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Dalle stelle alle stalle

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A Pontida, ieri, Matteo Salvini ha finalmente confermato quel che noi, di contro a chi si era fatto ingenue illusioni sul "sovranismo" della nuova Lega Nord, davamo per certo. Salvini si sbarazza sì delle sue radici "padaniste", ma per rientrare nell'ovile del centro-destra.

«Celebreremo la prossima Pontida con una Lega e un centrodestra al governo (...) lavoriamo ad una "alleanza seria e compatta" come quella che ha vinto alle ultime Comunali». Del "Basta €uro" non resta che una pallida richiesta di "cambiamento dei trattati europei". Il potere può dormire sonni tranquilli, anche a destra lo Tsipras è stato trovato.

Nella compagine Cinque Stelle, del resto lo Tsipras tricolore era già stato individuato: Luigi Di Maio. Il doroteo pentastellato sarà senza dubbio incoronato non solo come candidato Primo ministro ma come "capo" del movimento — sottolineiamo "capo". Per la precisione "capo" senza contrappesi, nel più classico stile dei "partiti azienda".

Dalle stelle alle stalle: con Di Maio intronizzato, assieme alla "democrazia diretta", M5S si spurga definitivamente, ufficialmente, dal suo antagonismo primigenio.

Dal momento che i due NO, all'euro e all'Unione europea — non le chiacchiere sulla casta ed i vitalizi, gli strilli sull'immigrazione, o le elucubrazioni sul reddito di cittadinanza — tracciano oggi il confine tra chi sta di qua e chi sta di là, il limes tra forze politiche sistemiche e anti-sistemiche, abbiamo che sulla carta il sistema è ancora forte, che per ora non ha avversari davvero temibili. Su questo versante, quello della tenuta del sistema e della sua capacità di includere e inquadrare nel proprio recinto — negli anni '90 era già capitato con Rifondazione comunista — forze come i Cinque Stelle sorte fuori dal suo perimetro, avremo modo di tornarci su.

La domanda che dobbiamo porci è questa: che farà l'anima radicale del M5S, quella che i media chiamano "ortodossa" o "movimentista" scontenta per l'incoronazione di Di Maio? Risposta: niente. Dati i meccanismi che regolano il regime interno del M5S, gli "ortodossi" non verranno allo scoperto, non proporranno un candidato alternativo a Di Maio. Essi tremano di paura all'idea di essere purgati e di non essere rieletti in Parlamento. Faranno dunque buon viso a cattivo gioco sperando di dare battaglia dopo le prossime elezioni di primavera, quando lo scontro sarà inevitabile, sia nel caso di una vittoria elettorale più ancora in caso di flessione.

Una tattica vincente? No, una tattica perdente. Gli "ortodossi", dopo le elezioni, si ritroveranno non solo più deboli (anzitutto nel futuro gruppo parlamentare) ma a dover chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Già oggi M5S conosce una silenziosa ma ampia diaspora dei suoi attivisti migliori, con la conseguenza che il movimento nella stragrande maggioranza dei territori è un fantasma politico, con tanti meet-up scomparsi e molti paralizzati da pietosi scazzi.

Che avremo dunque? Non una frattura politica, non una separazione, non uno smembramento politicamente ordinato; avremo invece l'implosione del Movimento 5 Stelle, un veloce disfacimento. La dissoluzione.

Il solo modo per gli "ortodossi" per evitare di essere risucchiati nello sfacelo imminente sarebbe proprio quello di puntare i piedi adesso, di costruire un'opposizione organizzata che funga da faro e catalizzatore per i tanti attivisti dell'ala radicale del movimento. Non lo faranno.

C'è sul campo una forza politica esterna che possa raccogliere questa diaspora? No, non c'è ancora. Va messa in piedi. Se guardo al desolante panorama esistente, tra sette a vario titolo sovraniste, intellettuali imbelli e pasticcioni politici in cerca d'autore, la Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN), per visione strategica e qualità del suo gruppo dirigente, è il solo polo politico che abbia qualche chance di successo.

In questo senso è giusta la proposta della CLN di costruire una lista elettorale sovranista, democratica e popolare — Italia Ribelle e Sovrana questo il nome della proposta della CLN — per le prossime elezioni politiche. Una mission, viste le forze, apparentemente impossible. Giusta tuttavia, poiché punta a costruire una casa a centinaia di migliaia di cittadini che altrimenti non avrebbero un punto di riferimento; giusta perché porrebbe un primo argine contro la dispersione e il disincanto. Giusta perché punta ad utilizzare, in assenza di mobilitazione diretta del popolo, la sola occasione che l'indignazione dal basso dispone per manifestarsi; le urne appunto.

Un'àncora, o meglio una casamatta, in vista di un quadro post-elettorale che sarà necessariamente segnato dall'instabilità politica e istituzionale, da governi comunque deboli, con la possibilità di un incombente ritorno alle urne.

Mi convinco che solo chi riuscirà a giocare il primo tempo potrà sperare di esserci al secondo con qualche chance di successo.


da sollevAzione




 

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