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"Potere al popolo"... Quale popolo?

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Sabato scorso, mentre alcuni di noi erano a Roma al centro Congressi Frentani all'incontro nazionale per la "Lista del Popolo" promosso da Giulietto Chiesa e Ingroia, si svolgeva, non distante, l'assemblea della sinistra-radicale-radicale. Obbiettivo: scendere in campo in vista delle elezioni con una lista che si chiamerà Potere al Popolo.

Un'assemblea che contrariamente a quella di Ingroia e Chiesa ha avuto un indubbio successo. Ampia la partecipazione (teatro stracolmo), grande entusiasmo, grazie anzitutto alla forte presenza giovanile. La vera "mossa del cavallo", quella dei napoletani di Je So' Pazzo, ha sortito dunque l'effetto sperato, quello di galvanizzare e raggruppare i cascami della sinistra antagonista che considera il Pd un nemico e che rifiuta di andare a rimorchio del nuovo partito dalemiano-vendoliano di Liberi e Uguali. Che questo successo preceda quello elettorale (superare la soglia di sbarramento del 3% per mandare in Parlamento una decina di deputati) ne dubitiamo.

A scanso di equivoci voglio fare i miei auguri a questo "esercito di sognatori": nel desolante panorama politico italiano, nell'assenza oramai quasi certa di una lista del sovranismo costituzionale, meglio un Parlamento con una loro pattuglia che senza.

Allora, mi chiederete: "sei forse per votare Potere al Popolo?". No, a meno di fatti nuovi, non li voterò. Il principio tattico di sostenere il "male minore" vale se questo "male minore", essendo una forza di massa, serve almeno a sventare la vittoria del nemico e la stabilizzazione del suo regime. Con ogni evidenza, dato che parliamo di una esigua minoranza politica, non è questo il caso. In questi contesti vale semmai, se non il principio del "bene maggiore", quello del "bene minore", e Potere al Popolo non lo è, e non lo è per alcune sostanziali ragioni.

Alcune di queste ho già provato a spiegarle giorni addietro decifrando la visione sociale e politica dei napoletani di Je So' Pazzo. Il manifesto di Potere al Popolo, per quanto concordato con i diversi moribondi della sinistra radicale saliti sul carro partenopeo, mentre conferma i ragazzi napoletani come i veri artefici dell'impresa,  giustifica quanto ho già scritto.

Aggiungo alcune brevi e schematiche considerazioni.

C'è un passaggio del Manifesto ove i promotori la dicono tutta:
«Un movimento  (...) che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica, antiliberista e anticapitalista, comunista, socialista, ambientalista, femminista, laica, pacifista, libertaria, meridionalista che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono arresi».

Come si vede i morti continuano ad allungare le mani sui vivi. Qui, al netto della sequela dei sostantivi, si resta ancora dentro la prigione simbolica e identitaria della sinistra che fu. Il "popolo" a cui ci si rivolge non è quello realmente esistente, quello prodotto da quarant'anni di neoliberismo e da dieci anni di dura austerità (e le cui meschinità attuali son pari alla sua potenza eversiva), resta quello immaginario di piccole minoranze radicalizzate. Non c'è niente da fare, non si vuole prendere atto che il divorzio tra le sinistre vecchie e nuove ed il popolo è oramai consumato, irreversibile. Così i toni "populisti" finiscono per risultare una maschera che non riesce a camuffare l'ennesimo tentativo di resuscitare il cadavere della sinistra. La novità, se di novità si tratta, è la cifra movimentistica e sindacalistica dell'impresa. Un bertinottismo senza Bertinotti — che la lezione del populismo pare invece l'abbia appresa. L'ostinazione con cui si immagina vincente il proporsi come quelli "veracemente di sinistra" ci consegna un populismo cosmetico, anzi, un populismo senza popolo che non va quindi da nessuna parte.

Il "popolo" che questi compagni hanno in mente non ha infatti né anima né sostanza. Se non è un'astrazione metafisica è la risulta del melting pot fallito venuto fuori dalla globalizzazione (prima "parolina" assente nel Manifesto?) Rimosso infatti con disprezzo scaramantico il concetto di Stato-Nazione, il demos che ne viene fuori, ove non sia un luogo di fantasia, è l'inferno della multietnicità post-nazionale, quindi imperiale. Cancellati quindi i principi della cittadinanza (seconda "parolina" mancante) e quello della sovranità (terza "parolina" censurata).

Un popolo che non sia dentro un demos, che non senta la nazione come sua, quindi come patria propria, è un popolo senza identità storica; non cittadini bensì moltitudine (negriana) di sudditi, una plebe destinata a vivere soggiogata ed alla quale si lascia ogni tanto la facoltà di ribellarsi, mai però quella di esercitare il potere.

Che la nostra società ed il nostro popolo si siano definitivamente americanizzati? Che la "società civile" — che il liberismo ha portato al grado più estremo di atomizzazione — sia tutto e il Politico nulla? Se questo fosse vero avrebbero ragione loro, i ragazzi partenopei; non resterebbe che rassegnarsi a costruire qua e là nicchiette multietniche di solidarietà mutualistica, che solo un certo revival social-utopistico può immaginare come immuni dalla pervasività tossica del mercato capitalistico.

Sì, noi siamo molto distanti da questa visione. Noi riteniamo che a maggior ragione davanti ad un popolo spappolato dalla globalizzazione neoliberista, il Politico abbia primazia assoluta, e che solo attraverso la leva politica si possa riconsegnare al popolo italiano, voce, identità, coraggio, missione storica, potenza. Ove Potere è potere statuale nel demos costituito dalla nazione o semplicemente non è.

L'ondata populista che sta travolgendo l'Occidente e le sue élite cleptomani e oligarchiche pare non aver insegnato niente ai promotori di Potere al Popolo. A noi ci indicano che serve costruire direzione politica, ovvero un Partito politico, democratico, patriottico e socialista. Una forza che organizzi chi sta sotto contro chi sta sopra, seguendo una strategia che faccia del popolo lavoratore la forza motrice del processo di liberazione nazionale dal giogo dell'Unione europea e del capitalismo casinò; perno di un'alleanza ampia che sventi la minaccia di una svolta reazionaria e che guidi, dentro lo stato d'emergenza in cui ci stiamo ficcando, il passaggio attraverso la porta stretta della rivoluzione democratica.

Ed ecco che siamo giunti al nodo centrale della questione, quello che la sinistra sinistrata non vuole vedere, quello di un Paese già incatenato da tempo immemore al ceppo della Chiesa cattolica, poi da settant'anni a quello della NATO ed infine inchiodato alla croce euro-tedesca. Il nodo gordiano dell'indipendenza nazionale che può essere sciolto solo con la spada della decisione politica sovrana, e che invece i nostri si sognano di risolvere irenicamente affidandosi non al popolo italiano, in cui non credono e che al fondo disdegnano, bensì al fantasma angelico dei "popoli" europei. Ci mancava solo l'Altra Europa con Tsipras reloaded.

Come ebbe a dire Ciro Menotti, martire della Repubblica Romana, prima di salire sul patibolo invocato dai preti e allestito dalla soldataglia francese: "Italiani ricordatelo, non dovete fidarvi che di voi stessi".


 

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