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L'euro, fonte strutturale di squilibrio

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I dati del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) non lasciano scampo all'euro. O, perlomeno, non lasciano scampo a paesi come Francia, Italia e Spagna (ma dovremmo aggiungere ovviamente anche la Grecia e il Portogallo), qualora non si affrettino ad uscire dalla gabbia eurista.

Questi dati sono interessanti non solo perché mostrano come gli squilibri prodotti dalla moneta unica si stiano aggravando, ma anche perché se da un lato evidenziano la necessità assoluta di un riequilibrio dei cambi tra le varie valute nazionali risorte dopo la dissoluzione dell'euro, dall'altro essi mostrano come non ci sarebbe nessuna svalutazione catastrofica della nuova lira, quanto piuttosto una vigorosa rivalutazione del nuovo marco, che è esattamente ciò che serve. Giusto per capirsi, secondo le stime del Fmi, l'Italia dovrebbe svalutare del 24% rispetto alla Germania, mentre la nuova lira dovrebbe invece rivalutarsi del 2% rispetto al franco francese.

Di tutto questo ci parla Jacques Sapir, tradotto da
Voci dall'estero, nell'articolo che segue.

L'euro, fonte strutturale di squilibrio
di Jacques Sapir

Mentre si parla di “ripresa” dell’economia europea, Jacques Sapir ci inchioda ai numeri che escono dal report del Fondo Monetario Internazionale 2017 sugli squilibri nei tassi di cambio teorici tra i paesi intrappolati nella moneta unica. Gli scarti tra paesi con tasso di cambio sopravvalutato e sottovalutato aumentano, nonostante i dolorosi tentativi di svalutazione interna effettuati in Italia e Spagna. Non c’è via d’uscita, conclude l’economista francese: restare nell’euro per Francia, Italia e Spagna significa la morte dell’economia, per impoverimento e deindustrializzazione.

La pubblicazione dell’edizione 2017 dell’External Sector Report del FMI mette in evidenza il problema rappresentato dall’euro per paesi come la Francia, l’Italia e la Spagna. E si nota che rispetto all’edizione 2016 questo problema si è ulteriormente aggravato.

In questo rapporto, gli esperti di economia e statistica del Fondo Monetario Internazionale calcolano, in rapporto al saldo delle partite correnti, ma anche al conto dei movimenti di capitale, le differenze del tasso di cambio reale (al netto dell’inflazione) tra i paesi. Ne risulta che oggi tra la Germania, la cui moneta è significativamente sottovalutata, e Francia, Italia e Spagna, lo scarto è enorme. Se l’euro non esistesse il tasso di cambio si sarebbe modificato aumentando in Germania e diminuendo nei tre paesi considerati. Questo avrebbe corretto gli squilibri. Ma l’esistenza dell’euro impedisce questo tipo di correzione, determinando così un vantaggio competitivo enorme (tra il 20% e il 25%) per la Germania. Questo spiega in larga misura la crisi dell’economia di questi paesi e il processo accelerato di deindustrializzazione cui sono sottoposti.

External Sector Report – 2016

A – 01 – External sector report 2016 – copia
External Sector Report – 2017
A – 01-2017-external-sector-report

I risultati delle edizioni 2016 e 2017 dell’External Sector Report sono istruttivi. Nell’edizione del 2016 i risultati erano i seguenti, con i dati positivi che indicano una sopravvalutazione e quelli negativi che indicano una sottovalutazione del cambio:

Tabella 1 – Lo squilibrio dei tassi di cambio reali (teorici) tra paesi


Medio

Minimo

Massimo

Francia

6,0%

3,0%

9,0%

Germania

-15,0%

-20,0%

-10,0%

Italia

5,0%

0,0%

10,0%

Spagna

7,5%

5,0%

10,0%

Scarto Francia / Germania

21%

23%

19%

Scarto Italia / Germania

20%

20%

20%

Scarto Spagna / Germania

22,5%

25%

20%

FMI, External Sector Report 2016, Washington, DC – Risultati tratti dalla tabella a pag. 35

Se sommiamo la sottovalutazione della Germania alla sopravvalutazione degli altri paesi, otteniamo una differenza nel tasso di cambio teorico del 21% per la Francia, del 20% per l’Italia e del 22,5% per la Spagna. Nessuna economia può resistere a lungo a un simile differenziale di tasso di cambio, sia esso teorico o reale. Ma senza l’euro la correzione sarebbe stata immediata, e avrebbe comportato una rivalutazione tra il 10% e il 20% per la Germania, e una svalutazione tra il 9 e il 3% per la Francia. Con questo si misura quanto l’euro costi all’economia francese, ma anche a quella italiana e spagnola. È ragionevole pensare che l’euro, a causa della rigidità che implica, sia responsabile di una quota tra il 50% e il 66% della disoccupazione in Francia.

Ora, questa situazione da un anno all’altro è peggiorata. Guardando ai risultati dell’edizione 2017 dell’External Sector Report troviamo i seguenti risultati:

Tabella 2



Lo scarto del tasso di cambio reale rispetto alla Germania è passato dal 24 al 28% per la Francia. È passato dal 20 al 25% per la Spagna (che ha applicato una forte politica di svalutazione interna, ma non è riuscita comunque a chiudere il gap) e dal 22 al 26% per l’Italia.

Questi numeri ci dicono parecchie cose.

In primo luogo, ci dicono che l’euro ha portato a uno squilibrio enorme dei tassi di cambio teorici. Dato che l’Euro ha tolto la possibilità di riequilibrare i livelli di cambio con rivalutazioni e svalutazioni, questo ci lascia solo due soluzioni: la svalutazione interna o i trasferimenti fiscali.

In secondo luogo, questi dati dimostrano che le politiche di svalutazione interna seguite per anni da Spagna e Italia, quelle stesse politiche che Emmanuel Macron e il primo ministro Edouard Philippe vogliono applicare, non funzionano. Naturalmente, la situazione oggi è un po’ meno grave per la Spagna e l’Italia rispetto alla Francia, ma in ogni caso il divario dei tassi di cambio teorici, vale a dire della competitività, è oltre il 20% rispetto alla Germania. La lezione è chiara: la svalutazione interna non funziona.

Infine, queste cifre indirettamente ci dicono che se vogliamo compensare questi squilibri attraverso dei trasferimenti fiscali, il costo per la Germania sarebbe assolutamente eccessivo. Anche ammettendo l’evento altamente improbabile che la sopravvalutazione in Francia, Italia e Spagna possa essere ridotta con una rigorosa politica di svalutazione interna, sarebbe comunque necessario che la Germania compensi gli squilibri con un ammontare che può raggiungere fino al 10% del suo PIL. È evidente che si tratta di una ipotesi impossibile.

In queste condizioni, solo una dissoluzione della zona euro, sia che essa avvenga tramite l’uscita di uno dei tre paesi citati sia che avvenga attraverso un accordo generale, appare in grado di risolvere il problema. In caso contrario assisteremo alla morte delle economie di Francia, Spagna e Italia, per la deindustrializzazione e l’impoverimento diffuso.




 

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