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Nepal: nuovo colpo di scena

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Una svolta nell’ingarbugliata crisi politica e istituzionale in Nepal?

Lo vedremo nelle prossime settimane. Il fatto nuovo è che il 3 febbraio scorso, il paese ha un nuovo Primo ministro: Jhalanath Khanal, che va a sostituire il predecessore proveniente anch’egli dalle file del riformista e legalitario CPN-UML. Non si tratta solo di un avvicendamento. Il precedente governo era sì presieduto da un Primo ministro del CPN-UML, ma esso si basava sull’alleanza col filo-indiano Partito del Congresso Nepalese, mentre i maoisti dell’UCPN (m) erano all’opposizione.
(nella foto Baburam Bhattarai)

La svolta consiste nel fatto che, dopo quasi tre anni di stallo dei lavori dell’Assemblea Costituente e mesi di paralisi politica, il Partito del Congresso è passato all’opposizione mentre i maoisti, con tre ministri, ne sono clamorosamente rientrati a far parte. Torneremo sul protocollo di intesa in sette punti tra i due partiti della sinistra nepalese (che da soli, non dimentichiamolo, hanno la maggioranza assoluta nella Costituente). Solo dobbiamo segnalare che uno di questi sette punti riguarda l’annosa questione della “integrazione degli ex-combattenti maoisti nell’esercito regolare”, così com’era stato sancito dagli Comprehensive Peace Accord (CPA), siglati nel novembre 2006 dopo dieci anni di guerra civile. Un punto davvero dirimente, visto che dopo 5 anni quest’integrazione non è avvenuta e, seppure ad armi deposte la struttura dell’Esercito popolare maoista resta in piedi e separata da quella dell’Esercito regolare. Il primo dei sette punti di accordo tra i due partiti ora al governo è che, preso atto delle insormontabili difficoltà a unificare le due forse armate, esse resteranno in piedi entrambe, sempre in attesa della fatidica fusione. In buona sostanza la sanzione del precario status quo.

Il Partito del Congresso ha denunciato in modo vibrante quest’accordo, affermando che esso viola gli Accordi di pace del 2006, i quali, a loro dire, prevedevano sì l’integrazione dei guerriglieri maoisti nell’Esercito regolare, ma su basi e criteri “strettamente individuali”. Sulla stessa linea gli altri principali partiti d’opposizione: il Madhesi People´s Rights Forum (Democratic), il Tarai Madhes Democratic Party, il Rastriya Prajatantra Party e il Rastriya Janashakti Party.

Malgrado le proteste dei partiti di centro e di destra, tuttavia, il Presidente della Repubblica Ram Baran Yadav ha già dato incarico al nuovo Primo ministro di formare il governo, così che quest’ultimo ha ricevuto immediatamente le felicitazioni delle principali potenze che hanno gli occhi puntati sul Nepal: ovvero l’India, gli USA, la UE nonché la Cina.

Il fatto è che la decisione di rientrare a far parte del governo (ricordiamo che per una breve stagione, dopo le elezioni per l’Assemblea Costituente del maggio 2008, i maoisti hanno capeggiato per un anno il primo governo di ampia coalizione col loro massimo leader Prachanda) ha accentuato le divisioni in seno al partito maoista.

Un quarto dei deputati maoisti, esattamente 51, capeggiati da Baburam Bhattarai, hanno votato contro alla decisione, sostenuta invece dalle altre due frazioni del partito, quella di sinistra guidata da Kiran e quella cuscinetto che fa capo a Prachanda. Bhattarai ha condannato la decisione di entrare al governo come un gravissimo errore politico, e lo ha fatto con due argomenti. Il primo interpreta un malumore diffuso tra le file dei maoisti: «Come mai abbiamo improvvisamente rinunciato alla nostra richiesta per cui nostro doveva essere il Primo Ministro?». Va segnalato infatti che nell’ultimo anno il partito maoista, dall’opposizione, aveva dichiarato di essere disposto a rientrare nel governo, ma solo a patto che Prachanda riassumesse la carica di Primo ministro. Bhattarai ha dunque contestato questa rinuncia come un “grave cedimento”.

Sembrerebbe questa, una “critica di sinistra”. Non è così. La frazione Bhattarai attacca su un altro punto, questo sì cruciale. Bhattarai, che si pone come strenuo difensore della pacificazione e del compimento degli Accordi del 2006 sostiene, non senza solidi argomenti, che, anche a causa della regola per cui la Assemblea Costituente può licenziare la nuova Costituzione solo con una maggioranza qualificata, nessuna soluzione della crisi si avrà escludendo il Partito del Congresso, ovvero contro l’India, di cui il Partito del Congresso è la longa manus.

Malgrado l’opposizione dei 51 e di Bhattarai i maoisti hanno confermato la loro decisione.
Il fatto è che si deve ancora attendere la sanzione formale del Comitato centrale, visto che la decisione è stata ufficializzata da una riunione congiunta delle due frazioni alleate, quelle di Kiran e di Prachanda, svoltasi il 3 febbraio presso il Business Centre di Kathmandu. E questo ha sollevato, da parte di Bhattarai, una severa critica al modo “scorretto” con cui una decisione di tale importanza è stata adottata.

Le divisioni emerse in maniera clamorosa in seno al partito maoista nei mesi scorsi (vedi i precedenti articoli), lungi dall’affievolirsi, si sono dunque ancor più accentuate e cristallizzate. Saranno presto ricomposte o andremo verso un’infausta scissione?

 

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