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La lezione universale del coraggio di Timor Est

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Il 5 maggio, John Pilger è stato premiato con l’Ordine di Timor-Leste dall’ambasciatore di Timor Est in Australia, Abel Gutteras, in riconoscimento dei suoi articoli su Timor Est sotto la brutale occupazione dell’Indonesia, e in particolare per il suo film documentario, Morte di una nazione: la cospirazione di Timor. Di seguito la reazione di Pilger.

Filmando di nascosto in Timor Est nel 1993 mi ritrovai a seguire un paesaggio di croci: grandi croci nere incise contro il cielo, croci su cime, croci che scendevano lungo le colline, croci a bordo strada. Erano disseminate ovunque e riempivano gli occhi.

Le scritte sulle croci narravano la scomparsa di intere famiglie, spazzate via nel giro di un anno, di un mese, di un giorno. Fungevano da promemoria villaggio dopo villaggio. Uno di quei villaggi era Kraras. Conosciuto come il “villaggio delle vedove”, la sua popolazione di 287 persone è stata assassinata dalle truppe indonesiane.

Un sacerdote locale, con una macchina da scrivere dal nastro sbiadito, aveva registrato il nome, l’età, la causa della morte e la data dell’uccisione di ogni vittima. Nell’ultima colonna aveva identificato il battaglione indonesiano responsabile di ogni assassinio. Era la prova di un genocidio.
Ho ancora quel documento, che faccio fatica a posare, è come se il sangue di Timor Est fosse fresco sulle sue pagine.

Su quella lista c’è la famiglia dos Anjos.
Nel 1987 intervistai Arthur Stevenson, noto come Steve, un ex commando australiano che aveva combattuto i giapponesi nella colonia portoghese di Timor Est nel 1942. Mi raccontò la storia di Celestino dos Anjos, la cui astuzia e coraggio gli aveva salvato la vita, e la vita di altri soldati australiani che combattevano dietro le linee giapponesi.

Steve mi parlò dei volantini che venivano quotidianamente lanciati da un aereo dell’aeronautica reale australiana “Non vi dimenticheremo mai”, dicevano i volantini. Poco tempo dopo, agli australiani fu ordinato di abbandonare l’isola di Timor, lasciando i suoi abitanti al loro destino.

Incontrai Steve quando aveva appena ricevuto una lettera dal figlio di Celestino, Virgillo, che aveva la stessa età di suo figlio. Virgillo scriveva che il padre era sopravvissuto all’invasione indonesiana di Timor Est nel 1975, ma, continuava: “Nell’agosto del 1983 le forze indonesiane entrarono nel nostro villaggio, Kraras, che saccheggiarono, bruciarono e massacrarono dall’alto con aerei da combattimento. Il 27 settembre 1983 fecero scavare le loro fosse a mio padre e a mia moglie, poi li uccisero con una mitragliatrice. Mia moglie era incinta.”

L’elenco di Kraras è un documento politico straordinario che svergogna i partner faustiani dell’Indonesia in Occidente e ci insegna come è gestito gran parte del mondo. Gli aerei da combattimento che colpirono Kraras provenivano dagli Stati Uniti; le mitragliatrici e i missili terra-aria provenivano dalla Gran Bretagna; il silenzio e il tradimento provenivano dall’Australia.

Il prete di Kraras in ultima pagina scrisse: “Ai governanti capitalisti del mondo, il petrolio di Timor ha un odore migliore del sangue e delle lacrime dei Timoresi. Chi dirà questa verità al mondo? … È evidente che l’Indonesia non avrebbe mai commesso un tale crimine se non avesse ricevuto garanzie favorevoli dai governi [occidentali]”.

Quando il dittatore indonesiano, il generale Suharto, stava per invadere Timor Est (i portoghesi avevano abbandonato la loro colonia), ne informò gli ambasciatori dell’Australia, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. In cablogrammi segreti in seguito svelati, l’ambasciatore australiano, Richard Woolcott, invitava il suo governo ad “agire in modo da non dare troppo nell’occhio in Australia e mettersi privatamente d’accordo con l’Indonesia”. Alludeva alle allettanti spoglie di petrolio e gas nel Mar di Timor che separa l’isola dall’Australia settentrionale.

Non c’era una parola di apprensione per la sorte dei Timoresi.
Nella mia esperienza di giornalista, Timor Est è stato il più grande crimine del tardo XX secolo. Ho avuto molto a che fare con la Cambogia, ma nemmeno Pol Pot ha messo a morte tante persone – in proporzione – di quante Suharto ne ha ucciso e affamato in Timor Est.

La commissione per gli affari esteri del parlamento australiano, nel 1993, stimò che “almeno 200.000” Timoresi, un terzo della popolazione, erano periti sotto Suharto. L’Australia è stato l’unico paese occidentale a riconoscere formalmente la conquista genocida dell’Indonesia. Le forze speciali omicide indonesiane conosciute come Kopassus venivano addestrate da forze speciali australiane in una base nei pressi di Perth. Il premio in risorse, disse il ministro degli Esteri Gareth Evans, valeva “fantastiliardi” di dollari.

Nel mio film del 1994, Morte di una nazione: la cospirazione di Timor, un compiaciuto Evans è filmato intanto che solleva un bicchiere di champagne mentre lui e Ali Alatas, il ministro degli esteri di Suharto, sorvolano il Mar di Timor, avendo firmato un trattato piratesco in cui si spartivano l’olio e il gas, le ricchezze del Mar di Timor.

Filmai pure testimoni come Abel Gutteras, ora ambasciatore di Timor-Leste (nome post-indipendenza di Timor Est) in Australia, che mi disse: “Crediamo di poter vincere, e contiamo che tutte le persone del mondo ci ascoltino – che nulla è impossibile e che la pace e la libertà valgono sempre la pena di combattere”.

Incredibilmente, hanno vinto. Molte persone in tutto il mondo li hanno ascoltati e un instancabile movimento ha fatto pressione sui sostenitori di Suharto a Washington, Londra e Canberra perché abbandonassero il dittatore.

Ma c’era anche il silenzio. Per anni la stampa libera dei paesi complici ha ignorato Timor Est. Ci sono state onorevoli eccezioni, come il coraggioso Max Stahl, che filmò il massacro del 1991 nel cimitero di Santa Cruz. I maggiori giornalisti quasi letteralmente cadevano ai piedi di Suharto. In una fotografia di un gruppo di redattori australiani in visita a Jakarta, guidati dall’editore di Murdoch, Paul Kelly, uno di loro si inchina a Suharto, il genocida.

Dal 1999 al 2002, il governo australiano incamerò circa 1,2 miliardi di dollari di entrate provenienti da un settore petrolifero e gas nel Mar di Timor. Nello stesso periodo, l’Australia ha dato meno di 200 milioni di dollari in cosiddetti aiuti a Timor Est.

Nel 2002, due mesi prima che Timor Est guadagnasse la sua indipendenza, come riferì a gennaio Ben Doherty, “l’Australia si è ritirata segretamente dalle procedure di risoluzione delle controversie del confine marittimo della convenzione delle Nazioni Unite, la Legge del Mare, e dalla equivalente competenza della Corte internazionale di giustizia, in modo da non dover essere costretta in un arbitrato internazionale giuridicamente vincolante”.

L’ex primo ministro John Howard ha descritto il ruolo del suo governo circa l’indipendenza di Timor Est come “nobile”. Una volta il ministro degli Esteri di Howard, Alexander Downer, irruppe nella stanza del governo a Dili, Timor Est, e disse al Primo Ministro Mari Alkatiri: “Siamo molto risoluti… lasciatevi dare un tutorial in politica…”.

Oggi è Timor-Leste che sta dando il tutorial in politica. Dopo anni di truffe e bullismi da parte di Canberra, il popolo di Timor-Leste ha chiesto e vinto il diritto di negoziare davanti alla Corte permanente di arbitrato (PCA) un confine marittimo legale e una corretta quota di petrolio e gas.

L’Australia ha con Timor-Leste un enorme debito – alcuni direbbero miliardi di dollari in risarcimenti. L’Australia dovrebbe riconsegnare, incondizionalmente, tutte le royalties raccolte da quando Gareth Evans brindò alla dittatura di Suharto mentre sorvolava le tombe delle sue vittime.

The Economist elogia Timor-Leste come il paese più democratico nel sud-est asiatico. È un riconoscimento? O significa approvare che un paese piccolo e vulnerabile si sta unendo al grande gioco della globalizzazione?

Per i più deboli, la globalizzazione è un colonialismo insidioso che consente alla finanza transnazionale e ai suoi sodali di penetrare più in profondità, come scrive Edward Said, dei vecchi imperialisti con le loro navi da guerra.

Può voler dire un modello di sviluppo che significò per l’Indonesia, sotto Suharto, grande disuguaglianza e corruzione; che costrinse le persone fuori dalla loro terra e dentro le baraccopoli, per poi vantarsi di aver ottenuto un tasso di crescita.

Il popolo di Timor-Leste merita di meglio che vaghi elogi dai “governanti capitalisti del mondo”, come scrisse il sacerdote di Kraras. Non ha combattuto e non è morto o votato per una povertà endemica e un tasso di crescita. Si merita il diritto di sostenersi quando l’olio e il gas si esauriranno, com’è inevitabile. Come minimo, il loro coraggio dovrebbe essere impresso nella nostra memoria: una lezione politica universale.
Bravi, Timor-Leste. Bravi, ma fate attenzione.


da comedonchisciotte.org
fonte: http://johnpilger.com
Scelto e tradotto da Gianni Ellena


 

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