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Venezuela: il passo del gambero!

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Gli ultimi sviluppi della situazione venezuelana, mettono sempre più al centro questo nodo: dalla crisi della cosiddetta democrazia rappresentativa, in occidente come in Sudamerica e in Venezuela, si esce in avanti, con più libertà e partecipazione, e non all’indietro.

Invece gli ultimi sviluppi della discussione in Italia sulla situazione venezuelana, mi spingono a premettere a questo mio nuovo contributo, 4 punti che a mio avviso rappresentano sia limiti da non valicare, che possibili basi sulle quali articolare una posizione sulle complesse vicende in corso.

1) Nessuna legittimazione o riconoscimento a quella parte, influente e significativa, della opposizione venezuelana, che dalla vittoria antichavista alle elezioni parlamentari del Dicembre 2015, ha tratto la conclusione che fosse arrivato il momento di dare una nuova e definitiva spallata golpista al governo di Nicolas Maduro. A questi signori va certo attribuita una parte non irrilevante dei circa 130 morti ammazzati dall’inizio della crisi, per non parlare di assalti a ospedali, uffici e trasporti pubblici, roghi in strada di sospetti chavisti etc. Questi signori, così come i loro maggiori sponsor regionali e globali, Usa, Messico e Colombia in primis, usano strumentalmente i temi della democrazia e dei diritti umani come armi della propaganda di guerra, e se dovessero vincere trasformerebbero ancora di più il paese in quella ”macelleria messicana” (e colombiana), della quale parlava un certo poliziotto italiano sulle vicende di Genova 2001.

2) Nessuna copertura o legittimazione ad un intervento militare esterno in Venezuela da parte di Nato ed alleati nella regione, in qualsiasi modo mascherato e legittimato. La storia secolare delle letali intromissioni degli Stati Uniti in America Latina, e quella recente delle cosiddette ”guerre umanitarie” per non palare della vicenda Ucraina, offrono dimostrazioni a bizzeffe che questi interventi avevano ben altri obiettivi che la promozione della democrazia, che hanno avuto conseguenze tragiche per le popolazioni, ed altro non son stati che guerre di conquista neocoloniali e malamente cammuffate. In altre parole, i governi occidentali ed i loro alleati nel mondo, non hanno alcuna credibilità etica e politica su questi temi. Come non rabbrividire ascoltando l’attuale presidente colombiano Santos, ex ministro della difesa di Alvaro Uribe, Santos che ha le mani sporche di sangue sin ben sopra i gomiti, ergersi a paladino della democrazia e dare del dittatore a Maduro??? A loro della democrazia in Venezuela non frega nulla; tuttalpiù gli frega del petrolio, gas, oro, diamanti, coltan etc etc.

3) Nessuna rimozione o caduta di attenzione sulle vicende venezuelane. Sul Venezuela van mantenuti puntati i riflettori, perché in caso di sbocco a destra, chi pagherà il conto più salato saranno i settori popolari ed i movimenti ed organismi di base, a prescindere dal loro orientamento più o meno critico od affine verso il governo di Nicolas Maduro. In Venezuela conto salato vuole dire morti, tanti morti. Non dimentichiamo le centinaia di attivisti e militanti bolivariani e di base, che pure in presenza di governi chavisti son stati assassinati negli ultimi 19 anni da sicari e paramilitari, dapprima soprattutto in contesti di lotte rurali e poi anche in quelli urbani.

4) Nessuna sordina o silenziatore al dibattito ed alla riflessione critica sui limiti, i rischi e le derive, che oggi minacciano dall’interno il processo bolivariano, e che qualora non corretti o addirittura aggravati, anche una volta superata questa crisi, ricomincerebbero a corrodere questo processo dall’interno. Non dimentichiamo che sono anche questi limiti, all’origine della sconfitta elettorale chavista alle elezioni parlamentari del Dicembre 2015.

Questo ultimo quarto punto, di certo il più delicato, richiede ulteriori precisazioni, partendo da alcuni aspetti che secondo me appaiono più evidenti o meno opinabili di altri.

La base etica e politica del Chavismo così come pensato da Chavez consiste in un tentativo di promuovere una alternativa al capitalismo, in una forma differente da quella delle rivoluzioni di tipo classico, cioè senza negare la democrazia rappresentativa ed il multipartitismo, ma anzi partendo da essi. In altre parole, Chavez desiderava andare oltre le evidenti storture ed aberrazioni sia del capitalismo liberale che della democrazia rappresentativa, ma per costruire forme più avanzate sia di democrazia che di economia, fondate su un processo permanente di inclusione, libertà e partecipazione. Chavez quindi pensava ad un superamento dello stato di cose presenti, ma per andare in avanti, verso una società più libera e giusta, e non per andare all’indietro. Questo, che piaccia o meno, era il senso della “Revolucion Bonita”.

Il governo di Nicolas Maduro, in particolare dopo la prima vera cocente sconfitta elettorale del chavismo, quella delle elezioni parlamentari del 6 Dicembre 2015, continua a citare Chavez per sfruttarne immagine e prestigio, ma si muove sempre più su un sentiero che non era quello di Chavez.

Non voglio qui ripetere quanto detto in precedenti articoli. Avvalendosi del sostegno del Tribunale Supremo e del Consiglio Nazionale Elettorale si sono bloccati il possibile referendum presidenziale revocatorio, si sono rimandate di un anno le elezioni di sindaci e governatori degli stati, si sono neutralizzate e sterilizzate le funzioni della Assemblea Nazionale a maggioranza antichavista, sino ad arrivare a questo ultimo passaggio della elezione il 30 Luglio di una Assemblea Nazionale Costituente.

Imponendo modalità elettorali discutibili, orientate a garantire una maggioranza artificiale e forzata al chavismo, e delle quali ho accennato in un mio precedente articolo, si é fornito alla opposizione il pretesto per chiamare all’astensione ed al boicottaggio. Risultato: la ANC é un monocolore madurista, come attestano le prime votazioni alla unanimità, inclusa quella contestatissima per destituire la Procuratrice Generale Luisa Ortega Diaz, critica verso la linea del governo di Maduro.

Il tutto in un paese dove il corpo elettorale é oggi, nella migliore delle ipotesi, spaccato a metà. Si vedano gli ultimi due appuntamenti elettorali delle presidenziali del 2013, dove Maduro prevale su Capriles per appena poco più di 223.000 voti, e le elezioni parlamentari del 2015 dove l’antichavismo prende addirittura oltre 2 milioni di voti in più dei partiti chavisti.

In altre parola, la assemblea nazionale costituente non rappresenta per nulla la vera geografia elettorale del paese.

Il fatto che i movimenti di base e la sinistra bolivariana abbiano deciso di partecipare al voto, non scioglie affatto le riserve di cui sopra. Questi fratelli e sorelle, molti e molte delle quali ho avuto l’onore di conoscere, vivono in Venezuela, rischiano anche la vita, ed han tutto il diritto di scegliere secondo quella che loro giudicano come la ”logica del male minore”, fra il governo di Maduro ed una destra pesantemente contaminata da paramilitarismo, razzismo, elitismo, ultracapitalismo e fascismo. Mai mi sognerei di criticare chi in Venezuela fa certe scelte, anche se il motivo aggiuntivo fosse la opinabile convinzione, nella attuale crisi, di incrementare il proprio potere ed influenza come ala radicale del chavismo.

Ma questo riconoscimento della difficile situazione che vivono gli attivisti ed i movimenti in Venezuela, non toglie fondamento alla necessità di inserire altri ragionamenti.

Sugli stessi dati sulla partecipazione al voto per la ANC dichiarati dal governo, oltre 8 milioni, e sui sospetti che il governo abbia forzato al voto con minacce e pressioni, in particolare verso dipendenti pubblici e beneficiari dei piani sociali del governo... Sull’ultimo punto mi limito a riportare quanto dettomi nel 2008, in un periodo di relativa quiete se comparato alla attuale crisi, da un militante della sinistra bolivariana, di chiara e limpida traiettoria di sinistra, nonché dipendente dello stato. Egli mi parlava di responsabili in vari uffici pubblici, che giravano compilando le liste di quelli che avrebbero partecipato alla tale manifestazione a favore del governo, e mi diceva anche che lui non era d’accordo con questi sistemi.

In parole povere: ritengo plausibile la ipotesi che siano state fatte forzature per indurre al voto il 30 Luglio quei settori della popolazione più economicamente dipendenti dal governo, così come non ho elementi per escludere del tutto che gli stessi partecipanti al voto, guardacaso di poco superiori ai voti presi nel Dicembre 2015 nelle elezioni parlamentari dai partiti antichavisti, siano stati un attimino gonfiati.

Ma al di là di questi aspetti, sui quali va onestamente detto che si posson solo formulare congetture, resta il dato di fondo. Un paese diviso più o meno in due parti; una Assemblea Costituente che si autoattribuisce enormi poteri, e che di certo rappresenta solo una di queste parti, e forse nemmeno la più grande. Oppure per dirla in altri termini, abbiamo un dato certo su una di queste due parti, quella che non sta con Maduro, cioè i 7.700.000 voti da essa presi alle elezioni parlamentari del Dicembre 2015, e che son certi in quanto certificati e riconosciuti anche dal governo chavista. Abbiamo inoltre un altro dato sulla parte che sta con Maduro, i voti dichiarati alla elezione della ANC, che oltre ad essere di poco superiore alla prima, é meno certa della prima perché  contestata e non riconosciuta dalla opposizione. Ma di certo anche questa seconda parte rappresenta un pezzo importante del paese.

Questi son fatti e numeri, se ancora contano qualcosa. Cito non a caso i voti delle ultime elezioni parlamentari, perché credo che la logica alla base della elezione della ANC, sia quella di sciogliere la Assemblea Nazionale eletta a fine 2015 e a maggioranza antichavista, di fatto già depotenziata ed alla quale la minoranza chavista non partecipa, per sostituire ad essa l’Assemblea Costituente, interamente composta da persone affini al governo. Ma anche se non venisse formalmente sciolto, la elezione della ANC mira a consolidare lo scioglimento di fatto di quel che resta del Parlamento, trasformato in impotente simulacro.

Come é stato possibile arrivare a tutto questo?

Tralascio qui di ripercorere tutti i passaggi della crisi venezuelana dalla morte di Hugo Chavez in poi, già trattati in precedenti articoli.

Maduro sinora ha fatto tutto questo, anche perché si inserisce in una corrente politica e storica sempre più forte nei paesi dove vige formalmente un sistema di democrazia rappresentativa: esecutivi sempre più forti, tendenza a governare secondo logiche di emergenza, indebolimento dei parlamenti, riduzione della partecipazione al voto, utilizzo di sistemi elettorali concepiti per creare maggioranze forzate a favore del governo di turno. Mi basta fare tre esempi: Francia, Turchia, Italia. Aggiungiamo nella regione del mondo dove si trova il Venezuela, il nuovo clima creatosi coi cambi di governi eletti, attraverso golpe giudiziari o istituzionali: Paraguay, Honduras, Brasile.
Purtroppo in questo panorama mondiale malato, il governo di Nicolas Maduro rappresenta non la cura, ma la conferma della malattia. Esso é parte di questo panorama, e da questo paradossalmente trae forza.

Ciò invece del quale é sempre meno parte é quella eredità politica di Hugo Chavez, al quale pure si richiama in continuazione. Chavez é stato chiarissimo nella critica alle aberrazioni e mistificazioni della democrazia rappresentativa, ma non meno lo é stato nell’affermare che essa si supera in avanti, costruendo forme più avanzate di economia e democrazia, fondate su più libertà, inclusione e partecipazione dal basso, nonché su un lavoro culturale permanente e quasi pedagogico di persuasione e convinzione. Si legga a riguardo anche il ”Golpe de Timon”, suo ultimo discorso in consiglio dei ministri nell’ottobre del 2012. Settore in cui invece l’eredità chavista é stata un poco meglio garantita, sono le politiche sociali e di assistenza, pur coi limiti imposti dalla attuale difficile situazione finanziaria.

Da non rimuovere infine il problema della cosiddetta ”boliborghesia”, nuovo strato sociale di potere composto da civili e pare ancora più da militari, arricchitosi in questi 20 anni coi soldi del petrolio, e che anche ammettendo la buona fede di Maduro, nell’attuale gioco politico venezuelano si gioca il tutto per tutto e si espone al dubbio di difendere interessi che non sono mica tanto il socialismo e nemmeno l’antimperialismo. Di questo tengano minimamente conto coloro che proprio in nome dell’antimperialismo e del socialismo, pensano che il governo di Maduro vada sostenuto sempre e comunque.

Infine, comprendo la preoccupazione di chi, nel crudele gioco della geopolitica globale, teme che criticare Maduro faccia il gioco dei fascisti venezuelani, di Santos, la Nato etc., ma come si fa in nome di questo timore, a metter la sordina alla discussione su limiti e contraddizioni di tale portata???
Con i 4 punti proposti all’inizio, tento di tenere insieme la giusta e legittima aspirazione a non lavorare per il Re di Prussia, ed il mantenimento di una discussione aperta a 360 gradi.

A coloro che invece in giro per il mondo e in Italia, pensano che Nicolas Maduro e Diosdado Cabello, vanno sostenuti perché se parte importante del proletariato non appoggia o non comprende la Rivoluzione, e sempre ammesso che quella venezuelana sia una vera Rivoluzione, essa va imposta con la forza anche a loro, avanzo il dubbio che una sinistra di classe che proponga oggi questo tipo di cultura, si candidi a continuare a contare poco o nulla. O peggio ancora, se per qualche fortuita congiunzione astrale dovesse in qualche angolo di mondo avere successo, si candida a costruire un sogno presto destinato a divenire incubo.


da aldogiannuli.it



 

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