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La nostra linea di condotta. Piattaforma del Campo Antimperialista

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La nostra linea di condotta. Piattaforma del Campo Antimperialista
Firenze, marzo 2002

 1. Contrariamente alle speranze suscitate dalla Rivoluzione d’Ottobre, il capitalismo mondiale non solo non è crollato sotto le sue contraddizioni, ma è riuscito a lasciarsi alle spalle, anche se con vistose ferite, il periodo più turbolento della sua storia. Ciò è stato possibile per tre ragioni fondamentali. (a) perché le classi dominanti hanno schiacciato senza pietà i numerosi tentativi emancipatori e libertari; (b) perché il grosso del movimento operaio occidentale, così come gran parte delle elite che hanno guidato i processi di liberazione nazionale nei paesi semi-coloniali, hanno finito per abbandonare le tradizioni rivoluzionarie preferendo politiche di collaborazione con l'imperialismo; (c) infine il capitalismo ha conosciuto un poderoso sviluppo delle sue forze produttive, mentre i paesi che avevano imboccato la strada del socialismo, dopo un primo periodo di slancio, sono precipitati in una stagnazione che li ha portati al collasso. La tesi economicistica e meccanicistica per cui la fase imperialistica sarebbe stata quella della putrefazione e dell’agonia mortale del capitalismo, si è rivelata sbagliata.

2. La cosiddetta “globalizzazione” (di cui il “neo-liberismo” è solo una delle facce), malgrado non possa essere considerata una nuova fase storica della società borghese, segna una nuova tappa dell'egemonia mondiale del capitalismo. Non è vero però che con la “globalizzazione” il capitalismo sia tornato ai tempi della “libera” concorrenza e  delle “libere” leggi di mercato, che conosca una nuova fase storica di sviluppo. In dieci anni si sono rafforzate tendenze che vanno nella direzione opposta: fortissima e squilibrata concentrazione dei capitali su scala mondiale a favore del capitale finanziario-speculativo e della rendita parassitaria, accentuazione, assieme al carattere neo-colonialistico del sistema imperialistico, del divario tra paesi ad alto e basso sviluppo capitalistico, rafforzamento  della supremazia nord-americana, crescente militarizzazione globale. I crolli devastanti di alcuni paesi capitalistici (Messico 1995, Tailandia 1997, Russia e Indonesia 1999, Argentina 2001) indicano che nonostante tutti gli sforzi il capitalismo è un sistema antagonistico e instabile, esso non consente alla gran parte dei popoli di superare il loro sottosviluppo cronico, è refrattario ad ogni politica di programmazione strategica,  rifiuta per natura ogni subordinazione dell’economia a finalità sociali. A questo corrisponde, sul piano della politica internazionale, un’accentuazione delle contraddizioni e dei conflitti, a cui l’Occidente risponde con l’intensificazione del suo comando e l’uso della forza armata come fattore permanente, con l’indurimento della “guerra a bassa intensità” nelle periferie turbolente, con l'attacco preventivo ad ogni paese o forza considerati ostili, ed infine con la degenerazione autoritaria  delle "democrazie opulente" allo scopo di prevenire ogni movimento antagonistico interno. Gli Stati-nazione, in questo processo contraddittorio, conoscono un destino a-simmetrico: si indeboliscono e traballano quelli a capitalismo debole e dipendente, si rafforzano (vedi gli USA) quelli imperialistici. L’Unione Europea (ammesso che il processo di unificazione non si interrompa) esprime si la crisi dei vecchi Stati nazionali borghesi, ma non verso una realtà indeterminata e a-statuale, semmai verso un meta-stato, imperialistico e sotto tutela degli U.S.A.

3. Il crollo dell’URSS e dei suoi satelliti in Europa centrale ed Orientale, l’orientamento capitalistico della Cina, lo spappolamento della Iugoslavia, rappresentano un tornante decisivo della storia moderna. Essi hanno avuto un effetto devastante per la lotta di classe mondiale, ferendo a morte i movimenti anticapitalisti e antimperialisti già in crisi, causando uno spostamento radicale dei rapporti di forza a favore del fronte imperialistico, di cui gli USA rappresentano più che mai il centro propulsore decisionale.  Il superpotere imperiale nordamericano —forte dell’alleanza strategica con le altre potenze (Canada, Europa, Australia e Giappone), e dell’appoggio di tanti satrapi (tra i quali spiccano, in un’area decisiva, paesi come Israele, la Turchia molti paesi arabi)— tenta di impedire in ogni modo l’affermarsi di un ordine mondiale “multipolare” e sembra disposto ad usare ogni mezzo per tutelare il predominio globale. Enduring freedom, il teorema dell’asse del male, il pretesto della lotta al terrorismo, svelano che la Casa Bianca ha dato avvio ad una guerra preventiva ininterrotta allo scopo di schiacciare ogni forza ostile nei teatri che essa ritiene di vitale interesse strategico, cioè quasi tutte le regioni del globo terracqueo. Il superpotere imperiale è impegnato ad inibire con ogni mezzo la possibilità che in un qualche paese di media importanza possa sorgere nuovamente un potere rivoluzionario, ad impedire ad ogni costo che possa scatenarsi e propagarsi un’ondata liberatrice antimperialista. Questa politica non può che condurre ad una ulteriore destabilizzazione internazionale, ad accentuare le contraddizioni latenti, ad un inasprimento dei conflitti. Nuove guerre e nuove rivoluzioni saranno inevitabili, ed esse potrebbero riproporre all’ordine del giorno, seppure in modi inediti e imprevedibili, la conquista del potere da parte degli sfruttati. Queste vittorie non potranno resistere al contrattacco imperialistico se non si estenderanno internazionalmente e se esiteranno a schiacciare la reazione. Lo scontro è sempre più a dimensioni mondiali.

4. Le forze rivoluzionarie e antimperialiste vivono una fase di prolungata ritirata strategica. L'imperialismo è all’attacco su tutti i fronti, al centro come in periferia. Ma è nelle  periferie —dove il sistema imperiale non riesce a garantire né crescita economica né diritti elementari alle larghe masse, dove esso si manifesta insomma  nella sua cruda barbarie— che si addensano le contraddizioni più immediate ed esplosive, è qui che il cosiddetto “nuovo ordine mondiale”, cioé l’ordine monopolare può essere colpito con più facilità. Nei paesi semi-coloniali infatti, le lotte di antimperialiste di resistenza, pur in modi multiformi, non si sono fermate nemmeno per un attimo. Qui la politica di saccheggio spinge alla resistenza non solo i più poveri, ma pure settori importanti dell’intellighentia, dell’Esercito e della borghesia nazionale i quali, per non soccombere, si debbono a volte schierare con la massa dei dannati, quasi sempre sotto bandiere patriottiche, nazionalistiche o panislamiche. Questa contraddizione tra imperialismo e nazioni oppresse può fungere da apripista a veri e propri processi rivoluzionari di liberazione nazionale e sociale. Accanto a sacche di resistenza guidate ancora da forze genuinamente antimperialiste (Palestina e Colombia ad esempio) le masse diseredate si mobilitano sotto insegne populiste, caudilliste, panislamiche, “etniche”, spesso apertamente reazionarie e semi-feudali. E’ doveroso, pur mantenendo un atteggiamento critico e senza venir meno ad una impostazione internazionalista e rivoluzionaria, sostenere non solo le lotte sociali o di liberazione nazionale guidate da forze antimperialiste, ma tutte le rivolte di quei popoli, di quelle nazioni e di quei movimenti che, nonostante le loro direzioni reazionarie, indeboliscono e incrinano il sistema monopolare imperialista.

5. Il nostro antimperialismo è fondato su principi anticapitalisti, la nostra prospettiva finale è il socialismo internazionale. Esso è dunque alternativo a quelli fondati su criteri puramente nazionalistico-borghesi, religiosi, etnico-culturali, populistici. In questi casi il nostro appoggio è sempre critico e condizionato. Diverso è il caso di tutti quei movimenti di resistenza dei popoli oppressi a carattere democratico-rivoluzionario che non a caso sono quasi sempre guidati da forze politiche di origine comunista. In questo caso il nostro sostegno militante deve spingersi oltre, fino ad un collegamento stabile e, possibilmente, ad un coordinamento delle iniziative nella prospettiva di un fronte unico internazionale. Ciò non significa sposare acriticamente questo o quel partito e la loro politica.  Pur essendo stati pienamente solidali coi tutti i movimenti di liberazione, abbiamo espresso il nostro dissenso quando questi ultimi hanno subordinato la lotta al negoziato col nemico, siglando “accodi di pace” che si sono rivelati colossali fallimenti. Per quanto riguarda i paesi che si sono liberati dal giogo imperialistico la nostra difesa è incondizionata, ma ciò non ci impedisce di esprimere le dovute riserve quando ove la loro politica recasse danno alla lotta antimperialista internazionale o regionale.

6. Particolare importanza e nuova fisionomia assumono le questioni dell’autodeterminazione delle nazioni, della guerra e della pace. Non tutte le lotte di autodeterminazione nazionale sono progressiste  e sostenibili. L’imperialismo ha imparato la lezione e spesso appoggia e arma alcune lotte secessioniste per difendere i suoi interessi geo-strategici, economici e militari (vedi la politica NATO nei Balcani). In generale noi sosteniamo soltanto le lotte di liberazione nazionale che sono effettivamente antimperialiste.

Il fatto che non ci sia stata una terza guerra mondiale non vuol dire affatto che il mondo sia stato pacificato. Se prima tra una guerra e l’altra poteva esserci un lungo periodo di pace, oggi c’è un permanente e globale stato di guerra che l'Imperialismo per ora riesce a tenere distante ma sempre meno lontano dai propri confini. Basta guardare all’Europa e al Mediterraneo. Dal 1991 i Balcani sono in stato di guerra. Guerra c’è in Algeria e nelle terre del popolo Saharui. Guerra c’è in Turchia. Guerra c’è in Palestina, in Iraq e Medio Oriente. Poco più a est c’è guerra in Afganistan e uno stato di belligeranza latente tra Pakistan e India. Più a Sud, in Africa, è tutto un frammentato stato di guerra tra "nazioni", stati e cosiddette etnie. In America Latina la Colombia conosce la più lunga guerra civile dopo quella del Viet Nam, mentre la reazione tenta di rovesciare con ogni mezzo il governo di Chavez e minaccia le masse argentine insorte.

Questa frammentazione non consente di prendere una posizione univoca. Di norma dobbiamo assumere una posizione disfattista in guerre e faide inter-borghesi, sempre pronti a schierarci nel caso un’analisi concreta della situazione concreta ci indichi da che parte stia l’imperialismo, il nostro nemico fondamentale, e chi agisce come sua pedina. Per quanto riguarda il problema di conflitti tra potenze imperiali per spartirsi il mondo (guerre interimperialiste) noi siamo per il disfattismo rivoluzionario. Il male minore è la sconfitta del proprio imperialismo. Nessuno appoggio al patriottismo imperialista di qualunque razza. Trasformare la guerra imperialista in guerra per la liberazione sociale.

7. In attesa che la lotta di classe in Occidente riprenda slancio e continuità, che un nuovo movimento proletario risorga nel cuore dell’Europa borghese diventando la forza motrice di un nuovo blocco anticapitalista, la solidarietà antimperialista e la mobilitazione internazionalista, manterranno (come insegna un ventennio di battaglie per il Nicaragua, l’Iraq, il Messico, il Curdistan, la Jugoslavia, l'Afganistan e più di tutti la Palestina) una rilevanza decisiva.

Il movimento contro la globalizzazione sorto a Seattle, pur essendo prigioniero di idee pacifiste e filantropiche, è la spia infallibile che in Occidente il conflitto si è riaperto. Essendo  parte attiva di questo movimento, dobbiamo e possiamo svolgere una funzione positiva affinché esso superi il minimalismo riformistico e diventi un vero e proprio movimento antimperialista. Ciò implica un’adeguata politica fondata sulla coppia critica e unità. Critica fermissima delle sue illusioni umanitaristiche, della sua politica interclassista e telemediata, dei suoi gruppi dirigenti sempre più vicini alla socialdemocrazia. Critichiamo anche coloro i quali fanno della guerriglia un feticcio, che vorrebbero imitare le esperienze armate in atto in molti paesi oppressi, riprendendo il cammino già rivelatosi fallimentare negli anni ‘60-’70. Conflitto e consenso debbono andare di pari passo, ove i settori più combattivi si lanciassero all’offensiva isolatamente, questo non farebbe che facilitare il loro annientamento.

E’ in Occidente che hanno sede i centri strategici del potere finanziario, economico, politico e militare del sistema imperialista. Il compito degli antimperialisti e degli internazionalisti non è solo quello di solidarizzare con le lotte antimperialiste delle periferie dell’impero, ma di sostenerle attivamente, svolgendo un ruolo di collegamento e di ponte affinché quelle lotte giungano in modo dirompente nel cuore stesso del sistema imperiale. Ciò non può essere disgiunto dalla necessità di contrastare il liberismo che si accanisce contro i proletari, la blindatura autoritaria dell’Occidente dove, col pretesto della "lotta al terrorismo" si calpestano i diritti democratici acquisiti, si rafforza le tendenze allo sciovinismo, al razzismo e al militarismo. Questo corso reazionario, infine, non sarebbe possibile se non esistesse quello che Lenin chiamava social-imperialismo la tendenza del movimento operaio occidentale ad essere incapsulato nel sistema come forza di complemento della politica imperialistica. Il flusso migratorio epocale da sud e da est verso i paesi imperialisti, sul medio-lungo periodo, potrebbe essere un elemento altamente positivo per le forze anticapitaliste. Un nuovo proletariato multinazionale va lentamente sorgendo ed esso, certo non automaticamente, potrebbe diventare, non solo una delle leve per la controffensiva, ma anche elemento coesivo per un nuovo blocco sociale antagonista,  fiamma ossidrica per la saldatura tra le lotte di classe delle periferie con quelle dei centri imperialisti.

 

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