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La linea Ahmadinejad

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo breve e argomentato saggio. L’autore svolge un’accurata indagine sulla Repubblica Islamica dell’Iran, quindi sulla natura delle diverse fazioni che si combattono al suo interno, in particolare sulla fazione guidata da M. Ahmadinejad. Qual è la sua natura? L’autore ritiene corretta la definizione di “destra tradizionalista”, insistendo però sul suo peculiare carattere nazionalista grande-persiano. (Nella foto, da sinistra, Ahmadinejad, Khamenei e Rohani)

Riteniamo questa qualificazione, che non a caso è quella utilizzata dalla maggior parte degli analisti occidentali, parziale, insufficiente. Arduo, se non addirittura aleatorio, voler definire il pensiero di Ahmadinejad usando criteri tassonomici propri dell’Occidente moderno. Difficile perché diverse, e contraddittorie, le fonti spirituali e politiche a cui si abbevera l'ex-Presidente. Esse politicamente congiungono il terzomondismo antimperialista ad un egualitarismo plebeo e antimodernista, il tutto innestato su un misticismo religioso a forti tinte gnostiche ed escatologiche, per nulla estraneo all’Islam rosso di Ali Shariati. Il discorso si farebbe lungo, vi lasciamo alla lettura.


LA CRISI DEL KHOMEINISMO

Un nuovo corso è stato avviato….O raggiungeremo il nostro obiettivo o diventeremo martiri, feriti o dispersi in azione. Così accadrà…”. [1]
La linea Ahmadinejad, qualora volessimo accettare il criterio identificativo della struttura di potere vigente in Iran dato da osservatori internazionali (in Italia tale ermeneutica è stata in parte ripresa da Guolo e Negri), sarebbe la più influente rappresentante della destra Tradizionalista, in antitesi al blocco riformista. Il termine “tradizionalista”, in riferimento all’identità spirituale e popolare persiana, che non deve andar disperso nel processo “sovversivo” e nichilistico del globalismo tecnocratico, è quello che a mio avviso meglio identifica la visione della fazione Ahmadinejad-Mashaei.

Non si può comprendere però tale antagonismo interno se non alla luce del piano “denghista”, modernista e neo-capitalista oligopolistico imposto dal grande politico e mediatore iraniano, Rafsanjani (1934-2017).

Nel momento in cui si percepiva che l’originario verbo rivoluzionario khomeinista, in contemporanea con la tragica guerra Iran Iraq, aveva fallito il suo appuntamento storico, finalizzato alla “rivoluzione sciita internazionale” oltre i blocchi (né Est Comunista né Ovest Capitalista); nel momento in cui si vide tragicamente, con l’immensa tristezza dei pasdaran e dei soldati del fronte islamico iraniano, che gli sciiti iracheni preferivano continuar a combattere per il laico Ba’as iracheno e per la gloria nazionale, piuttosto che sollevarsi compatti nel devoto ricordo della “Battaglia di Kerbela” (680 d.C.) [2] ; solo allora, le varie frazioni del khomeinismo che si erano date tregua dal settembre 1980, iniziarono, dalla fine degli anni ’80, a darsi battaglia. Come l’originario bolscevismo leninista, puntando a Berlino, finì la sua brevissima parabola storico-politica alle porte di Varsavia (estate 1920), così l’internazionalismo rivoluzionario dell’imam Khomeini crollò inesorabilmente sui campi minati dell’Iraq, di nuovo invano bagnato dal sangue dei “martiri sciiti”.

La strategia khomeinista aveva infatti fatto dell’Iraq il centro politico e religioso dello Sciismo di stato; la non sollevazione su base religiosa delle masse sciite irachene sarà il grave impasse strategico della rivoluzione islamica. La visione dell’imam Khomeini basata sul “governo islamico” e la posizione occupata dal popolo in seno ad esso è effettivamente l’esatto contrario del “nazionalismo persiano”, che non avrebbe alcun carattere di specificità rispetto al nazionalismo panturchista o panarabo; l’imam Khomeini aveva, infatti, sempre sostenuto che “il nostro movimento è islamico prima di essere iraniano” [3] ed in tal senso il cuore pulsante della Shia non poteva essere che l’Iraq arabo.

En passant: in questo contesto meriterebbe un’indagine accurata la politica seguita dall’Iran in Iraq dopo l’occupazione anglo-americana del 2003. Nota è la divisione del fronte shiita iracheno davanti agli occupanti, tra chi si è prestato al ruolo di gaulaiter e chi, come l’Esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr che invece la combatté, fino a sostenere la rivolta sunnita della primavera del 2004, e forse proprio per questo Muqtada venne osteggiato da Tehran e fatto sparire per anni dalla scena.

Lo gnosticismo khomeinista [4] trasformato in movimento islamico, rivoluzionario, mondiale, rimase quindi sconfitto sul fronte iracheno, non per le traversie militari, ma per l’impasse politico-strategico. L’attuale politica estera del blocco riformista, per quanto apparentemente continui tale linea khomeinista, in realtà essendo strategicamente succube del capitale occidentale, russo e cinese, viola apertamente il principio essenziale dell’islam rivoluzionario khomeinista. Da quel momento, da quando lo spirito rivoluzionario della Repubblica islamica andò a sbattere contro  i sentimenti nazionalisti degli arabi (che dopo la fase del panarabismo anti-safavide trasmigreranno nel sunnismo radicale anti-shiita) inizieranno, nella grande ritirata strategica, a delinearsi nuovi fronti interni.

Due personalità emergeranno dalla successiva lotta politica ed economica di fazioni: Rafsanjani, il quale sull’esempio della Cina neo-capitalista e modernista di Deng, avrebbe voluto salvaguardare la sostanza politica e giuridica del regime islamico aprendo su tutta la linea al capitalismo mondiale ed al modernismo tecno-scientifico; Ahmadinejad, appunto, il quale, come sarà evidente nelle differenti fasi della presidenza poi esercitata dal Nostro, compirà, come più avanti si vedrà, una profonda svolta Tradizionalista, antimodernista (in senso dottrinario, non di metodo) ed una evidente rottura di paradigma con lo stesso khomeinismo ortodosso, alla luce della totalità storica e religiosa della Persia millenaria e della sua spiritualità.


LA FASE NAZIONAL-POPOLARE


Ahmadinejad era infatti esponente dell’elite militare che si imponeva a Teheran durante gli anni di Khatami (1997-2005); quella elite militare comprendente buona parte dei pasdaran, dei bassiji, dei reduci del fronte e tutti coloro che ruotavano attorno alle varie corporazioni religiose del regime islamico. Tale fazione propagandava all’interno del regime la visione della necessaria opposizione “persiana”, nazionalpopolare, alla fazione “cinese” riformista ed anche, seppur timidamente allora, ai khomeinisti di regime: l’oro nero era, a detta dei seguaci del futuro presidente Ahmadinejad, lo strumento politico-finanziario tramite il quale si rafforzava il ruolo dello Stato islamico come distributore di assistenza e sussidi, finendo però, tale prassi, per distanziare le esigenze e le necessità del popolo iraniano dai costumi e dalla poco morigerata prassi di vita dell’oligarchia capitalistico-statale dominante sul “paese reale”.

Ahmadinejad è stato un autentico figlio della rivoluzione, ma per la sua corrente la rivoluzione, prima di essere islamica, doveva essere persiana, autenticamente fedele al motto “Né Est né Ovest”. Il giovane patriota, allora ventitreenne, da autentico nazionalista persiano, fondò la “Società degli studenti islamici”, militò quindi nel “Takhime Vahdat” (in persiano Rafforzare l’Unità) e, con altri fedeli si attivò così per l’occupazione dell’ambasciata sovietica [5]  nei giorni dell’autunno del ’79, mentre l’ala “nera” khomeinista [6] , come visto anzitutto islamica e internazionale, portò a termine l’occupazione dell’ambasciata americana [7]. Egli fu poi un volontario – nelle forze speciali dei pasdaran – della guerra Iran Iraq, contraddistinguendosi ancora per patriottismo e spirito di servizio. Consacrerà la sua vita alla carriera politica nazionalista “grande persiana”, esclusivamente nel ricordo dei suoi amici e camerati caduti, dunque per una sorta di “sacro giuramento” nato di fronte alla morte comune incombente; va anche ricordato che la sua prima vittoria alle presidenziali (2005) non era affatto prevista dagli organismi della Repubblica islamica e da lì inizierà non una alleanza ma, come è diventato sempre più chiaro, un vero e proprio braccio di ferro, talvolta sottile, talvolta manifesto, con la sfera della Guida suprema.

Se è vero che l’Ayatollah Alì Khamenei tentò, in certi casi, di usare la destra neo-tradizionalista, anticapitalista, per bilanciare l’enorme influenza del blocco riformista rappresentato dal “fronte del 2 Khordad” (che andava dalla sinistra clericale islamica, agli occidentalisti, per finire alla destra pragmatica dello stesso Rafsanjani), è, d’altra parte, anche vero che il fronte costituito dal futuro presidente Ahmadinejad, “Abadgaran Isargan” (I sacrificati per la devota causa), composto da mutilati di guerra, veterani dei fronti, familiari dei caduti nella guerra Iran Iraq, era praticamente privo di sostegno ufficiale da parte del regime e si reggeva su libere offerte dei simpatizzanti.

Durante il ballottaggio presidenziale (2005), Rafsanjani- Ahmadinejad, tutto il fronte definito  superficialmente “ultraconservatore” dagli analisti occidentali (in realtà come già specificato, ultra-Tradizionalista) si schierava, contro la gran parte del clero “modernista” e ortodossamente khomeinista, con l’eccezione dell’ “ultradestra” religiosa, di regime, rappresentata dall’Ayatollah Mesbah Yazdi, a favore di Ahmadinejad, invitando a votarlo:     
"Certamente sosterremo con fermezza Mahmoud Ahmadinejad, un candidato che rappresenta il simbolo della giustizia e dell'onestà, nelle parole e nelle azioni e che onorerà i nostri doveri nazionali e religiosi, onorerà la millenaria Nazione dell’Iran, i nostri martiri e la nostra storia…". Questo fu il messaggio comune di tali confraternite e di tali sodalizi, pochi giorni prima del ballottaggio.

Appena eletto, Ahmadinejad dichiarerà, riferendosi ai martiri degli otto anni di guerra contro l’Iraq: “Non devono essere dimenticati. Il loro sangue non deve esser stato versato invano. Ciò che abbiamo oggi lo dobbiamo al loro sacrificio”. Eletto sindaco di Tehran (2003) aveva, in precedenza, lanciato la proposta – lasciata poi cadere per l’opposizione della Guida suprema – di seppellire un martire in ogni quartiere della capitale. Nei muri dei grattacieli della capitale iniziavano a comparire i murales rappresentanti i volti malinconici dei Caduti, con scritte religiose che commemoravano il loro martirio. Iniziava a farsi spazio un evidente principio di sacralizzazione della tradizione religiosa e politica specificamente persiana, che era del tutto estraneo al khomeinismo originario.


TRE DISCORDIE

Alla luce della ormai conclusa presidenza Ahmadinejad si potrebbe dire, con un possibile tentativo di sguardo sintetico, che tre elementi opporranno il grande disegno di Ahmadinejad al “riformismo conservatore” (in tale orizzonte va inserita la stessa corrente della Guida suprema) degli organismi dominanti del regime.

1. Giustizia sociale
L’ex presidente ha, più volte, in recenti interventi pubblici post-presidenziali, puntato in modo sottile il dito contro la Guida suprema stessa accusandola, (a) di aver sabotato il suo sforzo strategico verso le fasce più umili ed indigenti della popolazione iraniana; di aver esercitato opposizione al Piano di sostegno popolare varato dal Governo Ahmadinejad (2010), che avrebbe enormemente ridotto le disuguaglianze sociali; (b) di aver sabotato la sua rimozione dei ministri corrotti, rimessi purtroppo al ministero dalla Guida suprema stessa, scavalcando così arbitrariamente la decisione dell’ex presidente; (c) di non aver appoggiato il piano di nazionalizzazione integrale del petrolio con una equa redistribuzione dei profitti basata sulla pratica di una avanzata etica sociale solidaristica e anticapitalistica; (d) di aver infine gonfiato artatamente l’inflazione interna per emarginare e mettere al muro la fazione Ahmadinejad, di contro l’unica risorsa interna per la sopravvivenza del regime, visto il consenso di cui godeva il partito “populista” nazionalista di Ahmadinejad tra la piccola borghesia iraniana, i rurali e le fasce più umili.

Nonostante tutto questo, la strategia nazionale “interna” di Ahmadinejad ha concretizzato la più alta politica di incentivi, per giovani coppie, diseredati, disoccupati, nella storia del regime islamico grazie al “Fondo per l’Amore dell’imam Reza” istituito per volontà dell’ex presidente come base di un autentico Stato sociale persiano, che il regime islamico aveva sempre sabotato.

La questione principale di Ahmadinejad in politica interna è stata la giustizia. Egli ha sempre cercato di favorire le classi disagiate, attraverso riforme strutturali…Una delle sue politiche più riuscite dal 2005 fu quella delle case popolari…Grazie a ciò, molte famiglie, soprattutto giovani, sono diventate proprietarie di immobili, cosa molto complessa in Iran, dove il sistema bancario non finanzia in modo adatto l’acquisto della casa”. [8]

Esiste peraltro un eccezionale documentario, realizzato da Petr Lom, “Letters to the President”; i più umili, sempre dimenticati, scrivevano al presidente e lui interveniva direttamente, in prima persona. Dove nessuno era mai andato, arrivava Ahmadinejad con i suoi. Lì, nella visione del documentario, emerge l’amore di Ahmadinejad, il presidente “populista”, per la giustizia sociale e la sua totale dedizione alla causa della Persia più profonda. Lom ci fa vedere, senza veli, la vita quotidiana di Ahmadinejad presidente; quest’ultimo si recava, come emerge dal documentario, ma anche da innumerevoli testimonianze ormai raccolte da diversi ambiti, quotidianamente, in quegli angoli remoti dove il contadino persiano era stato, da secoli, dimenticato da tutti. Lom tornerà a trovare questi contadini e questi diseredati dopo che il “complotto di palazzo” dei khomeinisti ortodossi e dei capitalisti “cinesi” avrebbe estromesso il presidente dalla vita politica iraniana; pochi, tra loro, trovarono la forza di rispondere  alle domande del regista cecoslovacco, ma tutti versarono lacrime amare pensando ai momenti passati insieme con il figlio del fabbro di Aradan.

2. La nazione e il Vilayat al-Faqih

L’ex presidente, con la supervisione del suo più fidato consigliere, Esfandiar Mashaei [9], ha sviluppato il concetto di “Iran islamico ed universale” in una contrapposizione di superamento, non di semplice negazione, sia rispetto allo Sciismo internazionalista rivoluzionario del partito nero khomeinista e del governo islamico, sia rispetto al modernismo occidentalista del partito “cinese” di Rafsanjani.

Come noto, l’identità iraniana deriva da un lato dal manicheismo e dallo zoroastrismo dell’epoca pre-islamica e dall’altro dall’elemento islamico introdotto circa 1.300 anni fa; anche nei primi secoli dopo l’avvento dell’Islam, vi fu sempre una notevole tensione fra arabi e persiani: ‘analfabeti ignoranti’ (Ajam) era il termine con cui i persiani identificavano allora gli arabi invasori. Se nel corso del ‘900, la dinastia Pahlavi ha cercato di ridimensionare il peso dell’Islam e dell’“arabismo”, accentuando il valore della grande civiltà persiana pre-islamica, arrivando a denominare ufficialmente la Persia come terra centrale degli Ariani (Iran), [10] il regime islamico cercò invece di cancellare il passato pre-islamico ed enfatizzare esclusivamente la sostanza sciita ed islamica della storia iraniana. Fu coltivato anche il progetto di abbattere ogni spoglia visibile dell’antica civiltà persiana. [11] Ciò finì per avere un impatto notevole in una Nazione dove la popolazione parla ancora oggi con fierezza di ‘invasione araba’ per eventi che risalgono ad oltre un millennio fa ed utilizza quotidianamente con orgoglio la lingua persiana, sopravvissuta all’“imperialismo arabo”: l’imam Khomeini attaccò anche le festività pre-islamiche, ad esempio il Nowruz, il capodanno persiano che si celebrava ufficialmente il primo giorno di primavera, tacciandolo di ‘paganesimo’.

Il Governo Ahmadinejad è stato invece il governo del nazionalismo persiano e della Pura Tradizione, in tal senso dal 2010 più in continuità con la dinastia Pahlavi che con il partito nero khomeinista; il Nostro ha reintrodotto in pompa magna il Nowruz, ha definito “folle ed antipersiano” il giudizio di Khalkhali — giudice khomeinista ortodosso, sulle presunte origini ebraiche (veramente ardue da mostrare..) e sulla presunta omosessualità dell’imperatore Ciro —, ha consacrato Persepoli come autentica capitale spirituale dell’Iran, ha fatto rientrare in patria il Cilindro di Ciro [12].

Inoltre, l’ex presidente Ahmadinejad, dal 2010, non prima (elemento da considerare con attenzione), ha riabilitato pubblicamente, con grave scandalo della cerchia della Guida suprema e del partito modernista “cinese” di Rafsanjani-Onda Verde [13] - Rohani, la monarchia Pahlavi come regime popolare patriottico il quale, con la Rivoluzione Bianca, avrebbe sviluppato, nella seconda metà del Novecento, una dottrina politica ed economica universale antagonista sia all’Occidente (capitalista) sia all’Oriente (comunista) [14].

Mossadeq (1882-1967), viceversa, in antitesi al giudizio comune occidentale, è considerato dalla cerchia nazionalista di Ahmadinejad, inizialmente un agente britannico, e successivamante un avventuriero megalomane privo di una coerente strategia nazionale [15]. Nell’estate 2010 Ahmadinejad propose la creazione dell’ Unione delle Nazioni di lingua persiana (Iran, Afghanistan, Tagikistan). Il suo braccio destro Mashaei, nello stesso periodo, invitando a Tehran alcuni vecchi iraniani che vivevano all’estero, tra cui, da quanto trapelò da alcune agenzie, monarchici vicini al deposto Shah, dichiarò che “la Persia è una grande Nazione, una civiltà con un messaggio universale e aspirazioni di leadership globale”.

La stessa visione del Mahdi – il Redentore finale degli ultimi giorni – è stata declinata dalla cerchia nazionalista di Ahmadinejad come tramite del modello universalistico religioso, specificamente persiano.

Qui c’è la rottura più radicale che si possa concepire con il pensiero filosofico-politico di derivazione khomeinista. L’imam Khomeini aveva stabilito che il governo islamico sarebbe stato la filosofia pratica di tutto il “fiqh” (il diritto islamico) concernente tutti gli ambiti della vita dell’uomo; il governo avrebbe rappresentato gli aspetti pratici giurisprudenziali nel confronto con l’intera gamma dei problemi sociali, politici, militari e culturali. Il “fiqh” sarebbe dunque stata la scienza totale e autentica che guida l’uomo dalla nascita alla tomba. Partendo da questo presupposto, l’imam Khomeini esponeva la teoria della formazione, durante l’occultamento dell’imam del Tempo, del governo islamico sulla base dell’autorità del giuriconsulto, e per anni tentò di attuarla. La teoria khomeinista dell’autorità del giuriconsulto (Vilayat al-Faqih), ebbe come conseguenza una forte scissione nel mondo giurisprudenziale sciita, sino a provocare verso la stessa accuse di eterodossia, ma non è ciò che qui interessa, anche perchè l’imam rispose a queste accuse che per il bene della comunità islamica era anche possibile rinunciare ad un pilastro della fede come il viaggio a Medina ed alla Mecca.

Viceversa, Ahmadinejad non ha mai condiviso l’interpretazione che i “turbanti” hanno dato del rapporto tra religione e politica dopo che Khomeini istituzionalizzò il “governo islamico” che assegna, sotto forma di delega, il potere politico al clero in sostituzione dell’imam del Tempo. Ahmadinejad ha invece teorizzato che suo compito sarebbe quello di preparare attivamente il ritorno del Dodicesimo Imam nelle vesti di Mahdi, con il quale fa capire di essere in contatto. Il reggente politico altro non deve essere, in tale logica, che “un vicario” (wakil) dello “spirito del Tempo”.

Tale visione dell’imam del Tempo ha notevoli implicazioni sul piano politico; prepararne il ritorno significa sia tenere lontana “l’Oppressione sulla terra”, la corruzione (materialismo, secolarizzazione relativista, nichilismo), ma anche dare per scontato che l’era del ritorno sarà contraddistinta da gravi doglie e tribolazioni. Dunque l’accesso al Sacro invisibile sarebbe adombrato dalla straordinarietà dell’esperienza e dell’azione più che dalla legittimità istituzionale del clero khomeinista. Da ciò, come è chiaro, discende la necessità di una differente organizzazione della comunità, fondata su presupposti gerarchici, di valori e modelli, contrapposti: rispetto al khomeinismo teocratico [16] ed al riformismo modernista e secolaristico dell’attuale regime islamico, la pratica di governo neo-tradizionalista di Ahmadinejad, per ricorrere ad un’analogia con la storia italiana e occidentale, può essere senza dubbio assimilata alla Repubblica monistica cristiana, “neo-tomistica”, del Savonarola, anche quella tutta fondata sull’imminenza del ritorno sociale della giustizia del Cristo che il sacrificio del devoto vicario avrebbe dovuto, con ogni mezzo, propiziare.


3. Terzomondismo e missione universale dell’Iran


Infine, l’ex presidente ha condannato la politica estera del partito “cinese” in quanto fondata sul permanente sacrificio interno dei più utili e puri elementi della patria, a vantaggio degli imperialismi stranieri (fazione Obama statunitense e Russia sugli altri). Nonostante la crescita del Pil, in Iran sono aumentate in modo impressionante, a causa della politica estera bellicista dei riformisti “cinesi, le disuguaglianze sociali mentre il prestigio internazionale persiano sarebbe ai minimi storici, a vantaggio di un nuovo “fronte islamico” sciita che il Nostro già da anni ha denunciato come foriero di tragedie ed ingiustizie, e non lineare rispetto alla tradizione popolare persiana.

Durante la reggenza Ahmadinejad, il nazionalismo persiano si è espresso con un respiro universale, attaccando su tutta la linea la tecnocrazia capitalista mondialista, soprattutto all’interno ma anche all’esterno, laddove ciò gli competeva. Il Nostro non perdeva occasione per ridicolizzare europei e anglosassoni (es. Giugno 2006, Aprile 2007) laddove attaccavano l’Iran, ma non per questo avviando avventure che avrebbero dissanguato le già esangui casse delle più indigenti famiglie persiane, allargando un gap sociale già rilevante.

Qui si spiega non solo la stretta amicizia con Cuba e la Corea del Nord ma pure la “illuminata” partnership strategica con il nazionalismo bolivarista anti-occidentale — Ahmadinejad si recò nel marzo 2013 al funerale di Chavez, il cui caloroso abbraccio alla madre fu oggetto di scandalo e dure accuse da parte dei “turbanti”, visto che sarebbe proibito ad un musulmano abbracciare una donna che non sia una familiare [17].

Meno noto ma non per questo meno rilevante che Ahmadinejad, nell’ottica di una politica di buone relazioni con i vicini paesi arabi, abbia tentato di evitare la fitna con i sunniti ed in questo quadro la dura critica a Gheddafi che doveva cessare di “bombardare il suo stesso popolo” [18] evitato di trascinare l’Iran nel macello siriano chiedendo ad Assad di compiere le necessarie riforme sociale e politiche e di negoziare con le opposizioni [19], mentre l’attuale regime ha impugnato senza esitazione la fitna col sunnismo in nome del miraggio dell’egemonia nel mondo islamico, entrando quindi con tutti e due i piedi (e lasciando sul terreno perdite ingenti) nel conflitto siriano; per non parlare dell’Iraq dove in nome della lotta ai takfiri dell’ISIS non ha esitato a collaborare strettamente col Pentagono, spalleggiando una “pulizia etnico-religiosa” su larga scala [20].

Per la Guida suprema e il partito “cinese” dominante, la vita di un libanese, di un iracheno, di un palestinese, di uno yemenita, di un siriano, sembra invece più importante e di valore di quella di milioni e milioni di iraniani abbandonati da decenni alla fame ed alla neo-colonizzazione capitalistica interna. Si è avuta la grande flessibilità, da parte del partito “cinese” e dei neo-khomeinisti, di sviluppare un piano ormai chiaramente strategico con una fazione mondialista dell’Occidente, di intavolare relazioni di più o meno aperta amicizia con Obama, con la grande massoneria francese di Attali-Macron, con la massoneria di Renzi o di Merkel, ed, oltre la finta retorica, anche con Israele [21] quando ognuno di costoro, in un modo o nell’altro, ha sulla coscienza la vita di qualche migliaio di “mussulmani” (a cui il regime islamico dovrebbe tenere sopra ogni cosa); ma ci si è allontanati ancora di più, all’interno, dai diritti nel mondo che la grande Nazione persiana, la più giovane e la più colta nell’universo, a ragione rivendica ed è certa di possedere.

Si è portata gloria al tavolo dei grandi, da Obama a Putin, dall’Eni al capitalismo francese, ed anche per questo, si è andati a togliere le castagne dal fuoco a Assad e agli sciiti di Baghdad, ma mai come oggi la gran parte della gioventù popolare patriottica persiana, sente e percepisce questo regime come “ostile”, mai come oggi tale gioventù, che è intimamente persiana, sente il paese legale “nemico” del paese reale.  E non può stupire, di conseguenza, a tal punto il tono semi-trionfalistico con cui la stessa agenzia di stampa  italiana ha dato la notizia, una settimana fa, della “fine della rivolta” e delle proteste (Ansa, 7 Gennaio 2017); come non dovrebbe, a tal punto, stupire la notizia, data dalla stampa statunitense, che Soros stesso sia intervenuto per bloccare le fonti ed i siti internet dello Shah in esilio, Ciro Pahlavi, affinché la fazione neo-monarchica non si saldi con l’ala nazionalista e “populista” della rivolta, che obbedirebbe al presidente Ahmadinejad, portando al crollo dell’ormai affidabile regime “cinese” islamico.  


Conclusioni


La Persia fu la prima superpotenza della storia e proprio per la sua vocazione terzomondista, la dirigenza Ahmadinejad ha avuto come permanente presupposto una fortissima autostima nazionale. Il modello del regime islamico, borghese e modernista all’interno, per quanto venga considerato “antimperialista” all’esterno — occorrerebbe aprire una lunga disquisizione sulla natura di questo antiamericanismo sub-imperialista che nulla ha più a che vedere con lo spirito originario impresso al paese dall’imam Khomeini —, e quello di Ahmadinejad sono chiaramente differenti; anni fa, nel 2009, R. Guolo scrisse una pagina, con la quale concludo, che ben evidenzia la differente sostanza politica e morale del progetto “persiano” di Ahmadinejad da quello dominante:
«Rilanciando la retorica rivoluzionaria e la dura polemica nei confronti di Israele e Stati Uniti, il presidente ex pasdaran sembra coltivare l’obiettivo di riproporre l’Iran non tanto come potenza islamica, quanto come potenza nazionale e nazionalista; una potenza che mira a ridefinire l’assetto del mondo. Di questo nuovo corso fa parte anche la rivendicazione del “diritto al nucleare”. (Si noti, però, che tale diritto non doveva concretizzarsi con il semaforo verde di Obama e l’umiliazione di secoli di storia persiana, ndc). Una mobilitazione, quella a difesa del nucleare, che ha anche importanti risvolti interni. In campagna elettorale egli si è rivolto ai mostafazin, puntando l’indice contro la corruzione dilagante e promettendo un nuovo patto sociale fondato su una diversa redistribuzione del reddito e su massicci investimenti finanziati con i proventi delle esportazioni di petrolio e gas. Per realizzare questi obiettivi, che tante attese hanno suscitato tra i “diseredati”, Ahmadinejad crede che i crescenti consumi energetici interni debbano essere sostenuti dal nucleare e non dai profitti derivanti dall’esportazione di oro nero. (…) Le ambizioni di potenza nazionale dell’Iran e il patto sociale con i “diseredati” spingono da un lato Ahmadinejad alla mobilitazione contro il Nemico, dall’altro ad adottare populistiche misure di redistribuzione del reddito destinate a ottenere il consenso dei meno abbienti. Di tale progetto si alimenta il partito dei militari e dei nazionalisti di Ahmadinejad».

L’arresto o l’eventuale persecuzione di Ahmadinejad o dei suoi a poco porterà. La missione persiana, nel caso, non potrà che esser raccolta da altre mani, altrettanto devote e pure e, finalmente, l’Iran, oltre guerriglie settarie intestine tribali o regionali, potrà lottare per avere uno spazio centrale nell’universo e portare pace ed amore tra i popoli del mondo, illuminando di sostanza spirituale il nuovo universalismo, antitetico al globalismo nichilista della tecnocrazia imperialista e massonica.

Come disse il presidente Ahmadinejad in sede Onu nel settembre 2012, in un discorso vibrante che intrecciava un umanesimo integrale sul piano etico con antimperialismo radicale su quello politico:
A noi persiani, per il bene dell’umanità, compete una funzione di leadership globale: solo in Iran vive contemporaneamente lo spirito di Zarathustra, di Gesù e del Mahdi”.  [22]

NOTE
[1] M. Ahmadinejad, Tehran Dicembre 2006, Elezioni municipali, presentazione della Lista Ahmadinejad, “Il buon profumo del servire”.

[2] “Khalamate Qesar”, p. 127

[3] Scrive V. Strika, “La guerra Iran Iraq”, Liguori editore 1993, p. 92, che “lungi dall’aderire alle aspettative di Tehran gli sciiti iracheni, …tutti arabi, si mantennero fedeli al governo, trasformando il conflitto da religioso, come avrebbe voluto Tehran,….  in una questione nazionale tra arabi e persiani, nel quale fu dato ampio spazio ai fatti del passato”.

[4] Cfr. Y.C. Bonaud, “L’Imam Khomeini. Uno gnostico sconosciuto del XX secolo”, Il Cerchio 2010

[5] L’occupazione anglo-sovietica del 1941 non è mai stata dimenticata dai nazionalisti persiani; brutali e ingiustificati furono i bombardamenti sui civili, particolarmente quelli sovietici, ma anche quelli anglosassoni. Solo il presidente Ahmadinejad, negli anni del regime islamico, durante colloqui pubblici con Putin e Medvedev, ha rivendicato legittime riparazioni per il popolo di Persia e la doverosa restituzioni di territori contesi. L’imam Khomeini, che scrisse come noto una lettera a Gorbachev, talmente preso dalla volontà di convertirlo, non notò nemmeno, nel corso della dotta dissertazione, questa grave ingiustizia russa verso i diritti e il naturale territorio, violato, della Nazione iraniana. Parecchie fonti, incluso l’allora ufficiale della sicurezza Hajjarian, riferiscono che Ahmadinejad credeva che, “per motivi di nazionalismo persiano”, dovesse essere presa d’assalto l’ambasciata sovietica, non quella americana. Ahmadinejad credeva che – alla luce della storia persiana – “il grande Satana fossero soprattutto l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna, poi gli Stati Uniti, ma in seconda posizione”, riferisce Hajjarian. L’altro leader studentesco che, come Ahmadinejad, si oppose all’occupazione dell’ambasciata statunitense nella riunione in cui l’impresa fu progettata, in quanto avrebbe imposto nell’agenda del governo, in linea definitiva e irriducibile, la linea di un Islam internazionale su quello nazionale persiano, fu Mahammad Ali Seyyedinejad. Quanto al fatto che Ahmadinejad fosse favorevole all’occupazione dell’ambasciata sovietica, Seyyedinejad precisò: “Bisogna avere a mente che Ahmadinejad era all’università Elm-o-Sanat, fortemente nazionalista, dunque avversa alla sinistra e per motivi storici iraniani accesamente antisovietica ed antianglosassone”; Cfr. M. Bowden, “Guests of Ayatollah. The Iran Hostage Crisis”, Paperback 2007, pp. 10 e ss.

[6] La differenza dialettica tra una ala “nera” ed una “rossa” dell’islam rivoluzionario nasce attorno alla visione islamica-radicale di Alì Shariati (1933-1977), intellettuale della rivoluzione sociale e del classismo nell’utopia islamica. Se il partito nero, khomeinista ortodosso, utilizzerà certamente talune categorie dello Shariati ma stravolgendole a vantaggio del neoplatonismo islamico e dello gnosticismo politico khomeinisti, il partito nazionalista grande-persiano di Ahmadinejad e Esfandiar Mashaei presenta effettivamente talune impostazioni mutuate dalla visione di Shariati, ma l’occidentalismo marxista di fondo di una consistente fazione dell’Islam rosso, come il progressismo escatologico, è assai lontano dall’Ahmadinejad pensiero, che ha definito in più casi il marxismo occidentale una forma di “nichilismo” come il relativismo e la tecnocrazia scientista ed ha sempre espresso giudizi negativi sul ruolo del partito comunista iraniano, il Tudeh, nella storia del Paese; Cfr. M. Emiliani, M. Ranuzzi, E. Atzori, “Nel nome di Omar”, Odoya 2008, pp. 205 e ss.

[7] Gli studenti nazionalisti “grande-persiani”, raccogliendosi attorno alla proposta di Ahmadinejad, puntavano all’occupazione dell’ambasciata sovietica o di quella britannica poichè ciò avrebbe rappresentato una volontà di continuità nazionale e popolare con la storia iraniana del ‘900 ed un chiaro messaggio al mondo, indicante il fatto che la rivoluzione persiana superava in patriottismo il regime monarchico decaduto. La linea dei compagni d’università di Ahmadinejad dell’OCU (“Ufficio di Consolidamento dell’Unità”) avrebbe invece imposto la linea islamica, non persiana, con l’occupazione dell’ambasciata americana, peraltro anche in omaggio ad una logica meramente interna, ossia sotto l’ispirazione della volontà di far figurare gli studenti islamici non meno anti-imperialisti della sinistra rivoluzionaria; Cfr. K. Naji, “Ahmadinejad. Storia segreta del leader fondamentalista”, EC 2009, p. 46; peraltro già allora, nella visione di Ahmadinejad, il pericolo, per il popolo persiano, non era rappresentato tanto dal “materialismo comunista” che difficilmente avrebbe attecchito in Iran, quanto dalla possibilità che il popolo avesse obliato la sacra Tradizione primordiale, “il fuoco delle origini…” (Ibidem), che doveva invece esser trasmesso alle future generazioni.

[8] (S. Hekmat, Ali Reza Jalali, “Giustizia e spiritualità. Il pensiero politico di Ahmadinejad”, Anteo 2013, p. 81).

[9] La centrale controversia tra la visione di Mashaei, consuocero di Ahmadinejad, e la concezione giuridico-politica dei vertici della Repubblica islamica ha riguardato soprattutto la concezione dell’Imam occulto o Mahdi in connessione al ruolo salvifico universale della Nazione persiana. L’“ideologia persiana” e nazionalista del Mashaei, fondatore della “Nuova scuola iraniana”, è stata accusata di “eresia” da parte dei vertici giuridici e politici del regime islamico. In più casi, Ahmadinejad ha detto che, nella sua vita, è “stato uno dei più grandi favori di Dio poter conoscere Rahim Mashaei…Rahmin è come una pura fonte d’acqua. Uno dei motivi per cui mi piace è che quando ti siedi con lui e parli, non c’è distanza con lui, è come uno specchio trasparente, purtroppo molti non lo conoscono e lo giudicano…”; Cfr. “Alef”, 11 aprile 2010; Mashaei inoltre avrebbe apertamente dichiarato che l’era dell’Islam e dell’“islamismo di stato” sarebbe finita e, al suo posto, starebbe prendendo piede l’era della “luce persiana”, dello spirito di Gesù e Zoroastro che soppianterà l’idolatria tecno-scientifica dell’Occidente; Cfr. “Alef”, 17 febbraio 2013 o “Alef” 11 novembre 2012.

[10] Nel 1976 Mohammed Reza Shah celebrò i 2500 anni della Monarchia persiana in una città-tenda appositamente eretta fuori Persepoli, la capitale dell’antica Persia; al calendario in uso fu sovrapposto quello di Ciro, il Re “solare” della tradizione persiana.

[11]  Il khomeinismo, peraltro, fu una sorta di settarismo eterodosso che si impose, grazie al genio carismatico e profetico dell’imam Khomeini, nella storia contemporanea della Shia; per quanto il paragone sia chiaramente forzato e poco rispondente, l’impatto dello gnosticismo khomeinista nella storia del Vicino oriente potrebbe essere accostato a quello dell’ascetismo teocratico, calvinista puritano, del Cromwell nella storia politica occidentale.

[12] Cfr. N. Baheli,“In Iran è scontro tra Ahmadinejad e Khamenei”, in “Limes” 2010.
Vedi sulla vicenda quanto dichiarò Ahmadinejad il 29 settembre del 2010 al Museo nazionale di Tehran:
A proposito del Cilindro di Ciro lasciate che vi racconti la storia: 2500 anni fa c’era dittatura in Iraq che imprigionava la gente, la mutilava, la torturava….La religione di questa gente è quella divina di Mosè. I discepoli di questa fede erano una minoranza e questa minoranza fu incarcerata dalla dittatura apostata. Erano sul punto di esser sterminati. Arrivo il nostro Re e rimpiazzò questa dittatura con un regime giusto. Il suo nome era Ciro. Lui era Persiano. Il popolo Oppresso di Babilonia richiedeva il suo aiuto. Gli dissero: predichi la Buona Religione e la Giustizia: vieni ad aiutarci allora. Il dittatore non si fa pregare. Interviene. Ciro ha liberato Babilonia, ha liberato la gente oppressa….Non ha torto un capello a nessuno, non ha fatto violenza. Che differenza con i liberatori inglesi! Che differenza con i satrapi delle democrazie occidentali europee! Noi Persiani, discendenti di Ciro, il Re dei Re, promulgammo allora la Dichiarazione dei veri Diritti Umani, non i diritti atei e nichilisti del falso uomo dell’Occidente odierno! Il Cilindro di Ciro è un incoraggiamento a lottare contro la Tenebra, l’Oppressione, il Nichilismo”.

[13] L’Onda Verde fu un movimento riformista di ispirazione effettivamente liberal-borghese, materialista ed occidentalista, ispirato dal partito “cinese” di Rafsanjani; Cfr. N. Baheli, “Rafsanjani ha perso il posto”, in “Limes” 2011; “Alef” 23 aprile 2010.  

[14] S. Shaidsaless, The rise of nationalist fervour in Iran, in “Middle East Eye”, 7/2016.

[15] Al riguardo, si consulti anche S. Beltrame, Mossadeq, Rubbettino 2009, pp. 149-175)

[16] Un teocraticismo che con una forzatura storica, può essere accostato a quello del Cromwell

[17] https://www.youtube.com/watch?v=0AYHG8G3Dzw

[18]Vedi il discorso ufficiale del febbraio 2011http://tv.liberoquotidiano.it/video/libero-tv-copertina/1545134/ahmadinejad-contro-gheddafi.html

[19]  Vedi il discorso solenne di Ahamadinejad alla riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, svoltasi in Egitto nel febbraio 2013.
http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/syria/9856045/Irans-Mahmoud-Ahmadinejad-urges-Syria-to-negotiate-with-opposition.html

[20] https://www.nytimes.com/2017/10/18/world/middleeast/iraq-kurds-kirkuk-iran.html

[21] “Iran e Israele sfruttano insieme l’oleodotto Eilat Ashkelon” 3.01.2018, in http://www.voltairenet.org/article199270.html

[22] https://www.youtube.com/watch?v=RKaBayz0r2I






 

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