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Il nucleare italiano nella colonia albanese?

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“Centrale atomica in Albania? Frattini da Tirana: ipotizzabile”. Con questo titolo, il Corriere della Sera del 28 ottobre confermava quel che da tempo è ben noto a chi segue i rapporti Italia – Albania.
Rapporti di tipo coloniale, che includono una significativa presenza di truppe italiane nel paese delle aquile.
Quale sia la dipendenza economica dell’Albania dall’Italia è rilevabile da queste nude cifre pubblicate sul sito della Farnesina: Primo partner commerciale dell’Albania, primo investitore per numero di imprese operanti nel Paese, primo donatore bilaterale, l’Italia ha confermato nel 2007 la posizione di leader con una quota del 35% del commercio albanese. Rispetto al 2006, le esportazioni italiane sono aumentate del 21% (€ 815,1 milioni) e le importazioni del 10,8% (€ 460 milioni). Tassi di crescita costanti (circa il 6% annuo da un decennio) ed una politica fiscale volta a favorire gli investimenti dall’estero hanno consentito il progressivo radicamento dei nostri investimenti nel Paese. La prospettiva europea di Tirana rafforza tale tendenza”.

Già, la prospettiva europea, e prima ancora quella Nato nella quale l’Albania dovrebbe essere ammessa nella primavera 2009, altra tappa della sua espansione ad est.
Ma con l’Europa Tirana ha il problema dei visti di cui chiede la liberalizzazione. Ovvia allora la domanda al protettore italiano di sostenere a Bruxelles questa richiesta. Frattini, negli incontri albanesi di fine ottobre, non ha detto di no, ma ha legato questa promessa all’accettazione di un preciso ricatto.
Come ha scritto Edon Qesari su Albanianews: “Detto brevemente i visti più liberi con l’Italia arriveranno dopo concessioni abbastanza significative da parte albanese per la politica energetica italiana”.

E’ dal 1999, cioè dalla guerra alla Jugoslavia (ricordate l’operazione Arcobaleno?), che vanno avanti i tentativi italiani di mettere le mani sulle potenzialità energetiche albanesi attraverso l’Enel.
Diversi sono i progetti (dallo sfruttamento idroelettrico alle biomasse) ed è del dicembre 2007 l’accordo tra Enel e Kesh, l’azienda elettrica albanese, per la costruzione di una centrale a carbone.
Ora dal carbone si cerca di passare al nucleare. L’obiettivo è sempre quello: scaricare i costi ambientali e sociali di questi impianti sulla colonia albanese, per consumarne poi la produzione in Italia, trasportando l’energia con cavi già posati nell’Adriatico.
L’idea dell’atomo delocalizzato nei Balcani venne annunciata nell’aprile scorso da Giulio Tremonti, che dichiarò, papale, papale: “Finora abbiamo delocalizzato il lavoro, perché ora non delocalizziamo il nucleare per localizzare il lavoro”? (Sole 24ore, 1 aprile 2008).
Il 30 maggio è il primo ministro albanese, Berisha, ad uscire allo scoperto annunciando che: “C’è un gruppo italiano che è venuto a discutere la possibilità di una centrale in Albania. Ma non abbiamo ancora deciso il sito. Sappiamo solo che ci sarà. Questo paese offre tutte le garanzie per produrre nucleare sicuro” (intervista al Corriere della Sera).

Dopo Tremonti e Berisha è toccato dunque a Frattini confermare il progetto di sfruttamento del territorio albanese a fini energetici.
Forse il governo italiano ha qualche dubbio sulla possibilità di mettere davvero la prima pietra di un nuovo piano nucleare sul territorio nazionale e vuole rifarsi nella piccola colonia al di là dell’Adriatico.
Qualcuno a sinistra ha qualcosa da dire su questo progetto neo-coloniale?
O forse, nelle vicinanze del settantesimo anniversario dell’occupazione fascista (7 aprile 1939), lo sfruttamento della piccola Albania sta bene a tutti?

 

 

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