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7 considerazioni sulla crisi catalana

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La crisi catalana è ad un passaggio decisivo. Oggi il parlamento di Barcellona ha proclamato l'indipendenza. Subito dopo il Senato spagnolo ha attivato l'articolo 155 della costituzione per commissariare la Catalogna. Il rimpallo seguito al referendum del 1° ottobre è dunque terminato, aprendo di fatto uno scenario ancora più grave. Sulla situazione spagnola e catalana riprendiamo di seguito la lettera di Pablo Iglesias agli iscritti di Podemos, pubblicata ieri da sollevAzione.


In esclusiva presentiamo ai lettori un documento in sette tesi di Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos. Un documento molto importante perché segnala il carattere plurinazionale dello stato spagnolo e denuncia il vero disegno del regime monarchico: sconfiggere il nazionalismo catalano per edificare uno Stato centralista e autoritario sul modello del franchismo. Presenta infine la posizione di Podemos sulla vicenda catalana: indire un referendum concordato in cui i cittadini catalani possano decidere il loro futuro, non quindi avendo sulla scheda solo le due opzioni (unionista e indipendentista), ma pure quella di rifondare la Spagna come Stato democratico, plurinazionale federale. Posizione che noi condividiamo pienamente.

Lettera aperta agli iscritti/e di Podemos

Da 135 al 155 o la controrivoluzione dall’alto del blocco monarchico

La Spagna vive una crisi di regime contraddistinta da almeno tre aspetti: sociale (la continua pauperizzazione delle classi popolari, così come il peggioramento del livello di vita e delle aspettative dei settori della classe media); istituzionale (la corruzione e il patrimonialismo del Partido Popular non è l’eccezione ma bensì la regola); e l’aspetto territoriale; quest’ultimo lo tratterò in queste considerazioni.

La crisi di regime che vive il nostro paese la riconoscono anche le élite al comando (politiche, economiche, televisive) che hanno guidato il regime del 78 e che mantengono una parte del loro potere. La figura politica più importante della nostra storia contemporanea, Felipe González, lo riconosceva senza mezzi termini nella recepción real [ricevimento nel palazzo reale in occasione della festa nazionale, NdR] del 12 Ottobre: «Sono un orgoglioso rappresentante del regime del 78». Quella recepción è stata l’immagine del complotto monarchico per superare, attraverso una restaurazione conservatrice e centralista, la crisi spagnola.

Ma dalla festa reale (che non hanno sospeso nemmeno dopo la morte di un lavoratore delle forze armate che partecipò alla sfilata) non è uscita l’immagine di una squadra coesa, coerente e capace di ridisegnare una politica che risolva i problemi del paese.

Anche se nella foto del 12 ottobre c'era tutto il potere (politico, militare, economico, ecc.) non c'erano statisti di talento.

Dopo il discorso di Felipe VI il 4 ottobre, il blocco unito dei partiti, mezzi di comunicazione e delle grandi imprese, ha enormi difficoltà a portare a termine i suoi obiettivi. Lo stesso fatto che li vedano e li percepiscano come casta li indebolisce. Un progetto di regime degno di questo nome ha bisogno di un governo, ma anche di un’opposizione credibile come tale. Ma l’opposizione non c'era al Palazzo Reale.

L’accordo tra il PSOE e il PP che implicò la riforma dell’articolo 135 della costituzione spagnola, e che ha significato la subordinazione dell’interesse sociale agli interessi dei creditori bancari, rappresentò la rottura del patto sociale nel nostro paese. Oggi, il nuovo accordo tra il PP, il PSOE e la nuova estrema destra rappresentata da Ciudadanos implica di fatto la rottura del pacto territorial. Lo spirito del 155 come politica di violazione dei diritti e delle libertà democratiche non ha motivo di valere solamente in Catalunya. Di fatto i dirigenti del PP già hanno minacciato d’applicare qualcosa di simile nel Paese Basco e in Castilla-La Mancha (in questa regione il PSOE governa con noi).

Il blocco vicino alla monarchia sostiene un imprevedibile progetto di restaurazione basato sui seguenti punti :

a) Mantenere il PP alla guida del governo tutto il tempo necessario.

b) Sospendere l’autonomia in Catalunya, prendendo il controllo i tutte le istituzioni catalane, mezzi di comunicazione pubblici come radio ed emittenti televisive incluse, convocare subito dopo elezioni (probabilmente per perderle nuovamente).

c) Mantenere Unidos Podemos e i suoi alleati lontani dal governo dello Stato, anche a costo di sacrificare il ritorno del PSOE al governo della Spagna.

Il blocco monarchico ha a sua disposizione tutti i mezzi coercitivi per sviluppare il suo progetto, ma gli manca — a differenza di quello che accadde 40 anni fa — la capacità politica d’integrazione, imprescindibile affinché la Spagna sia sostenibile come realtà politica e territoriale a medio e lungo periodo.


1) PERCHE SIAMO CONTRO L'APPLICAZIONE DELL’ARTICOLO 155

La sospensione dell’autonomia della Catalunya non solo farà saltare in aria uno dei patti essenziali della Transizione (la restaurazione di un’istituzione repubblicana come la Generalitat, riconosciuta dalla Costituzione del 1978, fu la base di un ampio appoggio sociale al testo costituzionale in Catalunya), ma segna un attacco agli stessi fondamenti della democrazia spagnola.

Il dialogo senza condizioni che reclama la maggioranza della società catalana e spagnola (come segnalano vari sondaggi) è incompatibile con una situazione d’amministrazione coloniale della Catalunya.

Che Rajoy e i suoi ministri diventino di fatto il president Y Govern de la Generalitat (quando il PP non ha ottenuto che l’ 8,5% dei voti nelle ultime elezioni in Catalunya) costituisce semplicemente un’assurdità e un'enorme goffaggine politica.

Il nuovo Govern, con Rajoy, Zoido y Montoro alla guida, sarà controllato solamente dal Senato, dominato dal PP con maggioranza assoluta, grazie a una legge elettorale antidemocratica e assurda.

Il viceré Rajoy vorrà amministrare la Catalunya e incontrerà una resistenza che solo potrà affrontare con la repressione e con più detenzioni.

Prima o poi dovrà convocare le elezioni e tutto sembra prevedere che i partiti che appoggiano il viceregno non miglioreranno i loro ultimi risultati elettorali.


2) PERCHE SIAMO CONTRARI ALLA DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA

Il problema di una dichiarazione d’indipendenza non è la sua illegalità (o l’unilateralità) né la sua illegittimità.

Le forze politiche sostenitrici dell’indipendenza ottennero il 47,8% dei voti (ovvero, qualcosa in più del terzo dell'elettorato) alle elezioni di settembre del 2015. Questo risultato, di gran lunga superiore a quello del blocco monarchico (C’s-PSC-PP) e a quello nostro, gli da tutto il diritto di governare la Catalunya, ma non dichiarare l’indipendenza.

La mobilitazione politica dello scorso 1 ottobre da parte dei sostenitori del dret a decidir è stata imponente, viste le condizioni nella quale si sviluppò. È stato rilevante che più di due milioni di cittadini catalani esprimessero la loro volontà politica. Ma, anche accettando i dati offerti dalla Generalitat, è evidente che quella mobilitazione non forniva le condizioni e le garanzie come quelle di un referendum che permettesse di determinare la relazione giuridica della Catalunya con il resto dello Stato spagnolo.

Il 1 ottobre non si produsse solo l'esibizione delle capacità di mobilitazione del sovranismo, ma anche l’espressione di una volontà maggioritaria della società catalana di decidere il futuro nelle urne ed è stato anche un esempio di mobilitazione pacifica di fronte alla repressione ordinata dal governo. Nessun responsabile politico può ignorare questo.

Ma, allo stesso modo, non si può nemmeno accettare che questa grande mobilitazione sociale giustifichi l’indipendenza.


3) PERCHE DIFENDIAMO UN REFERENDUM CONCORDATO


Un referendum legale e concordato, oltre ad essere una soluzione democratica, è la sola soluzione che possa assicurare che la Catalunya continui a far parte della Spagna.

L’incapacità della direzione dello Stato da parte del blocco felipista si rivela nella sua ossessione nel non discutere riguardo la possibilità di svolgere un referendum legale e con garanzie democratiche. La chiave del successo della Transizione rispetto alla Catalunya fu l'accordo sull’autonomia che, di fatto, condizionò il modello territoriale della Spagna. Oggi, l’applicazione dell’articolo 155 in Catalunya (che potrebbe benissimo trasformarsi in articolo 116 se il Governo incontrasse delle resistenze ) può condizionare anche un’offensiva reazionaria in tutta la Spagna.

Quando il PP ha costretto il Tribunal Constitucional (TC) a far saltare per aria l’Estatut (approvato nel Parlament, nel Congreso de los Diputados e dal popolo catalano in un referendum), ha, di conseguenza, fatto implodere buona parte delle basi del patto territoriale che aveva reso possibile la Spagna come uno Stato che integrava una territorialità plurinazionale complessa.

Le decisioni politiche hanno conseguenze. Si può affermare che se il PP avesse rispettato la volontà popolare della Catalunya, come fece con l'Andalusia (alcuni degli articoli del Estatut che il TC dichiarò incostituzionali sono tali e quali a quelli vigenti in altri Statuti d’autonomia), oggi non sarebbe necessario svolgere un referendum in Catalunya. E, come conseguenza della decisione del PP e dei suoi magistrati affini al TC, oggi dobbiamo batterci in maniera imprescindibile per il referendum.

Numerosi costituzionalisti sostengono che svolgere un referendum è compatibile con la Costituzione e la legge; però, anche non fosse così, riteniamo che in democrazia le leggi debbano adattarsi alle necessità democratiche. L’Andalusia si è guadagnata il diritto di essere riconosciuta come nazionalità grazie a una mobilitazione sociale di massa e al risultato di un referendum che, tuttavia, non era in linea con la legge vigente. Fu allora che i partiti cambiarono la legge per adattarla alla decisione della gente.

In ogni caso, il referendum non dovrebbe essere circoscritto a due quesiti; l'opzione maggioritaria in Catalunya (secondo i sondaggi) opta per un nuovo ordine costituzionale che riconosca la Comunidad come nazione e venga attribuita ad essa una maggiore autonomia amministrativa.

Pensiamo che i cittadini/e catalani/e hanno il diritto di scegliere anche questa opzione, accanto alle altre due: indipendentista ed unionista.


4) IL PROGETTO DEI MONARCHICI: MEGLIO UNA SPAGNA SPACCATA CHE UNIDOS PODEMOS AL GOVERNO


Dalla nascita di Podemos e la sua crescita assieme alle forze politiche sorelle con le quali siamo confluiti e condividiamo il progetto, le élite hanno mobilitato tutti i mezzi necessari per evitare che potessimo arrivare al governo.

Tentarono di forzare l’accordo tra PP, PSOE y C’s facendo pressione anche su Mariano Rajoy affinché rinunciasse alla guida del paese e creasse una Grosse Koalition fra i tre partiti. Rajoy ha resistito e ci fu un ulteriore tentativo di favorire un governo con un programma neoliberale pattuito fra PSOE y C’s, a condizione che Podemos non partecipasse a codesto governo.

Le elite si sono opposte con tutte le loro forze di fronte a un possibile accordo fra noi, il PSOE con le alttre forze politiche catalane e basche.

Lo stesso Pedro Sánchez ore dopo essere stato obbligato alle dimissioni da Segretario General del PSOE nel 2016, riconobbe in un’intervista con Jordi Évole che fu pressato, tra gli altri da César Alierta [uno dei più potenti capitalisti spagnoli, NdR], così come dai dirigenti del giornale El País e dalla vecchia guardia del suo partito, a non formare un governo con noi.

Le élite sanno perfettamente che solo un governo di coalizione con Unidos Podemos avrebbe potuto concordare una soluzione democratica al problema catalano, ma la nostra presenza al governo avrebbe implicato anche cambiamenti nello Stato che avrebbero minacciato i loro privilegi e il tessuto della corruzione sarebbe stato esposto a un’azione giudiziaria senza interferenze da parte del potere politico.

Prima di mettere in pericolo i privilegi e le impunità, le élite hanno deciso di mettere a rischio l’integrità territoriale della Spagna.


5) LA DIREZIONDE DEL PSOE HA RINUNCIATO A GUIDARE IL GOVERNO

Dopo il fallimentare tentativo di provocare l'implosione interna di Podemos, i poteri oligarchici fallirono anche nel loro tentativo di riportare il PSOE alla sua normalità storica.

La vittoria della base del PSOE contro l’apparato del partito e contro i principali poteri mediatici del paese si è basata su tre punti: plurinazionalità, maggior avvicinamento a Podemos e un’opposizione reale al PP che non escludeva una mozione di sfiducia a Rajoy.

Disfacendosi dei tre punti che assicurarono la sua vittoria del partito, il nuovo Segretario Generale del PSOE, Pedro Sánchez, non solo ha collocato il Partito socialista catalano su una posizione impossibile indebolendo i settori del partito che lo fecero vincere, ma ha ringalluzzito i suoi avversari interni, che non lo hanno mai accettato come uno di loro. Mille volte ci hanno raccontato dell'assassinio di Viriato e mille volte la storia si ripete.

La vittoria di Pedro Sánchez provocò un’ondata di illusione in Spagna, sia tra gli elettori socialisti che tra i nostri elettori, che vedevano questa vittoria della base un orizzonte di governo di coalizione e la possibilità di realizzare riforme avanzate socialmente e risolvere democraticamente il conflitto catalano. Appoggiando il PP e sostenendo il blocco felipista, il PSOE ha rinunciato alla guida di un governo del cambiamento.


6) LA SPAGNA SARÀ PLURINAZIONALE O NON SARÀ

Il problema storico dei monarchici è non aver mai capito la Spagna, che hanno solo saputo dominare e sottomettere.

Mai sono stati in grado, eccetto quando furono obbligati dalla pressione democratica delle masse, di trasformare la nostra ricchezza plurinazionale in un progetto patriottico.

Le esperienze delle monarchie durante i secoli XIX e XX si sono caratterizzate per una visione limitata, uninazionale ed autoritaria della realtà spagnola. Per i sostenitori della monarchia associare il termine «nazione»  che non sia la Spagna era inaccettabile poiché sempre hanno identificato lo Stato Spagnolo con la monarchia mentre la Spagna è qualcosa che va oltre la monarchia ed è destinata a sopravvivere oltre l’attuale sistema monarchico.

Uno dei primi elementi di rottura con il franchismo durante la Transizione è stata la restaurazione della Generalitat, con il ritorno del president Tarradellas prima ancora che il paese si dotasse dell’attuale Costituzione. Si riconosceva così la riorganizzazione della Catalunya secondo un suo ordinamento politico, che in questi giorni si sta cercando di abolire. Questo processo di decentramento avvenne anche in Euskadi, dove non fu riconosciuta la costituzione fino a che non furono riconosciuti i suoi fueros. Le nazionalità storiche si riconoscono, precisamente, nel fatto di possedere istituzioni proprie che non derivano dai dettami della costituzione del 1978.

A partire del 1982, il modello delle autonomie funzionò grazie alla stabilità offerta dai grandi partiti nazionalisti catalani (CiU) e basco (PNV). Tuttavia, negli ultimi dieci anni con l’avvento della crisi economica che ha indebolito il progetto dell’Unione Europea, la stabilità del regime del 78 si è frantumata per due cause: il 15M ed il processo di sovranità in Catalunya in seguito alla sentenza del TC sullo Estatut.

La Spagna e la Catalunya affrontano oggi la realtà della loro storia, delle relazioni e dell’assenza di una soluzione democratica negoziata.

Per noi la soluzione è indire un referendum legale e concordato che presenti l’opzione di una relazione libera tra i popoli, per condividere in forma adeguata i benefici e gli oneri d’appartenere ad un unico Stato.


7) ABBIAMO UN PROGETTO SOCIALE E SOVRANO PER  LA CATALUNYA E LA SPAGNA

Non si può capire la Spagna partendo dalla sua omogeneità ma  dalla sua eterogeneità e fraternità.

Mi inorgoglisce come democratico che la Catalunya sia sempre stata la una chiave cruciale del cambiamento politico in Spagna e m’indigna come spagnolo che la strategia nazionalista verso il problema catalano da parte delle élite centrali pretende di impedire che la Catalunya dia una mano alla formazione di una nuova Spagna.

Non accettiamo il ricatto che condanna i progressisti catalani come appestati, in modo da impedire la formazione di un’alleanza con le forze progressiste spagnole. Ove la nostra opzione trionfasse al referendum, spingeremo i progressisti catalani affinché costruiscano assieme a noi una nuova Spagna e una nuova Catalunya.

Adesso la crisi in Catalunya richiede ripensare soluzioni federali e confederali, per affrontare la plurinazionalità della Spagna come legame affettivo basato nel riconoscimento delle plurali tradizionali di ogni popolo.

L’applicazione dell’articolo 155 non è un’iniziativa isolata ma forma parte di una strategia autoritaria di nuova centralizzazione, che minaccia l’attuazione degli statuti d’autonomia impedendo che i popoli si dotino di strumenti adeguati per garantire la propria esistenza storica , sia nel campo economico, culturale e linguistico, sia in quello del riconoscimento internazionale.

È necessario difendere la Spagna assumendo il diritto del popolo catalano di decidere sul suo futuro in un referendum e, a partire da qui, discutere sul modello di stato plurinazionale che non solo riconosca la Catalunya come nazione ma che accetti finalmente la realtà plurinazionale della nostra patria e costruisca un paese basato sulla giustizia sociale e sulla sovranità popolare.

La Spagna possiede nelle sue viscere una riserva democratica enorme; uno spirito repubblicano che deve smettere di essere una nostalgia legata ai simboli del XX secolo ma ha il dovere d’accompagnare quella spinta costituente inaugurata con il 15M.

Lo spirito costituente del 15M deve promuovere la nuova Spagna a cui aspiriamo: sociale, repubblicana e plurale.

Un abbraccio fraterno e affettuoso

Pablo Iglesias
Segretario Generale di Podemos

Traduzione di Francesco Lamantia e SOLLEVAZIONE


da sollevAzione



 

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