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Tunisia: quando ciò che è reale è razionale

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Un primo commento sulle elezioni di domenica

Sprofondata nel suo provincialismo, la stampa italiana (meglio non parlare del sistema televisivo, uno dei peggiori del mondo, tratta di striscio, con patetica superficialità i risultati delle elezioni per l’Assemblea costituente in Tunisia. Segno incontrovertibile della miseria e dello sbando in cui è sprofondata la classe dominante italiana e il suo sistema politico.

Non fosse che per la sua prossimità geografica, per i tanti tunisini che vivono e lavorano in Italia, per i legami storici con quella terra, ben altro posto le elezioni tunisine avrebbero dovuto occupare nei palinsesti. Ma l’evoluzione politica della Tunisia è cruciale per un’altra fondamentale ragione, perché da lì si è diffusa l’ondata che ha travolto e va travolgendo assetti sociali ed equilibri geopolitici vecchi di decenni. Per primo il popolo tunisino si è liberato del suo tiranno, per primo ha imboccato la via di una transizione complessa ma limpida verso un nuovo regime. Non c’è dubbio che gli esiti delle elezioni avranno un impatto sul resto del Maghreb, così come sul resto dei paesi arabi, primo fra tutti l’Egitto.

C’è forse un’altra ragione, oltre al provincialismo, che spiega l’indifferenza con cui media e politici italiani sorvolano sulle elezioni tunisine. Il sentimento islamofobo. Intrisa di sicumera occidentalista, l’elite italiana, non sa che pesci prendere con Ennahda. Che bestia è il partito Ennahda, grande vincitore delle elezioni — i dati definitivi non sono ancora giunti ma gli islamisti veleggiano attorno al 40%? Da qualche parte abbiamo letto ad esempio che “Ennahda è una specie di Democrazia Cristiana tunisina”. Una sciocchezza che dà la misura dell’ignoranza e dell’idiozia. Fino a ieri Ennahda era dipinto come uno spauracchio, una minaccia per la democrazia, la libertà, i diritti delle donne, i principi della laicità. Ora che Ennahda ha vinto le elezioni, sull’onda di un processo elettorale trasparente e impeccabile, dopo che per mesi il partito ha insistito che in caso di vittoria difenderà i meccanismi e le procedure democratiche, questi pennivendoli non sanno che dire, ma siccome debbono pur dire qualcosa, dicono corbellerie.

Che razza di partito è Ennahda? Che tipo di islam professa? Qual è il suo modello di riferimento?
Anzitutto è un partito che viene da una lunga clandestinità, che sotto Ben Alì ha sofferto una brutale e sistematica repressione. Venticinquemila circa i suoi militanti arrestati, centinaia i torturati, più di trentamila quelli costretti all’esilio. Da notare che tutto questo avveniva sotto gli occhi e con l’aperto avallo dell’Occidente, in particolare sotto il patrocinio di campioni democratici come Mitterand, Craxi, Chirac. L’indifferentismo odierno della stampa italiana è figlio di decenni di colpevole censura su quanto avveniva in Tunisia nel passato, dipinto come paese tranquillo e ideale approdo per un turismo di massa ebete.

Un partito, Ennahda, la cui direzione si è quindi fatta le ossa in condizioni a volte terribili di resistenza. Che non ha mai barattato l’anelito alla liberazione dalla tirannia, che non è mai giunto a patti con il vecchio regime. Che non ha mai accettato — altri, anche di sinistra, lo fecero, come gli ex-comunisti di Ettajdid — di svendere i suoi ideali per qualche strapuntino nel sistema di finto parlamentarismo di Ben Alì. Altro che Democrazia Cristiana, imbecilli di giornalisti italiani!

Certo Ennahda è un grande contenitore, un partito tutt’altro che monolitico. Sì, è un partito interclassista, con al suo interno rappresentati un po’ tutti i ceti della società civile tunisina.

Fortissimo nelle zone rurali depresse, del sud anzitutto, dove la maggioranza della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, nelle zone che hanno dato il più alto numero di martiri alla “rivoluzione”, Ennahda gode di ampie simpatie anche nelle zone periferiche di Tunisi. Un partito dunque della povera gente. Ma accanto a questo ci sono strati della piccola borghesia urbana, il ceto medio scolarizzato, pezzi grossi dell’elite, nonché alcuni settori della borghesia mercantile. In seno al suo gruppo dirigente si riflette una prima divisione tra coloro che sono vissuti in esilio, portatori di un islam conservatore, certo non salafita, e quelli che hanno combattuto all’interno, che si sono fatti le ossa nelle prigioni e nella lotta clandestina, in certi periodi anche armata. Condizioni durissime, soprattutto negli anni ‘90, quando Ben Alì ha seguito la via algerina nel tentativo di sterminare l’onda islamista montante.

La prima componente è rappresentata proprio dal leader più noto, Rachid Gannouchi. Questi ha intessuto in esilio relazioni strettissime con gli emirati del Golfo — Gannouchi, da Londra, è diventato il braccio destro di Yusuf Qardawi, il predicatore più influente perché sempre presente su al-Jazeera, colui che emise la fatwa per uccidere Gheddafi —, il Qatar anzitutto.

La seconda componente, quella formatasi nell’interno, è invece portatrice di una visione più radicale, sia sul piano della politica sociale che per quanto riguarda il posizionamento radicalmente antisionista e antimperialista della Tunisia. Ennahda avrebbe ottenuto quella messe di consensi senza la lotta eroica condotta da migliaia e migliaia dei suoi militanti sotto la dittatura? Noi non lo pensiamo, pensiamo anzi che il grande successo faccia premio a quella indomita coerenza. Di qui il prestigio di dirigenti come Lourimi Ajmi.

Il punto di equilibrio tra le due componenti è tuttavia stato trovato, e consiste nell’adozione del modello dell’Akp turco. Una politica interna fondata sull’adozione di un modello sociale capitalistico di tipo social-democratico da una parte, con tanto di aperture al capitale straniero, e un posizionamento decisamente anti-israeliano in politica estera. E’ applicabile questo modello alla Tunisia? E’ presto per dirlo, certo esso nascerà tra doglie dolorose, in mezzo ad aspri conflitti sociali e certo dovendo far fronte alle ingerenze occidentali.

I prossimi anni ci diranno se questa coabitazione potrà proseguire. Ma già le prossime settimane ci diranno molto sul futuro di Ennahda e della Tunisia, sempre tenendo conto che il tutto non avverrà in una campana di vetro ma in un contesto segnato da una gravissima crisi economica e dalle trame costanti delle potenze imperialistiche che non nascondono i loro timori e seminano zizzania, da una parte facendo l’occhiolino ai settori conservatori di Ennahda, dall’altra foraggiando apertamente, in nome di un malinteso laicismo, tutti i possibili avversari dei musulmani.

Data la schiacciante vittoria, adesso, la direzione di Ennahda è posta davanti all’onere, non solo di contribuire a stilare la nuova Costituzione, ma di formare un governo che guiderà il paese fino alle prossime elezioni. Teoricamente gli islamisti potrebbero formare un governo monocolore di minoranza. La cosa più probabile è invece che si costituisca un governo di unità nazionale, anzitutto con le formazioni di centro-sinistra del Pcr (Partito del congresso repubblicano) di Moncef Marzouki, ed Ettakatol di Ben Jafar.

Alcune cose emergono tuttavia molto chiare dalle elezioni tunisine. (1) La grande partecipazione al voto, espressasi nel massimo ordine, non deve far dimenticare che tanti tunisini non hanno nemmeno ritirato i certificati elettorali; (2) i primi sconfitti sono i litigiosi partiti “liberali” e filo-occidentali, apertamente foraggiati dall’Occidente; (3) vedremo i risultati delle liste della sinistra radicale, marxista e non. Dai primi dati le sinistre ultralaiciste e antislamiste sono uscite pesantemente sconfitte. Fa eccezione il Pcot, che infatti da tempo dialoga e coopera con Ennahda. Questo per dire che le pur forti tendenze laiciste non hanno premiato le sinistre radicali, ma partiti borghesi di centro-sinistra come il Pcr e Ettakatol.

Vedremo che ruolo avranno nella Costituente il PCOT, i nasseriani e i baathisti. Per capirlo dovremo vedere i risultati definitivi, la distribuzione finale dei seggi.

 

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