. Il tasso di disoccupazione è molto alto e la disoccupazione nascosta è ancora più elevata. Circa il 20% del PIL proviene dalle rimesse del lavoro non qualificato in India, nel Golfo e in altri luoghi. Detto questo, dice Pokharel, il nepalese ha uno dei più elevati livelli di coscienza sociale e politica al mondo.

Per i maoisti non è l’economia che dirige la politica, ma è la politica a dirigere l’economia. Essi vogliono costruire un’economia autosufficiente e moderna che possa mantenere la popolazione, sollevarla dalla povertà  ed eliminare la disuguaglianza.

“Con una efficiente amministrazione delle nostre risorse, aiuto e capitale stranieri non saranno necessari”, dice Pokharel rispondendo ad una domanda di un osservatore dello stato indiano del Tamil Nadu.  Il capitale estero viene con i propri interessi e dove tenti di minare quelli nepalesi sarà respinto.
Suman e gli altri studenti sono d’accordo con questa opinione,  paragonando gli investimenti esteri ai vermi che infettano il proprio stomaco. Solo, non c’è medicina per questo parassita.

Pokharel delinea i tre fronti della strategia tracciata dal partito maoista per lo sviluppo economico: primo, coinvolgimento del governo nell’attività industriale; secondo, cooperative, ampiamente in agricoltura; terzo, partenariati fra pubblico e privato (PPP).
L’ultimo punto suscita una domanda di uno degli osservatori del Bangladesh. Nella maggior parte del mondo i partenariati fra pubblico e privato sono visti come una strada per i governi per privatizzare beni pubblici.
Pokharel osserva che in Nepal non si può saltare direttamente al socialismo, ma bisogna lavorare anche attraverso i capitalisti. I maoisti vogliono usare capitali privati per certi progetti, ma in definitiva l’obiettivo sembra essere socializzarli. “Vogliamo accentuare l’aspetto pubblico.”

Dopo parlo con Lokendra, che studia agraria. Spera di ottenere un master in agraria e tornare nel suo villaggio nel Nepal centro occidentale per impiantare una azienda agricola. “Abbiamo una specializzazione sulle mele. Con un industria agricola possiamo produrre sidro, marmellate, mele secche e così via.”

L’industrializzazione dell’agricoltura produrrebbe posti di lavoro, e una volta fatto il raccolto gli agricoltori possono lavorare nell’industria locale piuttosto che emigrare altrove per integrare i loro mezzi di sussistenza. La coltivazione dovrebbe essere fatta collettivamente, così che l’irrigazione e la meccanizzazione possano essere condivise fra diversi agricoltori, riducendo i conflitti che derivano dalla frammentazione della terra e incrementando le economie di scala. “Un villaggio, un prodotto” dice Pokharel. Con villaggi specializzati in determinati prodotti agricoli, i maoisti vogliono ottenere scambi autosufficienti all’interno del paese.

Durante la Guerra popolare, i maoisti hanno dovuto organizzare la produzione collettiva al fine di produrre frutta secca e carne per l’Esercito di Liberazione Popolare, nonché di sviluppare attività economiche per le aree di base. Le esigenze di una Guerra Popolare, comunque, sono diverse da quelle di gestione di un’economia nazionale.
Ciononostante, molte delle esperienze della mobilitazione di massa possono essere recepite per edificare questa nuova economia.
Ma i maoisti hanno avuto un periodo di governo molto breve, e non hanno potuto realizzare nessuno dei loro progetti, anche se hanno mosso i primi passi.

Adesso la questione per i maoisti, e le discussioni che al momento stanno imperversando nel partito, concernono il programma immediato per stabilire le basi per la presa del potere.


La musica

Ho parlato con Suman, BJ e Lokendra di più durante la cena. Mentre mangiavamo la luce è nuovamente andata via. Dal momento che i generatori di riserva hanno azionato le luci di emergenza, questo era appena rilevabile nel ristorante dove ci trovavamo. Ma siamo tornati all’Università di Tribhuvan in un’oscurità color pece, con la sola illuminazione saltuaria di moto ed automobili.

Abbiamo atteso fuori dalla sala della riunione i furgoni che dovevano riportarci in albergo. Suman ha iniziato a cantare per noi una bella canzone rivoluzionaria nepalese e molti studenti nepalesi si sono uniti a lui. Poi c’è stato un cerchio che si formato mentre cambiavamo le canzoni. Io ho cantato l’Internazionale in inglese e molti compagni la cantavano nella loro propria lingua. I compagni Tamil poi hanno cantato due canzoni fantastiche, una sembrava essere il loro inno, l’altra era un inno al Nepal.
Dopo alcuni studenti nepalesi hanno tirato fuori i loro telefoni cellulari che abbiamo utilizzato per illuminare in qualche modo, e hanno iniziato a suonare canzoni mentre uno studente cantava e ballava. Subito un compagno Tamil è saltato dentro e ha cominciato a ballare con lui, mentre gli altri cantavano o applaudivano. Questo non si è trasformato in una festa da ballo massiccia, ma potrebbe accadere ancora.

Ho ancora molto da imparare sul Nepal, sul suo partito rivoluzionario e sulla sua politica. Ma ho la sensazione che questi studenti possono essere quelli che costruiranno un nuovo Nepal dalle ceneri del vecchio, con la loro teoria, pratica e musica rivoluzionarie. E con questo, suscitare un cambiamento nell’Asia del sud e nel mondo in generale.


Fonte: http://lalsalaamcanada.blogspot.com/2011/01/from-ivory-tower-himalayas-cannot-be.html

Di Noaman G. Ali, Kathmandu 12 dicembre 2010
Per  www.basicsnews.ca 
Traduzione di Maria Grazia Ardizzone

 

 

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