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Tra l’incudine e il martello

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Alle 21,35 del 15 febbraio, Tibisay Lucena,  direttrice del Consiglio Nazionale Elettorale comunicava il risultato finale del Referendum: al Sì sono andati 6.003.594 voti, pari al 54,36 per cento, al No 5.040.082 voti, pari al 45,63 per cento. Subito dopo una moltitudine di cittadini esultanti sciamava per le vie di Caracas e delle altre città del Venezuela. Una vittoria vitale per Chavez Frias, per il PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela) e i suoi alleati di sinistra, tanto più significativa perché fortemente a rischio dopo la cocente sconfitta del dicembre 2007 e la mezza sconfitta delle regionali di tre mesi fa. La differenza l’ha fatta, in una situzione di equilibrio sostanziale tra i due blocchi, l’alta affluenza alle urne, salita questa volta al 67 per cento (quasi un record per il Venezuela). Apparso in piena notte dal “balcone del popolo” Chavez ha scaricato tutta la tensione di una campagna elettorale intensissima, urlando: «Abbiamo aperto le porte del futuro, che sarà socialista!». Ma questo è tutta un’altra storia.

 

Ma torniamo adesso al Referendum costituzionale. Rispetto agli sterminati e farraginosi quesiti abrogativi del dicembre 2007 (abrogativi, vale la pena  ricordarlo, di alcuni articoli della stessa costituzione proposta da Chavez nel 1999), quello che i venezuelani si sono trovati sulla scheda questa volta aveva almeno il vantaggio della semplicità. Sentiamo: «Approva lei l’emendamento degli articoli 160,162, 174, 192 e 230 della Costituzione della Repubblica, richiesta dall’Assemblea Nazionale, che amplia i diritti politici del popolo con il fine di permettere che qualsiasi cittadino o cittadina, nell’ esercizio di un incarico di elezione popolare, possa essere soggetto di petizione come candidato o candidata per lo stesso incarico per il tempo stabilito costituzionalmente, dipendendo la sua possibile elezione esclusivamente dal voto popolare?».

 

E’ d’obbligo, sul piano squisitamente tecnico formale, sottolineare una evidente aporia del quesito sottoposto a voto. Esso parla di “emendamenti” da approvare, in verità i cittadini non hanno approvato alcun emendamento, hanno semplicemente cassato cinque articoli, cosicché la Costituzione sarà semplicemente rinumerata, tenendo conto che deve passare dall’Art. 159 al 231. E cosa cambia con questa abrogazione? Che viene abolito il limite di due mandati alla rielezione, non solo del Presidente della Repubblica, ma di tutte le cariche elettive. Si capisce quindi come le opposizioni reazionarie abbiano avuto facile gioco a contestare il quesito di demagogia, dal momento che giustifica la possibilità di mandati ininterrotti come una maniera per “ampliare i diritti del popolo”. Non c’è dubbio infatti che questa possibilità di rielezione sine die dei rappresentanti e dei governanti non premia ma lede i diritti dei cittadini, ovvero la loro facoltà di revocare gli eletti. Abbiamo anzi, con la recente abrogazione, una Costituzione che contiene un’antinomia formale evidente. La Costituzione del 1999  afferma infatti «Il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela è e sarà sempre democratico, partecipativo, decentralizzato, alternativo, responsabile, pluralista e a mandati revocabili». Viene quindi menomato, col recente Referendum, il principio della revocabilità del mandato. E si capisce dunque che al blocco reazionario è stata data un’altra possente arma, quella di avere denunciato sia quello del 2007 che l’attuale, come Referendum incostituzionali, dato che l’Art. 342 recita testualmente: «La riforma costituzionale ha per oggetto una revisione parziale di questa costituzione e la sostituzione di una o più delle sue norme che non modifichino la struttura e i principi fondamentali del testo costituzionale».

 

I lettori si chiederanno adesso: ma voi da che parte state? Dalla parte di Chavez, malgrado tutto. Ma ci stiamo criticamente o, se volete, avremmo votato sì, ma turandoci il naso. E’ un fatto che il processo bolivariano, sin dall’inizio, è dovuto passare attraverso le forche caudine di ripetute votazioni, tutte a loro modo decisive. Una vera panòplia elettoralistica. E ogni volta il governo chavista era appeso ai risultati, e con esso la possibilità stessa di difendere le conquiste sociali acquisite, di tener vivo il processo di trasformazione. Ad ognuno di questi passaggi abbiamo sempre scelto il lato chavista della barricata, senza tuttavia mai chiudere gli occhi davanti ai limiti più evidenti e agli errori della leadership. Ogni volta abbiamo scelto questo lato perché. Dall’altra parte c’era una coalizione reazionaria che avrebbe cancellato le riforme sociali adottate e alla fine schiacciato l’avanzata popolare. Il tentativo di golpe del 2002 parlava chiaro in proposito.

 

Detto questo non possiamo non segnalare il macroscopico ossimoro in cui si trova impigliato il processo antimperialista impersonato da Chavez: un’architettura costituzionale che tiene assieme il diavolo e l’acqua santa, una repubblica semi-parlamentare in cui spicca il  potere esecutivo del Presidente, con una vocazione ad una democrazia  partecipata, diretta e decentralizzata. L’eclatante contraddizione è proprio l’assetto presidenzialistico e bipolare di impronta yankee, ereditato dal passato regime oligarchico e che quello nuovo, secondo noi sbagliando, ha lasciato in piedi. Se il presidenzialismo e il bipolarismo sono infatti forme costituzionali gravemente lesive di una reale democrazia politica, in Venezuela, a causa di radicate tradizioni caudilliste, esse assumono forme patogene e populiste, che accentuano il peso del leader supremo e la sostanziale letargia  delle masse oppresse, o la loro mobilitazione passiva, eterodiretta o telecomandata.

 

Che il Venezuela possa incamminarsi verso un futuro socialista, cosa che ci auguriamo vivamente, dipende da una molteplice serie di fattori, internazionali e nazionali. Ma se questo cammino dovesse seriamente consolidarsi, non v’è dubbio che esso dovrà passare per l’abolizione del regime presidenzialistico, verso l’adozione fattuale di un sistema democratico che premi la partecipazione cosciente e attiva delle masse oppresse, la loro possibilità di scegliere chi sia deputato a governare, e di revocare questo mandato in qualsiasi momento i rappresentanti si dimostrino incapaci, corrotti o, peggio appiccicati ai loro posti nel tentativo di ampliare poteri e privilegi.

 

Risiede qui un problema scottante del processo bolivariano. All’attento osservatore non sfugge che già adesso si assiste alla tendenza alla cristallizzazione di una vera e propria casta dirigente “socialista”, che approfitta della sua posizione politica dominante pro domo sua. Questa tendenza castale a riprodurre nuove divisioni sociali, approfittando dell’arretratezza politica e culturale degli oppressi e quindi dei differenziali di saperi e conoscenze, è rafforzata dal crescente ruolo dello Stato nell’economia. Tutti i posti chiave sono infatti in mano ad una tecnocrazia di esperti e manager pubblici i quali, assieme ai politici chavisti che fanno loro da interfaccia nelle istituzioni, oltre a godere di notevoli privilegi economici, sfruttano le loro posizioni dirigenti in maniera nepotistica e clientelare, proprio allo scopo di difendere le loro posizioni. Non ci pare che l’avvenuta abrogazione degli articoli costituzionali che prevedevano mandati limitati scoraggino o indeboliscano questa neo-casta. Al contrario!

 

Probabilmente a Chavez non sfugge la minaccia che questa neo-casta rappresenta per la realizzazione di un autentico socialismo. Probabilmente capisce il pericolo e si illude di arrestarlo in virtù del suo carisma e del suo messianismo. Non gli sfuggirà allora che proprio il suo partito, il PSUV, è il pollaio dove questa neo-casta cova e briga per far si che al socialismo non si passi e si consolidi invece l’attuale, ibrido e claudicante, capitalismo di stato, che potrà anche essere anticamera del socialismo, ma solo per mezzo di una rottura con esso, non certo per automatici e congeniti  meccanismi. Chi voglia davvero il socialismo, deve sapere che prima o poi dovrà passare sul cadavere del capitalismo di Stato e della casta che lo incarna, poiché un simile regime è solo un momento di passaggio, o verso un regime oligarchico capitalista o, vedi le vicende sovietiche, verso un regime tirannico  burocratico-collettivista. Non vogliamo mettere in dubbio  la buona fede di Chavez, sarà che egli ha capito che sta tra l’incudine della vecchia oligarchia capitalista e il martello della neo-casta capitalista di stato. I prossimi anni mostreranno come vorrà evitare di restare schiacciato nel mezzo.

 

 

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