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Indirizzo generale del Campo Antimperialista

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Indirizzo generale del Campo Antimperialista
Perugia, giugno 2003


«Il Campo Antimperialista è un’associazione internazionale che raggruppa in modo federativo tutti i gruppi e i militanti che sono daccordo con il presente Indirizzo Generale. Il Campo si pone come scopo quello di superare lo stato di frammentazione delle forze antimperialiste conseguenti nella prospettiva di un loro fronte unito internazionale, siano essi operativi nei paesi dominati o dominanti. Sostiene infine tutte le lotte contro l’oppressione imperialista e  opera per il collegamento e l’unità d’azione con le forze e i movimenti che a queste lotte danno vita e partecipano.
Il capitalismo, da ormai molto tempo, è il sistema sociale dominante a scala mondiale. In Europa (che è stato il suo centro di irradiazione) il capitalismo, abolendo le pastoie feudali, assolveva una funzione progressista. Permetteva uno sviluppo economico e tecnico-scientifico senza precedenti, liberato i contadini dalla servitù, separato lo Stato dalla Chiesa democratizzando le istituzioni politiche».

«L’esperienza storica e internazionale dimostra che mentre non si puo' essere anticapitalisti senza essere fermamente antimperialisti, possono esistere forze, movimenti, correnti di pensiero, nazioni e governi, che pur non essendo anticapitalisti sono antimperialisti. Tuttavia il nostro antimperialismo è anticapitalista, fondato sui  principi di libertà, uguaglianza e fraternità. La nostra prospettiva finale è universalistica: il socialismo internazionale. Esso è dunque alternativo agli antimperialismi fondati su criteri puramente nazionalistico-borghesi, sulle separatezze settario-religiose, etnico-culturali, populistiche».
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Il capitalismo, da ormai molto tempo, è il sistema sociale dominante a scala mondiale. In Europa (che è stato il suo centro di irradiazione) il capitalismo, abolendo le pastoie feudali, assolveva una funzione progressista. Permetteva uno sviluppo economico e tecnico-scientifico senza precedenti, liberato i contadini dalla servitù, separato lo Stato dalla Chiesa democratizzando le istituzioni politiche.
Questo sviluppo non era indolore. La strada sulla quale il capitalismo si è affermava era lastricata di sangue e tormenti. Il proletariato, ovvero la moderna classe di lavoratori nullatenenti, doveva soffrire per generazioni condizioni di vita disumane. La tanto declamata rivoluzione industriale era, per gli sfruttati, un periodo di sofferenze infernali. Solo dopo lunghe e violente lotte i proletari europei hanno posto un freno alla ferocia borghese, ottenendo i diritti umani, sindacali e civili. La borghesia infatti, non appena diventata saldamente classe dominante, si è spogliata velocemente delle sue tradizioni democratico-rivoluzionarie per allearsi con le forze reazionarie.

D’altra parte il capitalismo europeo, sin dai suoi albori, mostrava i suoi tratti colonialistici. Per svilupparsi esso non solo doveva sfruttare senza esitazione i proletari, doveva mettere in atto una selvaggia politica di saccheggio dei popoli extraeuropei, rapinando senza scrupoli le loro ricchezze. Il ladrocinio coloniale (accompagnato dalla più crudele e razzista repressione) era, assieme allo sfruttamento dei salariati, una condizione indispensabile dello sviluppo dei paesi capitalistici europei.

Gli Stati Uniti entravano nella storia moderna accentuando ed esasperando la brutalità europea. Mentre si staccavano dall’Inghilterra promettendo ai bianchi la “felicità”, sterminavano le popolazioni native e deportavano come schiavi milioni di africani, facendo così i primi passi verso l’attuazione dell’autoproclamata “missione speciale” da compiere.

Alla fine dell’ottocento, mentre i paesi che per primi si erano incamminati sulla via del capitalismo avevano accumulato ingenti ricchezze, quelli non capitalisti avevano già registrato un regresso di proporzioni spaventose. La penetrazione capitalistica aveva infatti mandato in pezzi il vecchio tessuto socio-economico, causando un’inarrestabile processo di pauperizzazione.

E’ in questo momento che il capitalismo trapassa in imperialismo: un sistema mondiale piramidale in cui un pugno di paesi ricchi sfruttava e opprime la grande maggioranza dei popoli del mondo, mentre nei paesi ricchi il bastone del comando passava nelle mani di un ristretta oligarchia titolare di grandi monopoli finanziari con interessi transnazionali. E’ in questo contesto, a dimostrazione di quanto fosse vitale lo sfruttamento dei paesi periferici, che dalle tradizionali rivalità nazionali le potenze occidentali trascinavano l’umanità nel più grande macello di ogni tempo: la Grande guerra. L’imperialismo non era solo la continuazione del colonialismo con altri mezzi, si consolidava come vera e propria formazione sociale, come un sistema con dinamiche sue proprie, differenti da quelle della fase di incubazione del capitalismo. L’imperialismo era ed è tutt’ora il  “capitalismo realmente esistente”,

Non si trattava più solo di depredare le risorse dei paesi coloniali, di esportare merci a basso costo distruggendo le economie nazionali. Ora si esportavano e investivano direttamente capitali per ottenere profitti più alti nel più breve lasso di tempo. Si trattava di uno sfruttamento più sofisticato e per questo più devastante. Lungi dallo sviluppare le forze produttive di questi paesi, l’imperialismo diventava la loro principale camicia di forza. Prima ancora che il modo di produzione capitalistico gli occidentali esportavano il feudalesimo, che quei popoli non avevano mai conosciuto, creando, accanto ad una borghesia parassitaria di compradores, una aristocrazia terriera del tutto corrotta e reazionaria.

I guadagni che le potenze imperialistiche avevano in tal modo accumulato erano così colossali che esse poterono permettersi di usarne una parte per distribuirle anche al turbolento proletariato occidentale (per indebolirlo, dividerlo e cooptarne una parte), creando, l’Inghilterra fece da apripista, una vera e propria “aristocrazia del lavoro” che passerà al sostegno aperto alle politiche imperialistiche. Mentre i movimenti operai europei, a guida socialdemocratica, lasciavano sola la minoranza rivoluzionaria, nei paesi oppressi dall’imperialismo, contro le spaventose condizioni di sociali, le masse risposero, a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre,  con una inarrestabile ondata di multiformi rivolte anticoloniali e antimperialiste, con i comunisti alla testa di quelle che cambieranno davvero il corso della storia.

Posta davanti a questa incombente minaccia, le borghesie imperialiste, risposero in maniera rabbiosa. Fascismo e nazismo, con l’avallo della destra liberale, prima schiacciarono il movimento operaio italiano, tedesco ed europeo; poi diedero l’assalto all’Unione Sovietica. Solo davanti alla controffensiva russa l’imperialismo anglosassone si decise ad entrare davvero nella mischia della Seconda guerra mondiale. Era troppo tardi per evitare, non solo il dilagare dell’URSS, ma pure la vittoria rivoluzionaria in alcuni paesi, tra cui la Iugoslavia e, più importante ancora, la Cina. Gli imperialisti, oramai allineati dietro agli Stati Uniti d’America (ormai diventati il principale pilastro del sistema imperialistico), rispondevano con la “guerra fredda”, che in alcuni luoghi nevralgici era una vera e propria guerra guerreggiata. Prima l’aggressione alla Corea, poi l’invasione del Vietnam. Il risultato era che l’ondata rivoluzionaria antimperialista innescata dall’Ottobre, malgrado gli Accordi di Yalta, si generalizzava e si radicalizzava in senso anticapitalista.

L’apice di questa ondata (dopo Cuba e l’Algeria), era l’eroica e vittoriosa guerra di liberazione del Vietnam, che non solo dava la spinta decisiva alla rinascita dei movimenti rivoluzionari in Occidente che culmineranno nel ‘68, ma obbligava le potenze imperialistiche ad una generale ritirata, simboleggiata dalla cosiddetta “decolonizzazione”. A metà degli anni ‘70 con l’apparente saldatura tra movimenti di liberazione a forze antagoniste dell’Occidente, sembrava vicino il momento della definitiva vittoria. Non fu così.

Approfittando dell’incerta politica sovietica di “coesistenza pacifica” e degli equilibrismi cinesi, gli Stati Uniti, alla testa del fronte imperialistico, scatenavano una controffensiva su tutti i piani: economico, politico-strategico, militare, ideologico.
Sul piano economico venivano adottate politiche cosiddette  “neoliberiste” che mentre nei paesi imperialistici portavano a tagli senza precedenti dello “stato sociale”, nei paesi periferici (Cile e Argentina in primis) accentuavano, attraverso molteplici meccanismi (prestiti monetari, crollo del prezzo delle materie prime, disinvestimenti mirati ed embarghi) il drenaggio di capitali verso i paesi centrali USA in testa. Ciò permetteva  all’imperialismo nordamericano di accumulare, nel ventennio ‘80-’90, risorse colossali che verranno utilizzate per rinsaldare la redditività del capitalismo yankee e il suo predominio mondiale.
Sul piano politico-strategico gli Stati Uniti si decidevano a porre fine alla traballante “coesistenza pacifica”, optando per la finale resa dei conti con l’URSS, per il contrattacco a tutto campo per invertire la pericolosa tendenza al declino innescata dalla sconfitta in Vietnam. Dall’Afghanistan alla Polonia, dal Nicaragua all’Angola, dal Salvador al Libano, dalla Turchia all’Etiopia, passando per gli attacchi diretti all’Iran, alla Libia, negli anni ‘80, gli USA si gettarono con tutto il loro peso nell’arena mondiale, con l’ambizioso obbiettivo non solo di indebolire l’URSS ma di spegnere le rivolte antimperialiste.
Sul piano militare, l’Amministrazione Reagan (i cui consulenti sono gli stessi che venti anni dopo conieranno la dottrina della “guerra preventiva” e il teorema degli “Stati canaglia”) finanziava il più grande piano di riarmo di tutti i tempi, obbligando l’Unione Sovietica ad un rincorsa impossibile.
Sul piano ideologico inscenava, sotto le spoglie della “difesa dei diritti umani”, la più virulenta campagna anticomunista dai tempi del maccartismo, campagna attraverso cui la Casa Bianca, non solo riusciva a presentarsi come campione della libertà e della democrazia, ma  riusciva a sottomettere le classi dirigenti, le elite intellettuali  e i mezzi di comunicazione di massa a livello planetario. Questa campagna andava di pari passo a quella non meno accanita sulle virtù taumaturgiche del liberismo e sull’abbattimento di ogni ostacolo alla libera circolazione dei capitali (ovviamente non degli esseri umani); abbattimento che sarà fatale ai paesi dominati.

Il crollo dell’URSS e del Patto di Varsavia, la rapida implosione dei regimi antimperialisti sorti dalla lotte di liberazione, la svolta capitalistica della Cina, coronarono col successo la controffensiva americana e faranno piombare il movimento antimperialista e anticapitalista mondiale in una fase complessa e difficile di ritirata strategica. Questa controffensiva andava di pari passo con un’azione di contenimento delle già rifluenti lotte operaie in Occidente, azione che avrà successo grazie a tre fattori principali: la complicità dei partiti e dei sindacati operai, l’uso della carota della corruzione e dell'inclusione sociale, ma pure a causa del bastone repressivo, che in certi paesi europei raggiungeva un'intensità paranoica, da vero terrorismo di Stato.

Da potenza dominante e trainante del mondo occidentale, gli USA, dopo il 1989, diventeranno così la sola superpotenza, la sentinella dell’imperialismo mondiale, il principale pilastro del “nuovo ordine mondiale”. Questa colossale vittoria controrivoluzionaria non placherà per altro le smanie imperialistiche della Casa Bianca, che si lanceranno, negli anni ‘90, in un attacco incessante per spazzare via ciò che le lotte di liberazione avevano sedimentato, per annientare tutti i regimi considerati “ostili”, non solo quelli di tipo socialista, ma anche quelli nazionalisti o islamici. Di qui le aggressioni in Somalia, in Jugoslavia, in Afghanistan, di nuovo all’Iraq, senza contare una dozzina di “modeste” “operazioni di polizia internazionale”

Questo turbolento periodo che ha segnato il passaggio dal mondo bipolare a quello monopolare, è lo stesso che gli apologeti del capitalismo hanno chiamato di “globalizzazione”. La neutralità di questa definizione è solo apparente, in realtà essa ha un valore ideologico, dal momento che attribuisce una valore positivo al liberismo e presenta come progressista e provvidenziale il momentaneo predominio imperiale americano. Il mito della globalizzazione è tuttavia smentito dalla realtà. Tutti i dati empirici mostrano che egli ultimi venti anni le disuguaglianze tra Nord e Sud sono cresciute come non mai prima, la più cruda miseria affligge la maggioranza della popolazione mondiale, l’ecosistema è sulla soglia del collasso. Paesi di media industrializzazione hanno subito crolli irreparabili. In gran parte dei paesi arretrati domina l’economia criminale, le istituzioni sono in mano a narco-borghesie senza scrupoli. Negli stessi paesi imperialistici, USA in testa, decine di milioni sono i cittadini sotto la soglia di povertà.

Presentata come epoca di pace, benessere e libertà, la globalizzazione made in USA, ha piuttosto accentuato i tratti imperialistici, predatori, bellicisti e criminogeni del capitalismo. Intere regioni del pianeta, a causa della lotta capitalistica per accaparrarsi le poche risorse restanti, sono in preda all’anarchia militare. La globalizzazione rinomina il soggetto, l’imperialismo, ma esso resta tale e quale. Di questo trucco le sinistre occidentali portano una pesante responsabilità. Esse hanno accettato di presentare come “etici” i bombardamenti, “ingerenze umanitarie” le invasioni, “legittima” la politica genocida di Israele, “terroristi” i combattenti palestinesi, “narcotrafficanti” le guerriglie colombiane, “democratici” i neonazisti nordamericani, “dittature” tutti i coraggiosi governi ostili agli USA, in primis quello cubano.

Sul piano democratico e istituzionale, la globalizzazione segna un arretramento di inaudite proporzioni. L’attacco alla sovranità degli Stati nazione, presentato come progressista, è in realtà profondamente reazionario, poiché non si limita a smantellare le democrazie costituzionali, ma trasferisce il potere reale e strategico nelle mani del ristretto gruppo di oligarchi insediati alla Casa Bianca. 
Il mito della globalizzazione cela la profonda tendenza dell’imperialismo a soppiantare lo Stato di diritto con lo Stato di polizia, il suffragio universale con quello censitario, il parlamentarismo con il bonapartismo e il populismo, la democrazia con la tirannia bipolare della minoranza. Il caso più lampante sono proprio gli USA dove, dopo l’11 settembre, sull’onda del patriottismo sciovinista, sono stati adottati decreti politici che stroncano libertà e diritti considerati inviolabili e consegnano al Presidente veri e proprio poteri dittatoriali.

Mentre frotte di intellettuali liberali discettano sul valore salvifico della globalizzazione, il blocco dominante americano va per la sua strada e rivela senza pudore il suo obbiettivo di medio periodo: forgiare, come sancito dal "Progetto per il Nuovo Secolo Americano" - PNAC, un vero e proprio Impero unico a stelle e strisce, di cui la dottrina della “guerra preventiva permanente”  è la versione geo-militare. Un Impero che, per la prima volta nella storia, non avrebbe confini e in cui le diverse nazioni, pur conservando una formale autonomia, sarebbero ridotte al rango di “cortile di casa”. E’ dunque iniziata una partita di portata storica, che sarà lunga e sanguinosa, poiché l’Impero americano, più di quelli che l’hanno preceduto, può costituirsi solo attraverso un’intera epoca di guerre e di catastrofi. Nessun popolo che abbia una dignità accetterà mai di diventare schiavo e lotterà con ogni mezzo prima di essere sopraffatto.

La pretesa di chi ha imboccato la strada di questa guerra mondiale imperialista, è quella di avere una “missione speciale”, quella di plasmare il mondo a propria immagine e somiglianza, di obbligare tutti ad accettare l’americanismo e la sua idea di modernità come nuova religione. Quando gli strateghi gringos, dicono di voler “esportare la democrazia” (lo Stato patriottico, sciovinista e razzista di polizia fondato sulla sacralità del mercato, sulla sistematica esclusione sociale dei poveri e sull’annientamento di ogni antagonismo), intendono appunto l’americanizzazione forzata dei popoli, l’estirpazione di ogni civilizzazione che non intenda soccombere. Questa setta protestante e fondamentalista (brutta copia del sionismo a cui è infatti legata a doppio filo), sicura di marciare con “Dio al proprio fianco”, è dunque intimamente teocratica e tirannica, non meno del fascismo e del nazismo.

Contro questa tendenza, mentre il predominio USA sembrava incontenibile, a partire dalla metà degli anni ‘90, sono apparsi i primi sintomi di una nuova resistenza antimperialista. Se dal Chiapas, passando per Seattle, muoveva i primi passi un nuovo movimento di massa contro la globalizzazione, in Palestina prendeva il via una seconda Intifada, più combattiva della prima. Mentre tutto il mondo islamico è in grande fermento, l’America Latina conosce la rinascita di nuovi movimenti di massa, antimperialisti e anti USA di cui il bolivarismo venezuelano è la punta di diamante. La vittoria ottenuta sul traballante Afghanistan talibano non pare stabilizzare la Pax americana in Asia centrale. La rapida conquista di Baghdad non si trasformerà in una vittoria, visto che la resistenza nazionale, superata la prima fase di gravissime difficoltà, sta infliggendo duri colpi all’invasore. D’altra parte in alcuni paesi del mondo, dalla Colombia al Nepal, dal Libano alla Turchia, pur in condizioni tremende, continuano ad operare sacche di resistenza armata che gli imperialisti non riescono a debellare, nonostante le “Liste Nere” e gli assalti intermittenti.

Se la supremazia americana, soprattutto militare, è indubbia, l’esito della tendenza a diventare un impero unico mondiale è del tutto incerto. Questo sbocco può e deve essere sventato. Il mancato appoggio alla seconda invasione dell’Iraq, non solo da parte dei suoi vassalli arabi, ma degli stessi alleati Europei (Russia e Cina non appoggiarono neanche l’attacco alla Jugoslavia), mostra le prime crepe nella coalizione imperialista. I tradizionali alleati recalcitrano, temono l’espansionismo americano, non accettano un rapporto servile, vorrebbero un sistema multipolare e non monocentrico. Queste rivalità hanno una grande importanza strategica, non solo perché potrebbero rappresentare un freno all’espansionismo del principale nemico di tutti gli oppressi, gli Stati Uniti d’America, ma perché indicano la possibilità che, in luogo del “secolo monocentrico americano”, potremmo avere un secolo segnato dalla “competizione policentrica”, il che non significa meccanicamente tendenza alla guerra interimperialistica. La contraddizione principale attuale è quella tra imperialismo mondiale e popoli oppressi, di cui le sterminate masse proletarie, urbane e rurali, rappresentano la spina dorsale. Il principio che ci muove è che ogni colpo portato agli Stati Uniti è un colpo a tutto il sistema imperialista, di cui gli USA sono il principale pilastro.

Non è solo per interessi economici che gli USA hanno adottato la strategica della guerra preventiva. Essa si spiega con la volontà di stroncare ogni rivolta e di impedire la possibilità che da qualche parte possa esserci una vittoria antimperialista. Questa protervia repressiva, invece di portare la pace, non può che esasperare la destabilizzazione internazionale, accentuare le contraddizioni latenti, esacerbare i conflitti. E’ vero che le forze rivoluzionarie e antimperialiste conoscono una fase di prolungata ritirata strategica, che l'imperialismo è all’attacco su tutti i fronti, al centro come in periferia, ma le guerre continueranno a causare rivoluzioni, ed esse potrebbero riproporre all’ordine del giorno, seppure in modi inediti e imprevedibili, la possibilità della conquista del potere da parte di forze e schieramenti antimperialisti.

Noi riteniamo che è nei paesi dominati dall’imperialismo —dove il capitalismo non riesce a garantire né crescita economica né diritti elementari alle larghe masse, dove esso si manifesta insomma  nella sua cruda barbarie— che si addensano le contraddizioni più immediate ed esplosive, è qui che l’imperialismo può essere colpito con più facilità. Nei paesi semi-coloniali infatti, le multiformi lotte di antimperialiste di resistenza non si sono fermate nemmeno per un attimo. Qui la politica di saccheggio spinge alla resistenza non solo i più poveri, ma pure settori dell’intellighentia, dell’Esercito e della borghesia nazionale i quali, per non soccombere, si debbono a volte schierare con la massa dei “dannati”, quasi sempre sotto bandiere patriottiche, nazionalistiche e panislamiche, spesso anche reazionarie. Noi riteniamo doveroso, pur mantenendo un atteggiamento critico e senza venir meno ad una impostazione internazionalista e rivoluzionaria, sostenere non solo le lotte sociali o di liberazione guidate da forze genuinamente antimperialiste, ma tutte le rivolte e quei movimenti che, nonostante le loro direzioni reazionarie, indeboliscono e incrinano il sistema imperialista. Il caso emblematico è quello dell’Islamismo radicale, bersaglio principale degli USA e dei sionisti, al quale non può non andare la nostra solidarietà. L’esperienza storica e internazionale dimostra che mentre non si puo' essere anticapitalisti senza essere fermamente antimperialisti, possono esistere forze, movimenti, correnti di pensiero, nazioni e governi, che pur non essendo anticapitalisti sono antimperialisti.

Tuttavia il nostro antimperialismo è anticapitalista, fondato sui  principi di libertà, uguaglianza e fraternità. La nostra prospettiva finale è universalistica: il socialismo internazionale. Esso è dunque alternativo agli antimperialismi fondati su criteri puramente nazionalistico-borghesi, sulle separatezze settario-religiose, etnico-culturali, populistiche.

Nei paesi imperialistici, dove le contraddizioni materiali non sono esplosive e il blocco sociale dominante riesce a includere la grande maggioranza della popolazione neutralizzando e facilmente reprimendo le spinte rivoluzionarie, la battaglia antimperialista è certo più ardua ma non meno necessaria. Qui si tratta di anzitutto di allargare le crepe reali del sistema, che sono materiali ma anzitutto "immateriali". Per quanto il sistema tenti di essere inclusivo crescono gli strati esclusi dal benessere e che vivono al di sotto della soglia di povertà, mentre anche ceti tradizionalmente abbienti conoscono un processo di proletarizzazione. D'altra parte,  il movimento no global e quello contro la guerra, sono il sintomo che cresce il dissenso verso i modelli di vita e proposti dal sistema. L'ideologia consumistica, il mito della ricchezza puramente materiale, l'egoismo individualistico, il disinteresse per le sorti della civiltà, il nichilismo dei valori, conoscono una crisi non meno seria di quella degli anni '60. Il tempo della fine della storia, della morte delle utopie, sta lasciando lentamente il passo, anche in ceti sociali tradizionalmente conservatori, al bisogno di un'alternativa radicale al sistema vigente. Allargare le crepe del blocco dominante, trasformare questo dissenso in aperta opposizione e la testimonianza in aperta resistenza, è il nostro compito, sapendo che esso non solo ha tempi lunghi, ma chiede un impegno su più terreni, compreso  quello culturale. L'attacco al modello culturale-ideologico dominante è prioritario, poiché i conflitti non daranno vita ad un nuovo ciclo, non creeranno un'alternativa, se non si affermeranno nuovi valori, non solo politici, ma etici e culturali.

Il Campo Antimperialista è un’associazione internazionale che raggruppa in modo federativo tutti i gruppi e i militanti che sono d’accordo con il presente Indirizzo Generale. Il Campo si pone come scopo quello di superare lo stato di frammentazione delle forze antimperialiste conseguenti nella prospettiva di un loro fronte unito internazionale, siano essi operativi nei paesi dominati o dominanti. Sostiene infine tutte le lotte contro l’oppressione imperialista e  opera per il collegamento e l’unità d’azione con le forze e i movimenti che a queste lotte danno vita e partecipano.

 

 

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