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Il popolo non è bue

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Il popolo non è bue. Mi si scusi la banalità, ma ogni commento sensato sul voto del 4 marzo è da lì che deve partire. E' questa una premessa necessaria di fronte all'arroganza delle èlite come alla pochezza della sinistra che fu. Ad esempio quella che continua a bere...

Chi scrive, oltre alle valutazioni di Programma 101, condivide le riflessioni di Carlo Formenti, ed ancor più quelle di Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro. Riflessioni che vanno tutte nella direzione di una nuova sinistra nazionale e popolare. Unica risposta credibile alla scomparsa sic et simpliciter di ogni sinistra. Non solo: unica via per togliere la bandiera della sovranità dalle mani della Lega, portandola così saldamente nel campo democratico e costituzionale.

Ma partiamo dal terremoto elettorale, la cui magnitudine è stata superiore a quella del 2013. Cinque anni fa, nonostante l'exploit grillino, i partiti sistemici - all'ingrosso, quelli prescelti e abilitati a governare dall'oligarchia tramite i media a libro paga - riuscirono, seppure a fatica, a riprendere il controllo della situazione. Poterono farlo non solo grazie allo spropositato premio di maggioranza del Porcellum, ma anche in virtù dei consensi ottenuti. Infatti, sommando alla coalizione bersaniana i voti dei berluscones e quelli messi insieme da Monti, si arrivava comunque ad una percentuale del 61,7%, mentre oggi quelle stesse forze (Pd e Forza Italia con i relativi cespugli, cui aggiungiamo senza dubbio Leu) si sono fermate al 41,5%. Un tracollo che già dice tutto.

Viceversa, le due principali forze etichettate come "populiste" (M5S e Lega) arrivano oggi al 50%, contro un 29 e spiccioli del 2013. La situazione si è dunque rovesciata. La sconfitta delle èlite è clamorosa. Il Paese reale ha divorziato da tempo dal Palazzo, ma adesso questo divorzio ha la sanzione di un voto che non lascia troppi spazi alle interpretazioni. E per Bruxelles - Brexit a parte - è la peggior sconfitta di sempre.

Certo non può sfuggire l'opportunismo dei gruppi dirigenti di Lega ed M5S. Mentre Salvini ha fatto sparire l'obiettivo dell'uscita dall'euro, cementando l'alleanza con Berlusconi sull'ultraliberista flat tax; Di Maio ha trasformato M5S in una forza governista a prescindere, annacquando ogni contenuto ed accettando l'imperativo della riduzione della spesa pubblica. Sbagliando, avevo ritenuto che la svolta neodemocristiana di M5S gli avrebbe fatto perdere voti. Errore! Glieli ha fatti guadagnare, come mai?

Ecco una domanda interessante, alla quale - e qui il discorso va allargato anche alla Lega - sembra esserci un'unica risposta: gli italiani vogliono la botte piena e la moglie ubriaca. Vogliono certamente un cambiamento radicale, ma sperano di ottenerlo in maniera quasi indolore. Col tempo, quando arriverà una nuova recessione (sia essa ciclica o da choc esterno) questa illusione salterà in aria, ma finora ha retto. In fondo, perché stupirsi? Che forse questa illusione è peggiore di quella propalata a piene mani - dall'estrema destra, all'estrema sinistra - da chi sostiene la riformabilità dei Trattati europei?

Siamo dunque in una situazione contraddittoria, in un quadro ad altissima instabilità aperto a diversi possibili sbocchi. Sbaglia chi pensa che il blocco dominante abbia già in serbo la soluzione vincente.

Per lorsignori le cose sono andate davvero male. Puntavano sul governo Renzusconi e sappiamo com'è andata. Ma anche la carta del cosiddetto "governo del presidente" è ormai un'arma spuntata, visto che adesso qualsiasi esecutivo non potrà prescindere dalla presenza o di M5S o della Lega.

Ma tutti i loro calcoli sono andati storti. Volevano una tenuta del Pd, magari mollando Renzi per salvare il partito, mentre invece l'impopolarità del primo ha travolto il secondo (Gentiloni incluso). Volevano Forza Italia al comando della destra e si ritrovano invece l'imbarazzante Salvini. Volevano i centristi filo-berlusconiani, e soprattutto la lista dei fanatici euristi di +Europa, oltre il 3% ma non ce l'hanno fatta.

Certo, l'oligarchia non starà con le mani in mano. Forte sarà il tentativo di controllare un eventuale governo a guida M5S, condizionandolo magari con i voti del Pd. Ma è presto per capire come andranno davvero le cose.

Limitiamoci perciò ad alcune riflessioni più generali.

M5S e Lega sono quello che sono. Ma se il voto anti-sistema è andato lì, diverse sono le ragioni. Oltre a quella già segnalata - l'illusione della botte piena e della moglie ubriaca - ce n'è un'altra per tanti aspetti decisiva. Ed è che non c'erano sulla scheda elettorale altre alternative credibili che potessero attrarre gli elettori. E' vero, sperare di ottenere un cambiamento favorevole alle classi popolari da queste forze è illusorio, ma non per questo la domanda di un cambiamento radicale è meno forte.

E' da questa consapevolezza che bisogna partire. Dal fatto che il malcontento è in crescita, che esso porterà con sé nuova instabilità politica, in un Paese che certo non è uscito dalla crisi, nel quadro di un profondo processo di disgregazione dell'Unione Europea.

Ecco il contesto in cui agire. Se in questi anni non c'è stata la capacità di far emergere un'alternativa, ciò è dovuto a tante ragioni, che spesso abbiamo analizzato su queste pagine. Ma se questa è la situazione, assurdo è prendersela con gli elettori. Un atteggiamento che troviamo nei media mainstream, dove non ci si capacita ad esempio del perché una come Bonino non sia osannata dalle masse ma solo dai giornaloni. Ma che registriamo purtroppo anche nel campo delle forze anti-sistemiche, dove si tende a pensare che tutto quel che avviene sia frutto di manipolazione, se non di un vero e proprio complotto. Inutile dire che manipolazioni e complotti non solo esistono, ma sono merce di tutti i giorni. Tuttavia - vedi la sceneggiata antifascista pro-Pd - non sempre il risultato è quello voluto.

La verità è che il voto del 4 marzo è chiaramente la manifestazione di profondi sommovimenti della società italiana. Una crisi sismica, tutt'altro che terminata, che è la condizione necessaria (anche se non sufficiente) per arrivare ad un diverso equilibrio geologico. Ma come rapportarsi a tutto ciò? Certo sappiamo come non bisogna farlo. La pittoresca performance televisiva di "Potere al popolo" la sera dei risultati è stata sì penosa, ma anche altamente istruttiva di un minoritarismo senza speranze, degna conclusione di una campagna elettorale di nicchia. Chiaro che se ti rivolgi al 3% della popolazione, alla fine puoi anche gioire di un 1% di consensi. Ma sai che soddisfazione...

Ovviamente la strada è del tutto opposta. Come è stato scritto nel comunicato di Programma 101:
«Il tempo è prezioso. Utilizziamolo per costruire una sinistra nazional-popolare, patriottica, libertaria. Questa la missione che abbiamo davanti per evitare la barbarie liberista e disumanizzante. Questa la sola missione per cui valga la pena combattere».

Nel frattempo lasciamo almeno da parte il "popolo bue", una categoria di cui già ci occupammo all'epoca di un renzismo così vincente che qualcuno immaginava ormai come "nuovo ventennio". La realtà è andata invece come sappiamo. La crisi accelera i tempi, e di acqua ne è passata sotto i ponti. Cerchiamo di non farci trovare impreparati al prossimo tornante della storia.








 

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