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Korean standoff: Kim impone lo stallo?

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Bluff o Terza Guerra Mondiale? Sono questi i due termini estremi dell'attuale dibattito sulla crisi in atto nella penisola coreana. Da parte occidentale si cerca di dipingere Kim Jong Ung come un pazzo capace di tutto, anche di un attacco nucleare. Peccato ci si dimentichi di ricordare le ininterrotte minacce americane, le continue manovre in Corea del Sud che simulano un attacco a quella del Nord, le atomiche a stelle strisce presenti nell'area. Atomiche che gli Stati Uniti - unico paese al mondo ad averlo fatto, non scordiamolo mai - sganciarono proprio in quell'area nel 1945, sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki.

E' strano che un Paese distrutto dal napalm dei bombardamenti americani nella guerra del 1950-53 (2 milioni i morti), abbia il timore che alle minacce segua una nuova aggressione? E' strano che cerchi di difendersi sviluppando e mostrando all'avversario un non disprezzabile arsenale atomico? In realtà, come ci dice Pierluigi Fagan nell'articolo che potete leggere di seguito, non c'è proprio nulla di strano, e Kim Jong Un è assai più razionale di quanto sembri. Il che non significa però che la situazione sia sotto controllo. Tutt'altro. Ma per comprendere i rischi reali della crisi in corso bisogna capire correttamente qual è la posta in gioco per i vari attori in campo. Ci torneremo su nei prossimi giorni, intanto leggiamoci l'articolo di Fagan.


Korean standoff: Kim impone lo stallo?


È probabile che il mondo multipolare veda molte altre storie come la Corea del Nord, poiché l’atomica è ciò che ti rende autonomo da ogni altro polo, è l’assicurazione in senso difensivo dell’autonomia.

di Pierluigi Fagan

In origine, era il mexican standoff, lo “stallo alla messicana”, una situazione di più armati che si tengono sotto mira reciprocamente tale per cui se uno inizia a sparare, può essere che alla fine muoiano tutti (vedi Le iene, Quentin Tarantino, 1992).

Applicato nel dopoguerra, per sorreggere la corsa alle armi atomiche tra USA e URSS (con una situazione, in questo caso, a due), è stato razionalizzato con la Teoria dei giochi.

La strategia della tensione con la Corea del Nord è iniziata dando l’immagine del dittatore pazzo: se era pazzo, si giustificava l’ipotetico intervento per liberare il suo popolo e i vicini dagli effetti incontrollabili della pazzia. Ma Kim Jong Un ha scalato velocemente la scala dell’acquisizione nucleare bellica ed è passato da una posizione di minorità assoluta a una di pareggio, lo standoff appunto. Kim ha proiettato una storia ad escalation che è progredita con questa sequenza:

---ho forse le bombe, ho forse dei missili, ti mostro che effettivamente ho dei missili, guarda come sono bravo a pilotare e controllare i miei missili, i miei missili arrivano dappertutto, senti che botto posso fare con le mie bombe?---

Al di là delle ambiguità dei giochi d’area - che vedono partecipare russi e cinesi, oltre a sudcoreani, giapponesi e americani - Kim sembra perseguire la solitaria strada dell’emancipazione in proprio: vatti a fidare degli “amici” (cinesi) che oggi ti proteggono ma domani potrebbero sacrificarti in un altro gioco in cui hanno una posta più importante per loro.

È probabile che il mondo multipolare veda molte altre storie coreane, poiché l’atomica è ciò che ti rende autonomo da ogni altro polo, è l’assicurazione in senso difensivo dell’autonomia. Al Consiglio di sicurezza dell’ONU tutti hanno censurato Kim perché a nessuna delle cinque potenze atomiche ufficiali conviene che il gioco del “anch’io mi faccio l’atomica” dilaghi.

Solo l’incrocio tra la presunta pazzia e l’atomica però crea la nostra paranoia. La logica (quindi la razionalità, opposta alla pazzia) dell’atomica fa di questo tipo di armi uno strumento esclusivamente difensivo, dissuasivo. Serve per creare lo standoff. E rompere lo standoff non conviene a nessuno, questa è la sua logica paralizzante. È un “se vuoi la pace prepara la guerra” com’era noto già ai latini.

Come ha detto Steve Bannon off record creando lo scandalo per cui (non solo ma anche) è stato cacciato: se nessuno risolve quell’equazione che dice che un secondo dopo un attacco a Kim ci sono 40 milioni di morti in Sud Corea (ma a questo punto anche Giappone o Guam e chissà dove altro), lì non si muove paglia.

Certo la paglia è molto infiammabile, e come aveva raccontato Stanley Kubrick, le umane cose - nonché quelle tecniche - possono sempre deragliare, e questo crea ansia. O magari a qualcuno viene in mente di non accendere il falò ma un focherello e dare così via al famoso storno dei mercati che ormai tutti attendono come inevitabile. Ma sai com’è, accendi il focherello e poi diventa l’Incendio di Londra del 1666. Difficile fare previsioni.

Io propendo cautamente per il “no exit”: da questa situazione non c’è uscita, quindi lo standoff riuscirà, quindi alla fine ci terremo il Kim atomico e quando la rissa delle minacce si acquieterà, cominceranno colloqui tra Pyongyang e Seul. Mi sa che Kim l’ha imbroccata giusta e chissà se qualcuno non gli ha dato una bella mano pur nascondendola dietro sdegnate sanzioni. L’effetto finale – se tutto va bene – è che Kim il “pazzo” ridisegnerà la geopolitica dell’intera area e qualcuno ci guadagnerà parecchio e qualcun altro altrettanto parecchio ci perderà. Vai a capire chi...


da Megachip

 

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