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La crisi italiana e i suoi possibili sbocchi

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Chianciano Terme. 2 settembre. II. Assemblea nazionale della C.L.N.
La relazione introduttiva sulla situazione sociale e politica italiana di Leonardo Mazzei.


1. Il dopo 4 dicembre: un sistema politico in panne
2. Come l'oligarchia cercherà di mantenere il controllo
3. Breve parentesi sulla legge elettorale: due possibilità
4. Il quadro post-elettorale
5. Conclusioni


Parlare della crisi italiana e dei suoi possibili sbocchi ha molto a che fare con la discussione sul tema delle elezioni politiche che affronteremo questo pomeriggio.

Da anni mettiamo in luce i tre aspetti principali della crisi italiana: la crisi economica, quella sociale, quella politica.

La crisi economica non è certo finita. La modesta "ripresina" in corso è solo un effetto della svalutazione interna (in primo luogo la discesa del salari), unita ad un trend internazionale favorevole. Si tratta però del modesto recupero di un 10% di quel che è andato distrutto in termini di produzione, pil, apparato industriale, in dieci anni di crisi. Un nulla, ma soprattutto un "nulla" che non reggerà al prossimo choc finanziario.

La crisi sociale è figlia anzitutto di questo quadro economico, così come del persistente dominio delle politiche neoliberiste. Le conseguenze della svalutazione interna sono sotto i nostri occhi. Non solo deflazione salariale, ma diffusione della precarietà, aumento della povertà. Un processo di arretramento emblematizzato dal drammatico incremento dell'emigrazione degli italiani che vanno a cercare lavoro all'estero. In ogni caso quel che possiamo dire è che - contrariamente a quel che si vorrebbe far credere - il malessere sociale è tuttora in crescita.

Da qui la crisi di consenso di cui soffre oggi, a differenza del passato, il blocco dominante. E' questo il nodo cruciale della crisi politica italiana.

Fallito il modello maggioritario e bipolare della seconda repubblica - un modello peraltro in decadenza ovunque in Europa - le èlite hanno tentato con Renzi il passaggio ad una "terza" repubblica, fondata su un'ampia controriforma costituzionale e su una legge elettorale incentrata sul meccanismo del ballottaggio.

Il 60% di no al referendum dello scorso 4 dicembre ha seppellito questo tentativo, rimettendo al centro della scena l'insoluta crisi politica nazionale. Ancora una volta - come già accaduto in altre forme alle elezioni politiche del 2013 - è emersa la spaccatura tra il "paese reale" e quello "legale". In altre parole, la frattura tra èlite e popolo.

Alla luce di tutto ciò non sottolineeremo mai abbastanza la centralità di una crisi politica che il blocco dominante non riesce a risolvere, nella quale occorre intervenire. E' questa la ragione per cui ci concentreremo sul tema in questa introduzione.


1. Il dopo 4 dicembre: un sistema politico in panne


Il referendum del 4 dicembre è per noi uno spartiacque decisivo. Dopo il successo del no sarebbe stata necessaria un'offensiva politica, da parte delle forze uscite vincitrici, che invece non c'è stata. Sia il Movimento Cinque Stelle, che le forze maggioritarie del Comitato per il NO, hanno rinunciato alla battaglia per imporre la cacciata dal governo delle forze sconfitte, chiedendo elezioni politiche subito.

L'aver preferito il quieto vivere alla scelta di colpire il nemico nel momento della sua massima debolezza - e qui mi riferisco fondamentalmente ad M5S, perché la direzione del Comitato per il NO era palesemente interna ad una concezione istituzionale e "politicamente corretta" - ha consentito una parziale riorganizzazione delle forze dominanti.

Abbiamo così avuto il governo Gentiloni, un mix di fedeltà al capo e di obbedienza all'establishment, che oggi sembrerebbe evolvere verso un'accentuazione del secondo elemento rispetto al primo.

Renzi appare infatti assai logorato. La sua resurrezione (con la scontata vittoria alle primarie del Pd) è stata solo parziale. Sia chiaro, Renzi è ben lungi dall'uscire di scena, come frettolosamente qualcuno da già per scontato. Egli tuttavia non potrà essere il "Macron italiano". Avrebbe potuto esserlo se tre anni di governo e la sconfitta referendaria non l'avessero bruciato. Oggi è ancora in campo ma non potrà più avere quel ruolo. Quella è la ragione per cui consistenti settori del blocco dominante l'hanno ormai abbandonato al suo destino.

Il vivacchiare del governo Gentiloni, unita alla debolezza del suo azionista di riferimento, ci mostra un sistema politico ancora in panne. E l'emblema di tutto ciò è il caos sulla legge elettorale. Una legge che pareva fatta a giugno, poi saltata clamorosamente insieme all'accordo politico che sembrava sorreggerla. Ma di questo parleremo più avanti.

La risultante di questo anno di piccolo cabotaggio è una situazione di stallo, nella quale nessuno dei tre poli (destra, M5S e Pd più cespugli) potrà credibilmente candidarsi a governare da solo.

Ovviamente, non c'è bisogno di dirlo, in campagna elettorale tutti diranno di puntare alla vittoria. Ma una vittoria piena sarà impossibile, non solo (come si vorrà far credere) a causa della legge elettorale, ma soprattutto perché nessuno di questi tre poli ha una vera capacità di egemonia, nessuno dispone di una "narrazione" convincente che possa suscitare speranza anziché rassegnazione, nessuno ha una vera proposta per portare il Paese fuori dal marasma in cui è stato gettato.  

Il paradosso è che, essendo tutti deboli, ognuno di questi poli vive e galleggia proprio grazie alla debolezza altrui.

A destra è oggi di moda l'unità. Salvini torna ad Arcore pur non rinunciando alle sue velleità e tutti sembrano andare d'amore e d'accordo. Ma è evidente che così non stanno le cose. La destra è e rimane divisa sia sulla leadership che sul programma. Ancor di più appare divisa sul dopo elezioni, quando Berlusconi guarderà a Renzi e la Lega riprenderà la via dell'opposizione. Alla destra mancano infatti i numeri per governare. Anche qualora raggiungesse nel suo insieme il 35% (cosa di cui dubitiamo assai) ciò non basterebbe a riconquistare Palazzo Chigi.

Il Pd è attraversato da mille tensioni, al punto che non si escludono nuove rotture in autunno. In ogni caso è evidente che l'idea maggioritaria lanciata dieci anni fa da Veltroni e inizialmente concretizzata da Renzi oggi è solo aria fritta. In quanto alle possibili aggregazioni non si capisce come potrebbero realizzarsi prima del voto. Ma anche guardando al dopo, il "centrosinistra" è oggi una cosa assolutamente indefinibile come coalizione di governo, prefigurando al massimo l'aggiunta subalterna delle solite frattaglie di sinistra (oggi ai minimi termini) più gli ex-piddini di Mdp.

In quanto ai Cinque Stelle il discorso è breve. La linea "neodemocristiana" può sì garantire il galleggiamento, ma mai e poi mai lo sfondamento elettorale. L'assenza di un vero programma di cambiamento, la rinuncia a qualsiasi politica delle alleanze, fanno di M5S un candidato ben poco credibile per la guida del Paese.

La risultante di tutto ciò è che nessuno dei tre poli potrà governare da solo. Questo impedisce alle oligarchie una chiara scelta di campo. Lorsignori vogliono vincere, e se non c'è un vincente già prima meglio per loro dedicarsi fin d'ora ai giochi del dopo-elezioni.


2. Come l'oligarchia cercherà di mantenere il controllo

Due sono i punti decisivi per cercare di capire come  si muoverà il blocco dominante.

a) Il "Macron italiano" semplicemente non c'è. Per mesi i media si sono affannati ad individuarlo, ma senza risultato. In Italia la soluzione del "salvatore" - del presunto "uomo nuovo", tanto sganciato dai partiti quanto tenuto ben stretto dall'èlite - è già stata sperimentata e bruciata. Oggi questa strada non è percorribile.

b) La soluzione delle "larghe intese" sarà nell'immediato del dopo-voto la scelta più probabile delle forze dominanti. Anche se oggi non è possibile definirne nel dettaglio la geometria, essa richiederà l'assemblaggio di tutte le forze sistemiche (da Forza Italia ad Mdp, per intenderci). unite in nome dell'Euro(pa). Avremo cosi, di fatto, l'ennesimo governo del partito tedesco. Ma le forze che lo comporranno saranno però divise su quasi tutto il resto. Le "larghe intese" si presenteranno perciò come una soluzione obbligata quanto debole e (almeno nelle intenzioni) transitoria.

In prospettiva, volendo superare queste queste difficoltà, le forze oligarchiche tenteranno il rilancio del bipolarismo, con una nuova legge maggioritaria, con le relative coalizioni. Così come avvenuto alle elezioni francesi, lorsignori hanno bisogno di trasformare un modesto 30% di voti in un 60% di seggi. Capendo di non poter riuscire a risalire la china di un consenso perduto, le èlite non possono prescindere da un meccanismo truffaldino che stravolga quanto più possibile il principio della rappresentanza. Ma quando concretizzare questo progetto?

A tanti, nel blocco dominante, piacerebbe forzare la situazione in autunno. Ma questo significherebbe spazzare via Renzi già prima delle elezioni, ponendo così il Pd in una crisi difficilmente gestibile. Venuta meno la sua legge elettorale (il cosiddetto "Italicum"), il segretario del Pd resta infatti contrario al sistema delle coalizioni pre-voto, un meccanismo che porterebbe quasi certamente alla fine della sua leadership. Proprio perché troppo rischiosa, la forzatura autunnale sembra dunque assai improbabile.

Più probabile invece che l'attuale agitarsi delle èlite contro lo stesso Renzi - reo fra l'altro di essersi schierato contro il fiscal compact - serva piuttosto a preparare il dopo-voto. Per raggiungere i loro obiettivi, a lorsignori converrà un quadro molto frammentato. Da qui una sorta di "strategia del caos" al fine di avere partiti deboli, leaders deboli, istituzioni sempre più screditate a partire dal parlamento. E' in quel quadro che potrà dispiegarsi al meglio la loro offensiva per tornare ad imporre una legge elettorale ultra-maggioritaria, rovesciando così lo stesso esito del referendum costituzionale.


3. Breve parentesi sulla legge elettorale: due possibilità

Esaminare la crisi politica italiana, e soprattutto i suoi possibili sbocchi, è oggi reso più difficile dal caos che regna sulla legge elettorale in vista delle elezioni della prossima primavera. Volendo semplificare al massimo la questione, possiamo dire che esistono al momento solo due possibilità.

La prima - che abbiamo già giudicato come estremamente improbabile - prevede che l'operazione anti-Renzi riesca già in autunno. In quel caso il parlamento, che certo non può prescindere dall'enorme peso del Pd, varerebbe una nuova legge di fatto molto simile a quella con la quale si è votato dal 2006 al 2013, il cosiddetto "Porcellum".

La seconda - di gran lunga più probabile - è che l'operazione tendente a riproporre il maggioritario debba essere rimandata a dopo il voto. In questo caso si aprirebbe la strada o ad un rilancio del modello saltato a giugno (il cosiddetto "tedesco") o ad un modesto ritocco delle due leggi uscite dalle sentenze della Corte Costituzionale (la cosiddetta "omogeinizzazione" tra Camera e Senato). In un caso come nell'altro si aprirebbe di sicuro la strada ad un governo di coalizione, la cui esatta composizione rimane però tutta da vedersi.


4. Il quadro post-elettorale

Avremo dunque un replay del 2013? In un certo senso sì, la situazione dell'immediato post-voto potrà presentarsi come assai simile. La differenza, però, sta proprio nel fatto che sono passati cinque anni e che non è neppure immaginabile che ne passino altri cinque in questa condizione.

Quale veste verrà allora scelta per rendere presentabile l'operazione? Governo tecnico, istituzionale, finalizzato alla nuova legge elettorale? Ovviamente non possiamo saperlo oggi. Ma forse l'ipotesi più probabile è quella di una sorta di Gentiloni-bis (non necessariamente con lo stesso capo del governo) con un duplice mandato: (1) l'assoluta continuità delle politiche europee a garanzia dell'oligarchia eurista e (2) il ritorno ad una legge elettorale fortemente maggioritaria, confidando su un parlamento più controllabile dell'attuale.


5. Conclusioni


Proviamo ora a ricapitolare, sintetizzando al massimo, quanto detto fin qui:

1. La crisi politica italiana è ben lungi dal risolversi.
2. I tre poli né sfondano né escono di scena: ognuno vive grazie alle debolezze altrui.
3. Questa situazione non si risolverà neppure con le prossime elezioni politiche.
4. Esse determineranno però i rapporti di forza della decisiva fase post-voto.
5. Nell'immediato le "larghe intese" saranno la scelta obbligata del "partito tedesco".
6. Avremo tuttavia un quadro fortemente instabile.
7. Il blocco dominante tenterà la nuova forzatura autoritaria anche con la "strategia del caos". Non essendo più capace di egemonia esso ha bisogno di trasformare una modesta forza del 30% (vedi il caso francese) in maggioranza assoluta.


In questo quadro, due saranno per noi gli aspetti centrali: il contrasto al nuovo governo Quisling filo-tedesco che già si annuncia; l'opposizione al nuovo progetto di legge truffa.

Chiaro dovrebbe il legame tra i possibili sviluppi della crisi politica e lo scioglimento del nodo europeo: sottomissione ed accettazione del ruolo di colonia o liberazione nazionale dal vincolo esterno? Vorrei far notare che - ovviamente in termini diversi - la questione è stata posta perfino dal co-direttore del Financial Times Wolfgang Munchau. "Colonia" e "governo coloniale" sono le espressioni da lui usate recentemente per raffigurare il possibile futuro dell'Italia. Co-lo-nia! Cos'altro dobbiamo aspettare per far suonare l'allarme?

Se questa è la situazione, possono le forze sovraniste democratiche e costituzionali rimandare a "tempi migliori" la loro organizzazione, al fine di essere parte attiva e riconosciuta in questa battaglia?

In tutta evidenza non possono. E - visto che nel pomeriggio parleremo di elezioni - ricordiamoci che anche se il quadro descritto fosse attendibile solo in minima parte, è ben difficile che la prossima legislatura possa trascinarsi al pari dell'attuale per 5 anni. Realisticamente dobbiamo invece immaginare, dopo le elezioni del 2018, nuove elezioni entro un paio d'anni: o perché la coalizione non tiene, o perché regge fino al varo di una nuova legge elettorale che condurrebbe inevitabilmente allo scioglimento delle Camere.

Traiamone dunque le dovute conclusioni.

Evidenti sono le difficoltà dell'oggi. Evidenti al punto da far sembrare folle la nostra idea, che è però l'unica - come già ricordava Daniela Di Marco - che cerca di porsi al livello dei problemi. Livello già raggiunto nell'elaborazione e nel programma. Il problema è quello delle forze: che vanno cercate, attivizzate ed unite sulla base di un'idea inclusiva di patriottismo costituzionale. Un concetto che prefigura il modello sociale da proporre per un'Italia sovrana. Un modello opposto a quello ultra-liberista del finto sovranismo di destra.

Nell'immediato le difficoltà saranno enormi, probabilmente insormontabili, ma non è con il rinvio che si affronteranno i problemi. Anche perché l'avversario non aspetta i nostri tempi, e passate le elezioni tedesche ed italiane si andrà comunque ad una stretta: colonia sottomessa o liberazione nazionale? Questo è il punto, e se noi crediamo che la liberazione nazionale sia possibile - e noi lo crediamo - dobbiamo muoverci fin da oggi.

 

da Confederazione per la Liberazione Nazionale








 

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