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Turchia: forza e limiti della via Akp al capitalismo

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

I costi pagati dalla Turchia per diventare la sedicesima potenza industriale mondiale sono diventati pesanti. Lo si è visto in occasione delle tante dimostrazioni a Istanbul contro l’industrializzazione selvaggia e la speculazione urbana degli scorsi anni.

Le più recenti proteste di massa a Istanbul contro la conversione del parco Gezi in un grande centro commerciale e in una nuova moschea si sono presto trasformate nel più imponente movimento di contestazione della Turchia contemporanea. Il movimento si è esteso ad altre città, compresa la capitale Ankara, seguendo un canovaccio perlopiù pacifico. Attaccati dalla polizia anti-sommossa, donne e uomini hanno continuato a manifestare suscitando crescente solidarietà in Turchia e nel mondo. Per durata, estensione geografica e massiccia partecipazione, l’onda d’urto è tale da ridurre in rovina il cosiddetto modello politico ed economico del partito islamico al governo, l’Akp. Contro i manifestanti, il governo ha oscillato tra l’accusa di kemalismo estremo e la paranoia del «complotto internazionale» che sarebbe stato preordinato ai danni della Turchia.

Indubbiamente non era facile per l’Akp coniugare lo sviluppo industriale e commerciale con un’irreggimentazione di matrice rigorista di quella parte della popolazione che mal sopporta le consuetudini autoritarie. Il ritorno alla deferenza e alla sottomissione non era scritto nei programmi elettorali dell’Akp, ma ha di fatto costituito una linea di «legge e ordine» che è andata dispiegandosi nella congiuntura di forte espansione industriale di questi anni. Creando zone industriali nelle sue roccaforti rurali e disciplinando i comportamenti giudicati d’intralcio allo sviluppo comandato dall’alto, l’Akp ha attirato massicci investimenti dall’estero – e in particolare da alcune monarchie petrolifere del Golfo – in nome del cosiddetto clima di fiducia suscitato dal capitalismo turco: deferente doveva essere la manodopera e pio il popolo.

Con una certa euforia la politica estera turca ha così provato a volare  là dove non aveva mai osato, rafforzando i legami sia con le monarchie del Golfo, e in particolare con il Qatar, sia con il resto della Nato per mostrare i muscoli e aiutare ad abbattere il regime siriano. Mentre gli altri Paesi sono al riparo dalle conseguenze disastrose della guerra civile in corso in Siria, la Turchia deve già provvedere a mezzo milione di rifugiati siriani e in poco tempo i profughi potrebbero aumentare fino a due milioni.

All’interno, dopo l’avvento dell’Akp al potere, non sono mancate le restrizioni a libertà essenziali. Ampiamente privi di esperienza di governo, e senza tener conto di elementari nozioni di stratificazione sociale, gli uomini dell’Akp si sono fidati della sopportazione popolare. Mentre i ritmi di lavoro andavano intensificandosi e l’esperimento turco riscuoteva il plauso in alcune capitali occidentali, l’opera di disciplinamento diventava più ossessiva, come nel caso delle restrizioni alla vendita di alcolici, della proibizione del bacio in pubblico, delle facilitazioni all’uso del velo femminile nelle università, oltre all’aumento del costo della vita. In breve, l’imposizione delle virtù diventava una prerogativa non di un qualche apparato religioso bensì dell’autorità dello Stato. La Turchia doveva presentarsi come un Paese esemplare – tutto il contrario dell’Egitto di piazza Tahir – anche in considerazione delle ingenti quantità di petrodollari in arrivo dal Golfo e dei giudizi favorevoli della finanza occidentale. Il coronamento di questa via turca all’accumulazione doveva essere una repubblica presidenziale e autoritaria, anche a costo di qualche concessione alla minoranza curda. La via Putin avrebbe dovuto garantire, con un ritocco costituzionale e qualche trattativa sottobanco, la permanenza di Erdogan al posto di comando fin oltre il 2020.

La scenografia messa in atto con una certa solerzia dal primo ministro Erdogan, finora il capo dell’Akp, è crollata nel giro di poche settimane. Ancora una volta, il lato Sud della libertà ha piantato un albero. Ancora una volta, la combinazione d’irreggimentazione all’interno e di guerra all’estero non è passata. Il movimento partito da Gezi Park sta coinvolgendo, in modo imprevisto per molti osservatori interni ed esterni, ampi settori della società turca, determinando incroci e connessioni inaspettate. «Più alberi, più baci, più birra» è stato qualcosa che è andato al di là dell’espressione di un’enclave metropolitana scolarizzata e «occidentalizzata» e sta determinando, mettendo a nudo la logica del regime virtuoso dell’Akp, forme di comunicazione che non rimandano a un ulteriore determinazione sociale del conflitto, ma che ne stanno già da ora al cuore e costituiscono una risorsa decisiva per tutta l’area.

La laicità rivendicata dalle donne e dagli uomini di Gezi Park non ha nulla a che fare con il laicismo statale della tradizione militar-kemalista; essa non separa le donne senza velo da quelle a capo coperto che sempre più numerose vediamo nelle immagini dell’estendersi della rivolta; le bandiere nazionali nelle manifestazioni non parlano di un nazionalismo che oppone turchi e curdi, la cui presenza apertamente dichiarata segnala una possibilità diversa di uscire dalla logica tragica dello scontro Stato-antistato. Ce n’est qu’un début, scandito continuamente nei cortei ha qui una freschezza che impressiona e non è affatto detto che l’attitudine «gaullista» di Erdogan alla fine la spunti.  Come non è detto che Gezi Park alla fine non abbia qualcosa da dire a piazza Tahir che in questi giorni si è nuovamente riempita.

 

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