La strategia dell'ultima chance

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo    

LA STRATEGIA DELL’ULTIMA CHANCE
come cambierà la politica globale degli USA se vincerà Obama

di Dimitri Nilus

 

Nell’interessante pezzo redazionale del 18 ottobre dal titolo «Obama o McCain: cosa può cambiare?» si esprimomo tra l’altro due certezze che
«... il nuovo presidente, chiunque esso sia, si troverà davanti all’impellente necessità di riorientare la politica imperiale di Washington. ....e che la belva ferita cercherà il riscatto con un rilancio della propria aggressività. In nessun caso, cioè, gli Usa accetteranno pacificamente il ridimensionamento del proprio ruolo di dominatori planetari».

Condivido nella sostanza il pronostico, tutto sta a capire le modalità di questo “riscatto”. Un medesimo orientamento strategico può infatti essere declinato in maniere anche molto differenti. Cogliere queste declinazioni (che non sono solo sfumature) è determinante per chi voglia combattere l’impero americano che, come sosteneva il Che, era e resta il principale nemico del genere umano.

La strategia dell’Impero dal 1945 ad oggi ha avuto sostanzialmente caratteri uniformi, prescindendo dalla differenziazione politica fondata sul modello repubblicano o democratico. A nostro avviso, il fondamento imperialistico americano si può riassumere, semplificando, in due concetti chiavi: la missione planetaria quale elezione divina della razza angloamericana da un lato, l’eurofobia dall’altro. Non è questo il luogo per un simile approfondimento, ma l’anticomunismo americanista ha assunto caratteri di vera e propria missione ossessiva soprattutto quando la Russia sembrava orientarsi verso «soluzioni interne» maggiormente orientate ad una comunione di finalità con talune elités culturali o militari europee.
  
Oltre ciò, non va trascurato che l’Impero si è imposto fino ad oggi, con metodologie che non possiamo non definire, come è ormai evidente sempre più, non militari, ma: terroristiche. Ieri l’altro il terrorismo pareva essere giustificato dalla «barbarie fascista». Ieri invece era giustificato dai crimini comunisti. Oggi vuole essere giustificato dal «fondamentalismo islamico». Ma parzialmente, nella società civile europea si va facendo strada la coscienza, sempre di più, che in fondo il terrorismo americano è un terrorismo imperialista, di conquista. A tal punto valeva tenersi i “nostri  terrorismi”, iniziano a pensare molti cittadini europei! Ammesso lo fossero... L’ultima Presidenza, quella Bush, ha dispiegato questa logica terrorista e dominatrice insita nella missione imperialista angloamericana, nella sua più cruda radicalità. In un certo senso, come dice Berlusconi, Bush sarà ricordato come un “grande presidente” della storia Usa, è certo questo. Per aver mostrato finalmente, senza finzioni, quale sia l’essenza nuda della missione della razza angloamericana.
  
Ma i risultati, come sappiamo, sono stati catastrofici per l’Impero. Sono convinto che si volterà pagina. Che Obama non sarà ucciso. Che sarà integralmente il nuovo “messia” della civilizzazione angloamericana. Sono anche convinto che il suo neo-wilsonismo sarà una carta assai forte (ben più radicale e pericolosa della logica bellicista neo-cons) capace di mettere nuovamente in scacco vaste sacche della società civile europea. Ma siamo anche certi che questa sarà l’ «ultima chanche» degli angloamericani. La Nuova America, di fronte all’emergere di un mondo multipolare, si proporrà ora come una potenza massimamente “democratica”, illuminata, pacificatrice, filantropa ed amica dei popoli oppressi. Abbandonerà gradualmente i fronti che fino ad oggi ha tenuto aperti conducendo a massacri inenarrabili, da vero e proprio genocidio.

La Nuova America sa che, nei tempi lunghi, sarà inevitabile il conflitto con la Cina. E sa che la Cina è la principale minaccia alla stabilità (ormai fortemente traballante) del sistema globale monopolare a tinta angloamericana. Per questo giocherà ancora, come ha sempre fatto nella storia (si ricordi l’alleanza sino-americana in funzione antisovietica), ma in modo più raffinato, la carta dell’eurofobia. Il cambio di regime (anche per ciò che la figura fisica di Obama incarna) produrrà un’inevitabile rivoluzione culturale che chiamo post-americanista. Voglio auspicarmi che i patrioti e combattenti che dalla Palestina all’Iraq, dal Libano alla Siria, coloro che fino ad ora hanno tenuta accesa la fiaccola della libertà e della salvezza di civiltà, non si lasceranno ingabbiare in queste logiche neo-wilsoniane, e sono anche convinto che faranno breccia, più di quanto hanno fatto breccia ad oggi, in molte loro elites dirigenti.
Come in Israele si sta affacciando sempre più forte una scuola di intellettuali e storici post-sionisti che stanno ridisegnando il modello di dominio sionista, questo sta avvenendo negli Usa. Sappiamo anche che i veri patrioti arabi anti-mondialisti guardano ancora alla Russia come ultimo faro di civiltà di contro alla civilizzazione meccanicistica occidentale. E d’altronde, è fin troppo evidente (i segnali li abbiamo già avuti con il micro-conflitto dell’agosto 2008 e con la morte di 40 soldati russi ieri l’altro, 18 ottobre, in Inguscezia) che la Nuova America si sta preparando allo scontro con la Russia. Sempre in senso chiaramente eurofobo ed antieuropeo. Temo che la Cina rimarrà ad osservare, spalleggiando surrettiziamente l’Occidente, ma senza prendere aperta posizione. Ma niente di più logico, in tal senso, di un’occulta alleanza sino-americana, in funzione antieuropea. In attesa del confronto definitivo tra le due potenze. L’Europa, in questo frangente, inizierà ad essere percorsa da fratturazioni e radicali scontri interni, che avranno la possibile forma di scontri inter-imperialistici in terra nostra. L’unica salvezza (di cui dobbiamo allo stato attuale purtroppo fortemente dubitare) sarebbe una rivoluzione europea che spazzi via le elite attuali e ridislochi il continente a fianco della Russia e delle Resistenze antimperialiste.
  
Ma se sarà realmente una Nuova America, chiederà il lettore attento ed intelligente, dispiegherà ancora le sue forze in attacchi terroristico-militari in grande stile? No, non lo farà. Certamente, non lo farà. La vittoria strategica più grande dell’America post-1945 è stata la vittoria politica (non militare) dei mujahedin afgani contro l’Armata Rossa. Il modello futuro sarà il medesimo. L’imperialismo “democratico” post-americano e postsionista non si sporcherà più le mani, già lorde di troppo sangue. La sua immagine è già troppo sporca di sangue innocente. Creerà nuove truppe subcoloniali, sul modello delle “rivoluzioni arancioni”. Il terrorismo avrà ora caratteri ancor più ipocritamente “democratici” e progressisti, perché, Putin, come già da anni sostengono i mezzi di informazione, è il “nuovo Mussolini” (definizione di Brezinsky) ed il restauratore della dittatura sovietica, oltre che un neo-zarista. La russofobia sarà dunque sempre più all’ordine del giorno. La partita è aperta, ma vediamo incertezze, dubbi, scarsa analisi della situazione strategica globale in quelle che dovrebbero essere forze di liberazione europea. Il tempo stringe. E noi non siamo affatto pronti.

 

 

 

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