Nazione e patriottismo (repetita iuvant)

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«La libertà di pensiero ce l'abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero».
Karl Kraus

Ci risiamo.
La scassata armata Repubblica-Espresso-Micromega ritorna all'attacco contro il "rossobrunismo". Per la verità essa occupa la prima linea di un fronte ben più vasto che va da certa  sinistra ultras a giornaloni come CORRIERE DELLA SERA e LA STAMPA, passando per il manifesto e LEFT. Nel tempo abbiamo tentato di rubricare questo vero e proprio assedio.
L'ultimo assalto anti-rosso-bruno, tra il patetico e l'implausibile, l'ha portato Micromega, con un articolo, L'Italia siamo noi. La sinistra e l'identità nazionale dello studioso Jacopo Custodi (l'ostentata erudizione non è garanzia per evitare bufale e fake news): dove se la prende con noi e con Fassina ed alcuni suoi amici.

EXCLUSIONARY VS. INCLUSIONARY

Del suddetto avevo avuto modo di leggere il suo saggio Populism, Left-wing Populism and Patriotism. A contribution to the theorization of Left-Populism, uno studio sui populismi di sinistra in America latina e quelli rinascenti in Europa — rigorosamente ed eslcusivamente nella lingua dell'Impero, come si esige nel mondo accademico. Un saggio tanto ponderoso quanto nozionistico, come capita spesso agli esegeti di Ernesto Laclau e, soprattutto Chantal Mouffe i quali esegeti  finiscono, al netto dei funambolismi teorici, per ripetere a pappagallo, se non addirittura impoverire quanto già detto e scritto dai due controversi intellettuali.

Custodi ammette, in questo saggio, sulla scia di Laclau e Mouffe, che contro l'avanzata dei populismi di destra, ahinoi, la tradizionale narrazione marxista è impotente e che contro di essi si deve oppure il "populismo di sinistra". Un populismo di sinistra deve perciò riscoprire come positivi i concetti di nazione e di sovranità nazionale, e può utilizzare come arma politica il valore del patriottismo.

Fin qui nulla di male, come converranno i nostri più assidui lettori, che si chiederanno dunque come mai il nostro se la prenda con la sinistra patriottica italiana. Il fatto è che Custodi, restando intrappolato nella trama narrativa di Laclau e Mouffe ed accettando il loro fondamentale paradigma teorico, finisce per ingarbugliare il tutto, svuotando i concetti di popolo, nazione e patriottismo della loro sostanza storico-politica, quindi giungendo ad un'idea di patriottismo non solo lontanissima dalla nostra ma alquanto sbilenca e discordante rispetto a quella dello stesso Laclau.

Un'idea di nazione e di patriottismo, quella di Custodi, del tutto simile, se non addirittura conforme, con quella del filosofo tedesco Jürgen Habermas, ovvero l'idea astratta e cosmopolitica della "cittadinanza costituzionale universalistica", concepita come antitesi alla nazione storica. Un pensiero, quello di Habermas pervasivo assai, avendo plasmato non solo le teste d'uovo della sinistra globalista di regime, ma pure quelle della sinistra radicale, per contaminare addirittura, nella forma sghemba di un "nuovo costituzionalismo europeo", amici come Stefano Fassina. Segno di una soggezione teorica difficile da superare.

Alla fine, del saggio di Custodi — sorvolando sulla sciocca vulgata liberale secondo cui "gli orrori del '900" sarebbero stati commessi dai nazionalismi, non già dagli imperialismi — tra le mani  rimane ben poco. Nulla viene aggiunto a quanto già sapevamo del populismo. E per quanto attiene all' opposizione ed alla differenza tra populismo di destra e di sinistra; il nostro si limita a segnalare che il primo tende adescludere, il secondo ad includere. Nozione non solo superficiale ma deviante, quindi sbagliata, visto che di questi tempi l'egemonia fa premio ai populismi di destra, che evidentemente, in quanto maggioritari, riescono ad essere ben più inclusivi di quelli di sinistra. En passant: i modelli preferiti di populismo di sinistra sono per Custodi SYRIZA e Podemos...

IL PARADIGMA TEORICO DI LACLAU

Qual è dunque il paradigma teorico di Laclau e Mouffe e che entrambi hanno posto come decisivo malgrado le loro fasi e le loro reciproche differenze? E' l'accettazione di uno degli enunciati peculiari di certo post-strutturalismo (e post-modernismo), per cui, contro ogni pretesa ontologica, contro ogni idea che supponga l'esistenza di universali o fondamenti ultimi, si afferma che nulla avrebbe più sostanza o essenza, né tantomeno valore storico-oggettivo. Tutto sarebbe mero discorso, forma simbolica, narrazione linguistica.
Ernesto Laclau e Chantal Mouffe
Filosoficamente parlando una forma radicale di nominalismo o, più precisamente, di arbitrarismo ockahamiano. Ma non ci complichiamo la vita.


Se all'inizio del suo tragitto Laclau utilizzava questo paradigma per contrastare l'economicismo ed il determinismo dei certo marxismo ossificato —per cui il socialismo sarebbe stato un parto dello sviluppo capitalistico ed il soggetto politico non sarebbe che un'ostetrica che a cui era affidato il compito di  assecondare la venuta alla luce del nascituro —, strada facendo è diventato una forma estrema di soggettivismo politico élitista, per cui tutto verrebbe a dipendere dall'élite politica, dalla sua capacità di costruire, ex nihilo, il popolo e la nazione. Non ci sono, nel paesaggio di Laclau e Mouffe, leggi economiche e sociali sistemiche obiettive —tra cui quella marxiana di Valore —, nemmeno di ultima istanza, né classi sociali oggettive.

Conflitti, cambiamenti politici e rotture sistemiche sarebbero frutto della mera contingenza, figlie di circostanze imprevedibili, della fusione tra istanze eterogenee e movimenti non solo diversi ma addirittura asimmetrici. Spetta all'élite populista, anzi, al leader populista (Laclau non a caso prende ad esempio Peron) il compito di utilizzare le circostanze e di convogliare le diverse e disparate rivendicazioni parziali come anelli di una medesima "catena equivalenziale", entro un medesimo orizzonte. La qual cosa, più prosaicamente e per venire a noi, significa ad esempio, per il populismo di matrice leghista "prima gli italiani", ovvero indirizzare il malcontento e la protesta contro chi sta in basso, per quello a cinque stelle indirizzarla contro chi sta in alto, "la casta". Qui Laclau, distorcendo non poco il pensiero di Gramsci, cala l'asso dell'egemonia, e prende di nuovo a modello di pratica egemonica il peronismo, un ectoplasma tentacolare che riuscì a contenere al suo interno di tutto e di più, da certa sinistra guerrigliera socialista alla destra nazionalista.

LA NAZIONE E IL PATRIOTTISMO

Veniamo dunque a quanto asserisce Custodi nel pezzo su Micromega. Il nostro, dopo aver preso atto che assistiamo alla "rinascita dell'uso politico della nazione" e ad una "ristrutturazione dello spazio politico che in parte trascende la dicotomia destra-sinistra" e che rimette al centro l'identità nazionale (come si può negare che ci sono il giorno e la notta?), spara la cannonata:
«Esiste all’interno della sinistra una corrente minoritaria ma in crescita che cerca di coniugare il patriottismo italiano con alcuni valori tradizionali della sinistra. È il cosiddetto ‘rossobrunismo’, un’area politica eterogenea e di varie gradazioni, che va da organizzazioni quali Patria e Costituzione, Rinascita! e Movimento Popolare di Liberazione (P101), fino a personaggi come Diego Fusaro. È il rossobrunismo italiano un esempio di questa possibilità di reimmaginare la nazione di cui ho parlato finora? Assolutamente no. Per una ragione molto semplice: perché nel rossobrunismo non c’è reimmaginazione, non c’è sfida controegemonica, ma vi è piuttosto un’interiorizzazione dei valori e dei significati che l’identità nazionale assume all’interno della destra italiana».
Poteva essere una critica, è invece, con lo stigma del rossobrunismo, una condanna all'ostracismo, un dagli all'untore. La qual cosa, beninteso, qualifica chi lancia l'accusa, accusa che ha al centro il concetto di "reimmiginazione". Noi "rossobruni" non
"reimmaginiamo" la nazione ma difenderemmo la stessa idea di certa destra. Non siamo all'insinuazione che prenderemmo in prestito dal fascismo l'idea di nazione, ma ci siamo vicini. Ovviamente non è così e per dimostrarlo è bene sottolineare quale sia l'idea di nazione del nostro.
Per Custodi, cito, "Le nazioni in quanto "entità concrete" semplicemente non esistono e non hanno alcun contenuto politico fisso e predeterminato, sono comunità immaginate"; mentre "l'identità nazionale è sempre congiunturale e mai predeterminata". Come si vede non si fa che applicare in modo pappagallesco uno dei concetti del post-strutturalismo: nulla è davvero storico-concreto, reale, ma frutto di immaginazione discorsiva.

Invece le nazioni sono prodotti reali, hanno radici storiche, territoriali, politiche, culturali, ideali, linguistiche, emozionali ed anche — scandalo dei politicamente corretti — etniche. Custodi vorrebbe far credere all'ignaro lettore che noi, dal momento che consideriamo anche il fattore etnico, difenderemmo il mito romantico del Blut und Boden (Sangue e suolo), quindi la concezione etnicistica della nazione del movimento völkisch tedesco.

Per supportare la sua accusa e per sostenere che "Nè la comunanza etnica o linguistica, né l'esistenza di tradizioni o culture condivise reggono davanti all'indagine storica", egli porta l'esempio di
«nazioni come la Svizzera o il Belgio che hanno varie lingue ufficiali, altre come il Brasile o gli Stati Uniti sono un crogiuolo di etnie diverse»
per giungere al luogo comune che
«La cultura piemontese ricorda più quella francese che quella siciliana. Cos'hanno in comune Trento e Napoli?».
Un distillato di scempiaggini. Il nostro non s'avvede, quando cita i casi di stati-nazione multietnici o multinazionali, che fa rientrare dalla finestra proprio la concezione etnicistica della nazione, ovvero che questi non sarebbero vere nazioni in quanto sono un "crogiuolo (guarda caso: melting pot) di etnie diverse". Spunta fuori quindi l'idea del movimento völkisch tedesco, per cui solo quello tedesco sarebbe un popolo etnicamente e linguisticamente incontaminato" quindi la sola vera nazione.
Che forse gli stati federali come Svizzera, Regno Unito o Russia non sarebbero nazioni? Che forse quei popoli, a dispetto delle differenze entiche e linguistiche non si sentono parte della medesima comunità storico-nazionale? Andateglielo a chiedere. La nazione, questo ci dice la storia, è quasi sempre una concrezione di più ethnos, ovvero è costruzione comune di un demos in cui diversi ethnos si sono fatti nazione e coabitano in modo solidaristico. Un unico demos, ove sia democratico e non annessionistico, può quindi includere una pluralità di ethnos. Entro questa dialettica si può comprendere quel che affermò Ernest Renan, che "la nazione è un plebiscito di tutti i giorni".

PATRIOTTISMO DISARMATO

La tesi del nostro, sul solco di Habermas piuttosto che su quello di Laclau,
visto che le nazioni non esistono e sono solo costruzioni immaginarie, "consistono in un sistema condiviso di norme e leggi".

Stiano dunque attenti Fassina ed i compagni attorno a lui raccolti. Essi —quando non addirittura alludono all'assurdità del "patriottismo europeo", altri "mediterraneo" —, nel comprensibile tentativo di smarcarsi dal nazionalismo di matrice fascista, annessionistico e imperialistico, sostengono che il loro patriottismo è tutto e solo politico, cioè esclusivamente fondato sui "valori" della lealtà verso la Costituzione repubblicana. Un patriottismo fiacco, disarmato, che non ha né potenza politica né alcuna forza egemonica ed emozionale, basato su una tesi semplicistica e minimalistica della nazione, e coloro che la sostengono rischiano non volendo di diventare satelliti della sinistra anti-nazionale e globalista.

Chiediamo: se il patriottismo italiano legittimo sia solo quello basato sulla lealtà alla Carta costituzionale, che dire dei Pisacane, dei Garibaldi e dei Mazzini? Per non parlare del Machiavelli. Che dire delle decine di migliaia di volontari che morirono sui campi di battaglia in nome dell'Italia? Avevano forse essi una Costituzione su cui giurare e immolare le loro vite? No, non l'avevano, morirono per fare dell'Italia una nazione democratica e popolare, ovvero lottarono per avviare uno storico processo costituente. Essi furono sconfitti e fu grave onta della sinistra italiana, in nome di un malinteso internazionalismo, lasciare la loro memoria all'insorgente fascismo.

Colpa che fu espiata dalla resistenza italiana, dai combattenti che senza attendere direttive dall'alto, nel settembre 1943, salirono in montagna e si diedero alla lotta armata per un sentimento patriottico e civile contro lo sfascio dello Stato nazionale e per riscattare la dignità della Patria. Chiediamo: non era forse il loro patriottismo legittimo e sacrosanto? Eh certo che lo era, malgrado la Costituzione fosse di la da venire, ed anzi la lotta poteva anche non sfociare nella Repubblica democratica.
 

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