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La linea Schlageter

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Lotta di liberazione nazionale e lotta antifascista

Essen (Ruhr) gennaio 1923, un soldato francese minaccia un cittadino tedesco

Il terremoto elettorale del 4 marzo, la nascita il 1 giugno del governo "populista" M5s-Lega, i sondaggi che danno la Lega di Salvini in costante ascesa  hanno spinto l'élite dominante a scatenare una aggressiva campagna di terrorizzazione dell'opinione pubblica. Il mantra è presto detto: il populisti, leghisti anzitutto, sarebbero il "nuovo fascismo avanzante",  la "democrazia" e lo Stato di diritto sarebbero dunque a rischio. A sinistra si va dietro come beoti a questa narrazione.

La gran parte della sinistra rosè ha infatti già deciso di rispondere alla chiamata alle armi arruolandosi nella santa alleanza guidata dalla grande borghesia globalista. L'estrema sinistra non lo farà ma ha deciso che il "governo fascio-leghista" è il nemico principale e va rovesciato. Due linee diverse che producono il medesimo risultato: il suicidio. E chi non condivide questa pulsione di morte è condannato come "rossobruno".

Ammesso ma non concesso che sia vero che il fascismo stia avanzando in Italia sorge il problema di quale sia la politica giusta da seguire per fermarlo.

Per rispondere a questa domanda  presentiamo questo breve saggio.
Esso parla della esplosiva situazione creatasi in Germania dopo la Grande Guerra, in particolare, siamo nel 1923, con l'occupazione militare franco-belga della Ruhr, la regione forse più ricca e industriosa della Germania. Il pretesto dell'invasione era che i tedeschi non pagavano come dovuto i loro enormi debiti di guerra.  Contro questa invasione ci fu un moto di rivolta del popolo tedesco. L'estrema destra nazionalista si gettò nella mischia tentando di occupare la prima linea del movimento di indignazione nazionale e popolare. Nel movimento comunista si confrontarono due linee: la prima, quella estremistica, non voleva partecipare al movimento nazionale per liberare la Ruhr occupata, la seconda riteneva al contrario che i comunisti sarebbero dovuti diventare i campioni della battaglia, ciò anche per non lasciare quel movimento popolare in mano al nascente fascismo tedesco.

La Di Marco ci suggerisce che esiste, a parti invertite (con la Germania che ha vinto la guerra dell'Unione europea) evidenti analogie tra la Repubblica di Weimar del 1923 e la nostra situazione attuale — la garrota del debito e dell'austerità imposta, la perdita di sovranità politica e statuale pongono all'ordine del giorno, in Italia, la questione nazionale. Analogia, si badi, con la Germania del 1923, non del 1933, quando il fascismo  era in fasce, non quando aveva già dilagato.
Una vicenda, quella della Repubblica di Weimar, che ci offre dunque preziose lezioni su quel che si dovrebbe fare, e gli errori che non devono essere commessi di nuovo.

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LA LINEA SCHLAGETER

di Daniela Di Marco

Contesto storico

Facciamo quindi un salto indietro di un secolo. Nel 1918 la guerra era finita, a livello europeo avanzava impetuosamente il movimento rivoluzionario (’18-’20 biennio rosso), anche la Germania è attraversata dall’avanzata proletaria. La nazione è prostrata, si contano un milione e ottocentomila morti e più di quattro milioni di feriti, oltre le devastazioni.

La rivolta è spontanea, sul modello sovietico si erano costituiti i Consigli di operai e soldati, gli scioperi si susseguivano, ma non ci sarà nessuno in grado di guidare e unificare i tanti focolai rivoluzionari nati un po’ dappertutto.

La socialdemocrazia aveva paura e non sapeva da che parte stare, finirà col tradire gli interessi popolari con un’insolita alleanza con le forze militari, monarchiche e dell’alta borghesia, sancendo una frattura insanabile con i comunisti rivoluzionari (già sancita peraltro, nel ’19 con la nascita dell’Internazionale Comunista e dei nuovi partiti ispirati al modello bolscevico).

I rivoluzionari subiranno la sconfitta dell’insurrezione spartachista (gennaio 1919), l’uccisione dei leader del movimento Rosa Luxemburg e Karl Liebnecht, mentre la neonata Repubblica di Weimar (nata nel novembre 1918 sulle ceneri dell’impero), era costretta, con la pistola puntata alla tempia da parte delle potenze vincitrici, a sottoscrivere l’umiliante Trattato di Versailles.

Stipulato nell’ambito della Conferenza di Pace di Parigi, nel 1919, il Trattato prevedeva per la Germania misure molto punitive in termini territoriali, economici e militari. A parte la perdita del 13% del territorio e quindi di un decimo della popolazione, l’enorme ridimensionamento dell’esercito e della marina, con l’articolo 231, conosciuto come “clausola di colpevolezza”, si obbligava la nazione tedesca ad assumersi la totale responsabilità dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, trasformandola nella responsabile di tutti i danni materiali causati dal conflitto, per risanare i quali le sarebbero state imposte enormi somme di risarcimento.

Alcuni storici, decenni più tardi, ebbero a scrivere che si trattava di «un’umiliazione senza precedenti e senza pari nella storia moderna». Erano clausole assurde anche considerate dal punto di vista capitalista, tanto che l’allora giovane economista John Maynard Keynes (e delegato del Tesoro inglese alla “Conferenza di Pace”) le criticò duramente in un libro-denuncia “Le conseguenze economiche della pace”[1] dal successo immediato. Sosteneva Keynes che quelle riparazioni di guerra per i tedeschi erano insostenibili e avrebbero causato soltanto fame e disperazione fra la popolazione, meglio avrebbero fatto ad annullare tutti i debiti di guerra.

Una commissione interalleata aveva stabilito l’ammontare delle riparazioni nella cifra, mostruosa per quei tempi, di 226 miliardi di marchi-oro, cifra ridotta nella primavera del 1921 a 132 miliardi di marchi-oro, da pagare in 42 rate annuali, oltreché, nell’immediato, a pagamenti con la fornitura di merce (carbone, navi, legno, bestiame, ecc…), cioè si imponeva ai tedeschi di privarsi, per quasi mezzo secolo, di un quarto del loro prodotto nazionale.

Lenin era stato categorico in proposito, già durante il II Congresso dell’Internazionale Comunista (19 luglio – 7 agosto 1920), aveva detto:
«La guerra, mediante il trattato di Versailles, ha imposto a questi popoli progrediti condizioni che li hanno precipitati in uno stato di soggezione coloniale, di miseria, di fame, di rovina, di mancanza di diritti, perché il trattato li ha incatenati per varie generazioni e li ha ridotti a vivere in condizioni in cui non era mai vissuto in precedenza nessun popolo civile. (…) Il trattato di Versailles ha posto la Germania e numerosi altri Stati vinti in condizioni che rendono materialmente impossibile la loro esistenza economica, in uno stato di assoluta mancanza di diritti e di completa umiliazione». [2]

Mentre in tutta la Germania si levava un’ondata di proteste contro un Diktat, come veniva allora chiamato il Trattato, a cui non si riconosceva alcuna legittimità, la Reichbank, la banca centrale tedesca, iniziava a stampare fiumi di moneta che acuirono l’inflazione già galoppante dai tempi della guerra, tantoché nel 1923, l’anno dell’iperinflazione, si avrà l’annullamento totale del potere d’acquisto del marco che non varrà più neanche la carta su ci veniva stampato (5 milioni di marchi per un dollaro in luglio, 200 miliardi in settembre, 4000 miliardi in novembre; un chilo di pane giunse a costare 400 miliardi, un chilo di burro 5000).

L’11 gennaio 1923, però, la Francia e il Belgio, traendo pretesto dalla mancata corresponsione di alcune riparazioni in natura, inviarono truppe nel bacino della Ruhr, la zona più ricca e industrializzata di tutta la Germania, occupandola militarmente. L’intera nazione tedesca si indignò per l’evento scioccante dell’aggressione straniera.

E’ questo il momento che ci interessa maggiormente, per quello che avrebbe potuto essere e non fu, e da cui dobbiamo oggi trarre il maggior insegnamento.

Cosa avrebbero dovuto fare i rivoluzionari di fronte ad una invasione militare del proprio Paese?
I comunisti vennero a trovarsi di fronte ad una situazione nuova che richiedeva una analisi concreta della situazione concreta, per dirla sempre con Lenin.

Considerando che il saccheggio delle potenze imperialiste vincitrici, di cui il Trattato era frutto e strumento, trasformava la Germania quasi in una colonia, per di più con una regione nevralgica militarmente occupata, considerando che la Germania viveva una situazione prerivoluzionaria, i comunisti erano posti di fronte ad un bivio cruciale: era plausibile invocare una alleanza patriottica con forze sociali e partiti politici esterni al proletariato? Come vedremo in seguito, questo sarà il dilemma su cui si scontreranno le diverse anime del movimento comunista, tedesco ed internazionale.


Divergenze in seno al Partito Comunista Tedesco

Cosa accadde, nel frattempo?

Il governo Cuno (di centro), di fronte all’occupazione manu militari della Ruhr, aveva chiamato nella regione alla "resistenza passiva", i lavoratori si rifiutavano di collaborare con il nemico, gli scioperi si moltiplicavano. La KPD (Kommunistische Partei Deutschlands, Partito Comunista di Germania) lacerata da controversie interne, non seppe risolversi a dare appoggio alla resistenza passiva, tanto che i suoi deputati il 13 gennaio del 1923 votarono contro la fiducia a Cuno sulla resistenza passiva.

Dobbiamo purtroppo sottolineare che l’atteggiamento della KPD, quanto quello dell’Internazionale Comunista rimase molto incerto durante i primi mesi dell’occupazione e sostanzialmente attendista.

In particolare, al suo congresso di Lipsia, apertosi il 28 gennaio, la KPD non affrontò la questione dei compiti del partito nella nuova situazione, come proponeva la sua ala sinistra, ma si concentrò sulla questione del fronte unico e del governo operaio con la socialdemocrazia. In seno al partito c’erano serie divergenze sull’interpretazione del fronte unico e del governo operaio. In particolare, l’"ala destra" (ovvero la tendenza che seguiva le direttive suggerite da Mosca e dalla direzione dell’Internazionale Comunista) cercava di attuare la tattica del fronte unito tramite accordi con gli altri dirigenti dei partiti di sinistra senza escludere l’eventualità di partecipare a governi di coalizione con i socialdemocratici; l’estrema sinistra rifiutava de facto la tattica del fronte unico proletario mascherando questo rifiuto con lo slogan del “fronte unico dal basso”: alleanza solo con la base della socialdemocrazia ma non con i suoi vertici. La quale posizione esprimeva il classico estremismo di sinistra per cui ci si rifiutava di sollevare rivendicazioni democratiche e transitorie, sola via per l’egemonia tra il popolo lavoratore.

Al congresso furono quindi approvate le tesi della "ala destra" — in verità la corrente più sensibile alla politica leninista di "conquista della maggioranza" del popolo — con la specifica proposta di entrare in un governo di coalizione con i socialdemocratici in Sassonia, mentre Karl Radek, membro dell’Internazionale Comunista e rappresentante di essa in Germania, si adoperava per evitare scissioni deleterie in quel momento (ricordiamo che la KPD aveva già subito poco tempo prima una pesante scissione di estrema sinistra).

A complicare il quadro generale c’era l’apparente contiguità con i nazionalisti tedeschi, derivante dal medesimo radicale rifiuto del Trattato di Versailles, verso i quali l’ala “destra” del partito iniziava ad interrogarasi su quale fosse la tattica più adeguata per impedirne l'avanzata. Sono quindi di grande importanza le considerazioni sulla situazione post bellica e sul conflitto della Ruhr, espresse da Thalheimer, dirigente di spicco e teorico della KPD, secondo il quale "i ruoli delle borghesie francese e tedesca non erano identici nonostante l’identità della loro essenza di classe".
«La borghesia tedesca è verso l’esterno (almeno temporaneamente) rivoluzionaria suo malgrado (…) La posizione della borghesia tedesca è contraddittoria: da una parte, la difesa nazionale di un popolo oppresso, disarmato, sfruttato, contro l’oppressore imperialista, che in questa misura è una difesa obiettivamente rivoluzionaria; d’altra parte e nello stesso tempo, la lotta difensiva condotta attualmente per accaparrarsi la sua quota-parte dello sfruttamento del proletariato tedesco è una lotta reazionaria». [3]

Di fatto la discussione avviata per trovare una soluzione teorica e pratica non diede risultati. L’ala “destra” si sforzava di dimostrare che in quel contesto, in quanto la nazione tedesca era sotto il giogo delle potenze vincitrici, era plausibile un blocco momentaneo con la borghesia nazionale, in ciò seguendo la tattica di difesa della Germania proposta da Marx ed Engels dopo il 1848 e fino alla prima fase della guerra franco-prussiana. Contro questa strategia politica arrivarono presto le prime accuse di “nazional bolscevismo” da parte dei comunisti di estrema sinistra, cosicché la KPD era in una condizione di stallo e continuava a non avere un piano per sfruttare al meglio la situazione nella Ruhr occupata.

Proprio nella Ruhr, tra le file della KPD, prevaleva l’estrema sinistra che denunciava il tacito appoggio dato dal partito alla resistenza passiva, dichiarando, in una conferenza regionale che «la propaganda e i preparativi dei nazionalisti rientrano nel quadro della controrivoluzione» e proponevano «di salvare il proletariato tedesco dall’eterna grigia schiavitù combattendo per la conquista del potere politico». Così i comunisti locali, in nome del più puro astrattismo anticapitalista, non facendo alcuna differenza tra gli occupanti e gli occupati, organizzarono agitazioni continue e perfino, a metà aprile, un putsch a Mühlheim, che ovviamente fallì. [4]

Intanto in Germania e soprattutto nella Ruhr occupata, i gruppi nazionalisti radicali ampliavano la loro base e il loro consenso, facendo leva sull’esasperazione del ceto medio e reclutando persino fra la classe operaia. Questi gruppi dell’estrema destra erano molto variegati: nazionalisti tradizionali, ex membri dei freikorps, formazioni militari irregolari, membri del Partito nazionalsocialista di Hitler di recente formazione. A tutti, indifferentemente, venne appiccicata l’etichetta di fascisti. Di fronte a questa ascesa, contro le tendenze estremistiche, la direzione della KPD «si sforzava di disgregare il movimento fascista. Conduceva nelle sue fila una campagna di agitazione allo scopo di convincere gli appartenenti allo stesso che gli interessi nazionali, per la cui difesa molti di loro erano finiti all’estrema destra, avrebbero potuto essere meglio difesi dal proletariato rivoluzionario». [5]

Fra i gruppi nazionalisti radicali operanti nella Ruhr e le forze d’occupazione franco-belghe, si verificarono numerosi incidenti attraverso una feroce campagna di sabotaggi e assasinii.

A tal proposito ci interessa qui ricordare il luogotenente Albert Leo Schlageter. Già membro dei corpi franchi durante la guerra, per bloccare la logistica delle truppe d’occupazione, organizzò atti di sabotaggio facendo deragliare treni ed esplodere viadotti. Egli fu arrestato, condannato a morte e fucilato da un plotone di esecuzione francese il 26 maggio 1923. Quest’esecuzione suscitò grande indignazione e commozione in tutta la Germania.

L’occupazione della Ruhr e il potente movimento di resistenza nazionale avevano introdotto, come abbiamo visto, un nuovo elemento nella situazione politica tedesca, fino a quel momento contrassegnata dallo scontro tra proletariato e borghesia come fattore centrale. A questo punto fu inevitabile per la KPD avviare una seria discussione interna, a prendere di petto la questione nazionale tedesca e la sua connessione con la prospettiva della rivoluzione socialista. A ciò contribuì in maniera notevole Karl Radek. Radek, esprimendo le opinioni dei bolscevichi (vedi quanto affermato da Lenin tre anni prima contro il Trattato di Versailles e la situazione della Germania), considerava come l’imperialismo francese trattava in quel frangente la Germania come una colonia. Per Radek, in difesa della causa nazionale tedesca, bisognava assumere un atteggiamento diverso nei confronti delle masse piccolo-borghesi, con cui sarebbe stato necessario fare una tattica alleanza patriottica, motivo per cui bisognava anche guardare sotto un’altra luce gli stessi movimenti nazionalisti di resistenza.

Il fatto è che nella KPD, come scritto, prevalevano tendenze di estrema sinistra che rifiutavano ogni politica patriottica e continuavano a lavorare invece per quella che consideravano l’imminente insurrezione proletaria.

Seguiamo quanto ci dice E. H. Carr, noto storico e diplomatico inglese, autore di un monumentale lavoro sulla storia della Russia Sovietica.

Il Comitato Centrale della KPD il 17 maggio approvò una risoluzione che accoglieva la linea suggerita da Radek e da lui stesso scritta. Vi era il tentativo di distinguere i fascisti in due categorie, l’una composta da coloro che erano «direttamente venduti al capitale», l’altra dai «piccolo-borghesi nazionalisti ingannati» i quali avrebbero dovuto capire che la sventura nazionale poteva essere superata soltanto se il proletariato avesse «preso nelle proprie mani il futuro del popolo tedesco».

La risoluzione, così terminava:
«Dobbiamo avvicinare le masse sofferenti, ingannate, incollerite della piccola borghesia proletarizzata per dir loro tutta la verità, per dir loro che possono difendere se stesse e il futuro della Germania soltanto se si alleeranno col proletariato per una lotta contro la vera borghesia. La via della vittoria su Poincaré e Loucher passa soltanto attraverso la vittoria su Stinnes e Krupp» [6]

Radek era appena giunto da Mosca, scrive Carr, è quindi implicito che avesse lì ottenuto l’approvazione per la linea proposta, ovvero una settimana prima dell’esecuzione di Leo Schlageter e un mese prima del suo discorso su Schlageter all’Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista.


La «Linea Schlageter»

Giungiamo così al decisivo e controverso III esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista che si svolse a Mosca, dal 12 al 23 giugno del 1923.

La relazione d’apertura era affidata a Zinov’ev, il quale però non dedicò molta attenzione al problema tedesco, ma fece una critica alla direzione della KPD perché non aveva «posto in rilievo con sufficiente forza l’elemento cosiddetto nazionale nella sua interpretazione comunista». [7]

Il contributo decisivo, per quanto attiene alla questione nazionale tedesca dopo Versailles, arrivò pochi giorni dopo da Radek. Egli intervenne nell'ambito della discussione sul fascismo introdotta dalla comunista tedesca Clara Zetkin (lo stesso plenum approvò la nota risoluzione sul fascismo), contro la posizione settaria dei comunisti italiani che respingevano la tattica del Fronte unico proletario — Mussolini era diventato capo del governo nell’ottobre precedente, ciò che rappresentò un evento traumatico di portata europea.

Un’analisi sul fascismo, quella di Clara Zetkin, formalmente ineccepibile, ma del tutto evanescente sulla situazione specifica tedesca determinatasi con l’occupazione della Ruhr, che significa, per chi scrive, che la Zetkin sottovalutava l’importanza dell’occupazione della Ruhr e del draconiano Trattato di Versailles come carburanti dell’incipiente fascismo tedesco.

E’ solo il giorno dopo che Radek interviene sul rapporto della Zetkin riferendosi stavolta più in concreto alla situazione tedesca.

Radek con il suo discorso, ponendo al centro dell’attenzione la questione nazionale tedesca, sorprese i presenti con giudizi e proposte fulminanti. Smascherò le parole d’ordine dei nazionalisti tramite le quali il grande capitale aggiogava ai propri interessi le masse piccolo borghesi (con ciò stesso svelando gli elementi politico-ideologici del fascismo) ma andava incontro al loro genuino sentimento nazionale.

Fu forse un po’ provocatorio, perché iniziò a parlare proprio ricordando la figura di Leo Schlageter, anzi, “il fascista tedesco, nostro nemico di classe”, e lo elogiò come «martire del nazionalismo tedesco» e «coraggioso soldato della controrivoluzione», che merita «di essere onestamente apprezzato con virilità da noi, soldati della rivoluzione» perché caduto per l’indipendenza nazionale tedesca, ma combattendo sotto insegne sbagliate.

Radek ricordò che Schlageter aveva combattuto contro i bolscevichi nel Baltico e contro gli operai nella Ruhr, ora che era morto i suoi commilitoni dovevano ancora rispondere alla domanda più importante:
«Contro chi vogliono combattere i nazionalisti tedeschi: contro il capitale dell’Intesa, o contro il popolo russo? Con chi vogliono allearsi? Con gli operai e i contadini russi per scuotere insieme il giogo del capitale dell’Intesa, oppure con il capitale dell’Intesa per rendere schiavi i popoli tedesco e russo?»

Aggiunse inoltre:
«Se la Germania vuole essere in grado di lottare si deve costituire un fronte unico dei lavoratori e gli intellettuali devono formare con i lavoratori una falange ferrea (…) Crediamo che la grande maggioranza delle masse sensibili al problema nazionale non appartenga al campo del capitale bensì a quello del lavoro. Noi vogliamo cercare e trovare la via che porta a queste masse, e ci riusciremo. Faremo di tutto perché uomini come Schlageter, pronti a morire per una causa comune, diventino, anziché vagabondi del nulla, viandanti verso un futuro migliore dell’intera umanità (…). Il Partito comunista dirà questa verità alle più ampie masse popolari della Germania, poiché esso è il partito dei proletari combattenti, in lotta per la propria liberazione, per una liberazione che si identifica con la liberazione dell’intero popolo, con la liberazione di tutti coloro che in Germania lavorano e soffrono. Schlageter non può più sentire questa verità. Noi siamo sicuri che centinaia di Schlageter la intenderanno e comprenderanno». [8]

Il suo discorso inaugurava ufficialmente la cosiddetta «Linea Schlageter». Essa prevedeva non di certo, come è stato detto e scritto, un’alleanza con i fascisti, né un compromesso con la politica fascista, ma era il sacrosanto tentativo di dividerne le fila, non lasciando le masse, non solo proletarie, ma anche il ceto medio polverizzato e impoverito, ad abboccare alla propaganda fascista, nella comune lotta contro il Trattato e l’occupante straniero. Stare nello stesso campo, combattere contro lo stesso nemico principale non implica necessariamente fare fronte, o stabilire accordi politici.

La cosiddetta “Linea Schlageter” non era, lo ripetiamo, una trovata estemporanea di Radek. Essa era in verità l’applicazione in circostanze determinate di quella che potremmo chiamare la “linea leninista” la cui essenza è la “conquista delle masse” o come dirà Gramsci, dell’egemonia. Di contro alle idee astratte sulla rivoluzione, così diffuse oggi come ieri, tra le fila dei comunisti, Lenin si era già espresso:
«Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione. La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi e i malcontenti della popolazione. V’erano tra di essi i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v’erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto. La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!), e attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si “epurerà” delle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo». [9] [NdR: i corsivi sono nostri]

Il discorso di Radek lasciò interdetti numerosi delegati di estrema sinistra. Nessuno intervenne sulla proposta di Radek e la risoluzione sul fascismo, redatta prima che Radek prendesse la parola, non venne minimamente modificata.

La KPD pur facendo propria la linea di Radek, non seppe attuarla. Seguì solo un vivacissimo dibattito pubblico attraverso articoli di confronto con i nazionalisti pubblicati sulla Rote Fahne.

Tuttavia la «linea Schlageter» diede motivo alla grande stampa capitalista tedesca di scatenare una aggressiva campagna contro il cosiddetto “nazional bolscevismo”. Numerosi giornali capitalisti tedeschi denunciarono infatti la pretesa “collusione dei capi comunisti e fascisti”.

Quell’esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, che si concluse il 23 giugno del 1923, si risolse con la convinzione che in Germania non erano ancora maturi i tempi per uno sbocco rivoluzionario.

I dirigenti della KPD e dell’Internazionale Comunista avrebbero presto cambiato idea, visto che in agosto una potentissima ondata di scioperi operai contro il caro vita sconvolgerà tutta la Germania e porterà alla caduta del governo Cuno con la nascita del governo Stresemann un governo di grande coalizione con la socialdemocrazia.

Sarà questo governo a porre fine alla “resistenza passiva” e ad accettare il “Piano Dawes” con il quale i francesi porranno fine in settembre all’occupazione della Ruhr.


NOTE

[ 1 ] John Maynard Keynes, The Economic Consequences of the Peace, 1919
[ 2 ] V.I. Lenin, Rapporto sulla situazione internazionale e sui compiti fondamentali dell’Internazionale Comunista, in Opere Complete, volume XXXI, Editori Riuniti, 1967, Roma, pag. 205 e seguenti. Discorso pronunciato il 19 luglio 1920
[ 3 ] Pierre Frank, Histoire de l’Internationale Communiste, vol. I, La Brèche, Parigi, 1979, pag. 287-288
[ 4 ] Edward H. Carr, La morte di Lenin. L’interregno 1923-1924, Giulio Einaudi editore, Torino, 1965.pag. 155
[ 5 ] Milos Hayek, Storia dell’Internazionale Comunista, 1921-1935; Editori Riuniti, 1975, pag. 69
[ 6 ] Edward H. Carr, La morte di Lenin. L’interregno 1923-1924, Giulio Einaudi editore, Torino, 1965pag. 169
[ 7 ] Ibidem, pag. 179
[ 8 ] Victor Serge, Germania 1923: la mancata rivoluzione,  2003, Graphos; a cura di Corrado Basile
[ 9 ] V.I. Lenin, L’insurrezione irlandese del 1916, Opere Complete, Editori Riuniti, volume XXII, pag. 353-354


BIBLIOGRAFIA

Histoire de l’Internationale Communiste (1919 - 1943), Pierre Frank, 1979, Éditions La Brèche
Germania 1923: la mancata rivoluzione, tomo I, Victor Serge, 2003, Graphos; a cura di Corrado Basile
La Terza Internazionale, Storia documentaria, tomo I, Aldo Agosti, 1974, Editori Riuniti
La morte di Lenin. L’interregno 1923-1924, Edward H. Carr, Giulio Einaudi editore, Torino
Storia dell’Internazionale Comunista, 1921-1935, Milos Hayek, Editori Riuniti, 1975
Rivoluzione in Germania 1917-1923, Pierre Broué; Einaudi, 1997
Storia del Terzo Reich, volume I, William L. Shirer; Einaudi 1974
- La Repubblica di Weimar. Un'instabile democrazia fra Lenin e Hitler, Ernst Nolte, Marrinotti 2006
La Repubblica di Weimar. La Germania dal 1918 al 1933, Hagen Schulze; Il Mulino 1993
La Repubblica di Weimar, Gunther Mai; Il Mulino 2011


 

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