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I buffoni della stampa

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La campagna mediatica non è servita: Mattarella perde il braccio di ferro su Conte, decisivo batterlo su Savona

In fondo una noterella sulle bassezze di certi sinistrati

Il governo gialloverde sta nascendo e l'oligarchia eurista gioca pesante. Non ha più consenso né maggioranza parlamentare, ma vuol comandare lo stesso. Tante le sue armi, tanti i suoi centri di potere. Se il suo fortino è il Quirinale, le sue truppe d'assalto sono nelle redazioni dei media.

La scomposta campagna "anti-populista" di questi giorni ci dice essenzialmente due cose: di che pasta sia fatto il cosiddetto "quarto potere" in una società come la nostra, quanto sia grande la posta in gioco della fase politica apertasi il 4 marzo. La prima cosa la sappiamo da sempre, ma mai come stavolta il ruolo servile della stampa ci è stato squadernato senza pudore alcuno. Sulla seconda non abbiamo mai avuto alcun dubbio. Ne scriviamo da ottanta giorni, ma anche adesso che i fatti ci danno ragione a trecentosessanta gradi, ciò non sarà mai sufficiente per certe zucche dure che conosciamo.

Naturalmente, dal punto di vista politico, la scelta di Conte ci lascia assai perplessi. Ma è mai possibile assistere in silenzio al tiro al bersaglio a cui è stato sottoposto? Le risibili accuse che gli sono state rivolte, dal suo curriculum alle questioni fiscali, ci mostra a quali meschinità arriva il potere pur di impedire la nascita di un governo che teme di non poter controllare come vorrebbe, come è abituato a fare da sempre.

La raccolta degli articoli usciti nelle quarantottore tra lunedì 21 (indicazione del nome di Conte da parte di Lega ed M5S) e mercoledì 23 (incarico allo stesso da parte di Mattarella) sono la prova più lampante di cosa sia un regime oligarchico. Altro che libertà di stampa!

Stamattina, non avevamo dubbi, i toni sono già cambiati. Siccome l'incarico c'è stato (poi vedremo il perché) adesso inizia un altro giochino. Se fino a ieri bisognava delegittimare la persona indicata come presidente del governo gialloverde, adesso cominceranno a contrapporre Conte (tutto il potere al premier!, si capisce) a Lega e Cinque Stelle (il male populista da combattere). Nella sua prevedibilità il giornalistume imperante è perfino commovente.

Capofila di questo atteggiamento è ovviamente la Repubblica. Dopo averne dette di tutti i colori sul suo conto, ecco la prima parte del titolo di stamattina: «Conte premier: "Sì all'Europa"». Poi, siccome bisogna portarsi avanti col lavoro, ecco la seconda: «La Lega sfida il Colle su Savona». E così praticamente tutti i quotidiani all'unisono, con il berlusconiano Giornale ad annunciare trionfante che: «L'Economia - intendendo ovviamente il Ministero - andrà sotto tutela».

Ma non conta solo quel che questi farabutti con la patente di scrivere dicono oggi. Conta ancor di più quel che non ci dicono. E non ci dicono in particolare la notizia del giorno, che su Conte la loro campagna è fallita e Mattarella si è dovuto piegare.

E perché si è piegato? Semplice, perché Lega ed M5S hanno tenuto duro. E qual era l'alternativa a quel punto per il piccolo Napolitano del Colle? Erano le elezioni anticipate, con la non piacevole prospettiva di ritrovarsi tra quattro mesi il duo Salvini-Di Maio con centocinquanta parlamentari in più. Ecco perché la tentazione golpista è stata momentaneamente accantonata. Solo momentaneamente, però. Anche perché le forzature mattarelliane hanno non solo la piena copertura dei servi della disinformazione, ma (come abbiamo denunciato) godono pure del silenzio dei costituzionalisti e dell'avallo di una sinistra che ha perso la testa.

Adesso l'obiettivo del blocco dominante è quello di impedire che Savona diventi ministro. Certo sarà difficile descrivere questo vecchio liberale come un pericoloso estremista. Sarà difficile considerare incompetente l'ex direttore della Banca d'Italia, già direttore di Confindustra nonché ministro dell'Industria del governo Ciampi. Sarà difficile, ma vedrete che le proveranno di tutte. Tutto dipenderà però, come per Conte, da un unico fattore: la compattezza politica dei sottoscrittori del patto di governo. Se ci sarà, Mattarella dovrà piegarsi una seconda volta.

Del resto il giochino mediatico è esattamente lo stesso. Fino a ieri dicevano che M5S avrebbe potuto dividersi su Conte in cambio del rientro in pista di Di Maio. Oggi invece ammiccano ad una Lega divisa su Savona in vista di una sua sostituzione con Giorgetti. Se tanto mi da tanto, penso proprio che falliranno anche stavolta.

E' incredibile come a molti sembri ancora sfuggire la gravità, la natura golpista ed incostituzionale, del ruolo che tanti vorrebbero assegnare al presidente della repubblica. Ed un veto su Savona sarebbe ancora più indecente, visto che nel suo caso non si potrebbe certo evocare l'impreparazione o la mancanza di esperienza internazionale. Un veto nei sui confronti avrebbe solo ed esclusivamente una motivazione politica: le sue posizioni molto critiche sull'euro e sui danni che il sistema che lo sostiene arreca all'economia italiana.

Se ciò dovesse accadere saremmo di fronte ad un comportamento illegale, con un passaggio di fatto da un sistema parlamentare ad uno presidenziale. Una forzatura che richiederebbe la messa in stato d'accusa di Mattarella per attentato alla Costituzione.

Vedremo quel che accadrà. Di certo siamo all'inizio di una grande battaglia. Alla fine di questo scontro l'Italia, nel bene o nel male, non sarà più la stessa. Chi non l'ha ancora capito si ripassi i fondamentali della politica.

Come ha scritto Programma 101: «Certo, avremmo voluto che la causa della liberazione nazionale dal giogo eurista fosse in altre mani; avremmo voluto che una sinistra patriottica avesse potuto giocare da subito un ruolo di primo piano. Così purtroppo non è per la responsabilità di tanti, ma non per questo possiamo essere indifferenti all'esito dello scontro che si profila. Pur senza offrire alcun sostegno incondizionato, siamo quindi favorevoli alla nascita del governo M5S-Lega. Un governo che andrà giudicato dai fatti. Unico modo, fra l'altro, per mettere seriamente alla prova i due vincitori del 4 marzo».

A differenza dei sostenitori del né né (né con i diktat euristi, né col governo gialloverde), noi non condividiamo il disfattismo. Non lo condividiamo sia perché abbiamo sempre avuto chiaro che la battaglia contro la gabbia eurista sarebbe avvenuta in un quadro inevitabilmente contraddittorio, ma soprattutto perché guardiamo in primo luogo ai concreti processi storici, e dentro di essi alla collocazione del nostro blocco sociale, quello del popolo lavoratore, di chi ha pagato e sta pagando la crisi in questi anni, di chi vuol farla finita con una globalizzazione che ha gettato nella misera milioni di persone.

La conseguenza di tutto ciò è che stiamo dalla parte del popolo, questo popolo. Ed una sconfitta del governo nascente, nel suo scontro con i poteri oligarchici, sarebbe una sconfitta popolare di dimensioni drammatiche. Insegna nulla la Grecia del post-luglio 2015? Chi pensasse di aprirsi domani uno spazio politico, stando oggi alla finestra senza sporcarsi le mani, è semplicemente fuori dalla realtà. Avrà invece spazio e ruolo politico solo chi non avrà paura di gettarsi nella lotta, una lotta certo difficile per tanti aspetti, ma decisiva come non mai per il futuro del nostro Paese


PS - Per renderci conto delle bassezze di certa intellettualità di """"sinistra"""" (le molte virgolette non sono un refuso) basta leggere quanto scrive Annamaria Rivera su MicroMega. Dopo aver ripreso la definizione del Financial Times dei "moderni barbari", l'articolista conclude prendendosela con chi? Con noi e con Stefano Fassina. Con noi in quanto "rossobruni" (gli argomenti Rivera, gli argomenti, che ci si può sempre preparare meglio anche per simili porcherie...), con Fassina perché ci frequenta...

Leggere per credere i toni da caccia alle streghe della Rivera:
«Infine, inquietante è l'attuale indulgenza verso i fascio-stellati da parte di qualche politico formalmente di sinistra. In un'intervista rilasciata al manifesto il 17 febbraio (in realtà il 17 maggio, ndr), Stefano Fassina, deputato di Liberi e Uguali, il quale non disdegna la frequentazione di rosso-bruni, ammette che, sì, "non è il governo che sognavamo", ma "chi li attacca oggi è per lo più per la conservazione". E più avanti, con lessico alquanto ambiguo, depreca "la deriva cosmopolita di parte della sinistra, che considera una parolaccia l'interesse nazionale"».

E poi si domandano perché certa sinistra faccia schifo alle persone normali.


 

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