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A Kasserine

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La Brigata di Solidarietà con la Rivoluzione tunisina incontra le famiglie dei martiri e dei feriti

Dopo tre giorni trascorsi a Tunisi, incontrando vari partiti e movimenti, siamo pronti per il sud. E così saliamo su un bus che ci poterà di nuovo a Kasserine. Stessa strada, 290 lunghissimi km verso il sud, sotto un sole ancora caldo. Incontriamo i soliti distributori di benzina, ‘contrabbandata’ dall’Algeria, tante taniche accatastate lungo i bordi della strada, sotto tende improvvisate. Ci fermiamo per una breve sosta, e consentire all’autista di fumare.

I due volti della Tunisia sono sotto i nostri occhi: da un lato un piccolo autogrill moderno in stile occidentale, immediatamente accanto un vecchio tunisino vende the bollente, servendosi di una teiera annerita poggiata su un braciere traballante. Più avanti una baracca sul cui lungo bancone sono esposti i tanti dolcetti tipici, caramelle e semi di girasole. Qui ci facciamo preparare il nostro pranzo, pane arabo e insalata tunisina cosparsa di harissa. Lungo la strada, molto più affollata rispetto a Marzo, l’abbandono è lo stesso, una terra sconfinata, mai irrigata, mai coltivata, misero pascolo per qualche pecora sparuta.

Ali, il nostro autista, accanito fan del Milan, con alle spalle 14 anni di fatiche al nord Italia, continua ad osannare Berlusconi, che da lavoro al popolo italiano. Ribattergli vuol dire smontare un mito, fra di noi ci sono 4 disoccupati, ovvero il 50% della brigata non ha lavoro. Ali alza il volume della radio, Ramazzotti a tutto spiano, ogni tanto ci indica un pozzo e la gente in fila per attingere l’acqua. Superiamo le cave di calcare, sotto nuvole di polvere alzate dai camion che vi transitano. Superiamo anche Sbeitla e le splendide rovine dell’antica Sufetula. Siamo a Kasserine, capitale dell’omonimo governatorato, ai piedi del Djebel Chambi, la più alta montagna di tutta la Tunisia, a pochissimi km dalla frontiera con l’Algeria.

Alla stazione dei bus i compagni di Khayma ci accolgono festosamente. E’ bello rivedersi. Abbiamo molto di cui parlare, e tanto da organizzare. Chiediamo subito notizie di tutte le famiglie che avevamo visitato, chiediamo di Nizar e Mohamed Griri, di Fayssel, Wael e Bilell e di tutti gli altri gravemente feriti tra il 9 e l’11 Gennaio. La risposta ci rattrista molto. Pochi stanno meglio, alcuni sono in attesa di subire un intervento delicato, tanti dovranno convivere per il resto della loro vita con gli handicap riportati.

Ci dicono che qualcuno ha ancora in corpo le pallottole, a rischio costante di infezioni gravi, per questo costretti ad una costosissima cura antibiotica per la quale non esiste alcun rimborso. E’ vero! La situazione per loro non è cambiata! Adesso ci sembra poco quello che abbiamo fatto. Consegnare i fondi che abbiamo raccolto non cambierà le condizioni di nessuno. La gente che si è sacrificata per la Tunisia, che ha osato alzare la testa e ribellarsi, che ha preteso Dignità, la gente grazie alla quale una nuova pagina della storia della Tunisia è stata scritta, aspetta ancora che qualcosa cambi.

I compagni di Khayma, non avendo una sede propria, hanno indetto la conferenza stampa nella terrazza di un cafè. Per prepararla bene hanno chiamato tutti i giornalisti, le radio, le tv locali. A testimonianza che la vita di questa città non importa a molti, solo radio Kasserine si è presentata all’appuntamento, e ai suoi speaker dobbiamo l’attenzione di Radio Gafsa, con la quale ci saremmo collegati in diretta, sulla linea nazionale.

La conferenza stampa si è rivelata presto una trasmissione radiofonica a tutti gli effetti. Tre ore di diretta, in lingua araba, uno speciale sulle famiglie dei martiri e sui feriti, tutti puntuali e seduti in fila. Hanno fatto a gara per farsi intervistare, per raccontare la proprio storia e condividere un po' di dolore. Alcune donne, mogli e madri, avevano gli occhi lucidi, la loro voce tremava, ma non sono arretrate di un solo passo di fronte ai microfoni. Siamo stati l’occasione da cogliere al volo. Dopo mesi di silenzio, finalmente un po' di attenzione tutta per loro.

Ci mette a disagio la rabbia composta e la fermezza con cui denunciano il disinteresse che li circonda, la grande capacità di rendersi protagonisti, di costringere in qualsiasi modo ad accorgersi di loro. Denunciano il governo provvisorio, tutti i partiti e i media, per averli ignorati dopo i giorni di gloria della Rivoluzione, denunciano la strumentalizzazione a cui qualcuno li ha sottoposti per meri fini elettorali. E’ stata ignorata anche l’ovvia richiesta di sapere chi ha ammazzato per conto di Ben Ali e vederlo punito.

Prendiamo la parola in loro sostegno, vogliamo che sappiano che non sono stati dimenticati da tutti. La situazione è molto difficile. La Tunisia passerà da una situazione provvisoria ad un’altra altrettanto transitoria, nell’attesa che venga elaborata la nuova costituzione e si abbiano finalmente nuove elezioni presidenziali, legislative ed amministrative. Nel frattempo queste persone devono resistere giorno dopo giorno, affrontare una lotta quotidiana per la mera sopravvivenza, in molti casi, infatti, la perdita del proprio caro ha significato anche la perdita dell’unica fonte di reddito.

Concludiamo la serata con la consegna dei fondi raccolti. Ci ringraziano molto calorosamente sottolineando ancora una volta che la cosa più importante è stata la nostra presenza, che ha contribuito a risvegliare qualche coscienza e a rimettere i loro problemi al centro dell’informazione, sottolineando quindi che accettavano i fondi come segno tangibile della nostra solidarietà, ma che giustizia e supporto concreto sono un preciso dovere delle pubbliche istituzioni: “Noi siamo la Rivoluzione, lo stato ha ucciso, lo stato deve pagare!!”

da Sumud

 

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