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Dove porta il «né né»

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A proposito di un articolo di Domenico Moro e Fabio Nobile

A sinistra non tutti hanno portato il cervello all'ammasso. Qualche giorno fa abbiamo segnalato, ad esempio, un intervento di Gianpasquale Santomassimo totalmente critico verso ogni ipotesi di union sacrée antifascista. Una prospettiva giustamente respinta anche in un recente articolo di Domenico Moro e Fabio Nobile. Purtroppo, però, il ragionamento di questi due compagni, sfociando nella più classica posizione del «né né», conduce nel vicolo cieco dell'assenza di una linea politica. E questo nel bel mezzo di un passaggio cruciale per il nostro Paese.

Il loro scritto vuol essere in realtà un contributo critico sulle vicende interne di Potere al Popolo, ma la parte che a noi qui interessa è quella che concerne il posizionamento proposto nell'attuale fase politica.

Moro e Nobile colgono bene la novità della situazione: «L’Italia presenta una situazione politica inedita: è l’unico Paese in cui non è al governo alcun partito afferente a uno dei due storici raggruppamenti europei, il Ppe e il Pse». L'unico Paese in cui «il bipartitismo tradizionale è collassato». Peccato che ad una descrizione così nitida di un quadro nuovo e dinamico, segua invece la grigia proposta di una linea politica centrista, quella che per semplificare definiamo del «né né».

Apriamo una parentesi per chiarire subito che anche il «né né» può essere talvolta legittimo. Ad esempio, durante i disgraziati anni del bipolarismo secondo-repubblicano (1994-2013, con uno stentato prolungamento nel quinquennio successivo), e nonostante i diversissimi scenari in esso prodottisi nel tempo, ogni seria posizione di classe non poteva che esprimersi in un simultaneo rifiuto tanto del "centrosinistra", quanto del "centrodestra". Che poi altri (Prc, Pdci, ecc.) abbiano fatto invece scelte diverse è cosa nota. Come noti sono i disastri che tali scelte hanno prodotto. Ma adesso siamo entrati - e Moro e Nobile lo dicono molto bene - in una fase completamente diversa. Il problema è allora quello di valutare i probabili effetti della linea del «né né» in questa particolare congiuntura storico-politica. Su questo lo scritto di cui ci stiamo occupando ci offre delle preziose indicazioni.

L'argomento fondamentale dei due autori è che, nell'attuale confusione della sinistra, vi sarebbero due «estremi autolesionistici e politicamente suicidi», dunque da evitare entrambi. Più precisamente: «Uno secondo cui è giusto appoggiare o comunque aprire una linea di credito al governo Lega-M5S, in funzione anti-Europa a egemonia tedesca e/o anti-capitale transnazionale, e un altro secondo cui si sia ormai alle soglie del fascismo e che quindi bisogna allearsi con tutti quelli che ci stanno, magari anche con il Pd o quantomeno con personaggi che vi erano fino a ieri».

Si tratta di una tesi destinata - essa sì - a produrre i peggiori disastri politici. La differenza con lo scenario del venticinquennio precedente è infatti abissale. Anzi, quel che abbiamo di fronte è un quadro del tutto opposto a quello del bipolarismo a maggioranze intercambiabili, per tanti anni rappresentate dal faccione del Mortadella e dal faccino a presa in giro del Buffone d'Arcore. Che quelle maggioranze fossero intercambiabili - due facce dello stesso sistema, appunto - lo provava l'atteggiamento, sempre governativo, di tutti i santuari del dominio neoliberista. Atteggiamento ancor più marcato quando, sul finire di quel periodo, arrivò Renzi a sintetizzare il peggio dei due poli secondo-repubblicani.

Ora anche un cieco può quotidianamente osservare come quella realtà appartenga ad un'altra epoca. Un'epoca che lorsignori, che già si ritengono usurpati di un potere che sentono proprio per diritto divino, vorrebbero al più presto ripristinare. Da qui il continuo sabotaggio all'azione di governo da parte del Quirinale, della Banca d'Italia, del presidente dell'Inps, di tanti funzionari dei ministeri opportunamente imbeccati. Da qui il bombardamento quotidiano dei media, di Confindustria, nonché l'azione tutt'altro che neutrale di certa magistratura.

Detto en passant il ripristino del bel mondo che fu piacerebbe tanto anche a certi sinistrati (del tipo di alcuni redattori di Contropiano) che hanno già deciso, bontà loro, che il nuovo governo non farà altro che continuare la politica di quelli precedenti, con tanto di inchino ai signori di Bruxelles. Come dire: che la realtà si conformi ai nostri desideri, ai nostri schemi, che pensare è faticoso e talvolta doloroso assai...

Non ci pare sia questo l'atteggiamento di Moro e Nobile, che però hanno una prima significativa scivolata laddove vedono dietro al governo gialloverde, non solo le «imprese meno internazionalizzate e più piccole», ma addirittura «le banche e le grandi imprese di stato e non, che hanno scontato la scarsa capacità dei governi italiani di farsi valere nei confronti di Francia e Germania».

Ora, premesso che per noi qualunque divisione del fronte avversario sarebbe comunque benvenuta, parlare di banche e di grandi imprese senza fare neppure un nome (neppure uno) ci dice due cose: che quel nome non vien fatto semplicemente perché non c'è,  che dunque la tesi dei due autori è del tutto sballata.

Un'altra scivolata degna di nota è la seguente: «Il ministro dell'economia, Tria, conferma la necessità della riduzione del debito pubblico e il mantenimento del deficit (evidentemente dell'avanzo, ndr) primario». L'errore di questa affermazione non è in quel che dice, che invece è esattissimo alla lettera, bensì in ciò che non dice: che nel governo gialloverde Tria è un infiltrato di Mattarella e della cupola sistemica, che egli è in scontro frontale con Lega ed M5S, che sarà proprio il suo destino a dirci quale verso prenderanno le cose di una battaglia che non potrà essere indolore.

Può la sinistra patriottica, quella che ha maturato da tempo il suo no all'Europa oligarchica ed alla sua moneta unica, essere indifferente all'esito di questo scontro? A noi la risposta pare talmente ovvia da non dovervi spendere troppe parole.

Ma, scivolate a parte, veniamo a due affermazioni che ci dimostrano dove porti concretamente oggi ogni teoria del «né né».

La prima affermazione è da manuale, perché - lo diciamo con sincero dispiacere - riporta Moro e Nobile nel politicamente corretto della sinistra sinistrata. Leggiamo: «Non è la sovranità nazionale a dover essere recuperata ma la sovranità democratica e popolare a dover essere ristabilita e allargata ulteriormente».

Ma davvero è possibile scindere, oggi, in un Paese come l'Italia, ingabbiato com'è nel vincolo esterno di marca eurista, la sovranità nazionale da quella democratica e popolare? Suvvia, tanti anni di dibattito non possono essere passati invano. E se, oggi, nell'Italia devastata da 10 anni di austerità euro-tedesca, si ha paura del concetto di sovranità nazionale è davvero meglio stare a casa, lasciar fare ad altri la partita.

Comprendo che dalle parti di Potere al popolo certe cose suonino male, ma inutile poi lamentarsi se non si è capiti, non dico da un indistinto popolo, ma dai lavoratori, dai disoccupati, da chi ha più a cuore le sorti del nostro Paese.

Ma c'è un'altra sciocchezza, non meno grave di quella di cui sopra, ed è contenuta in questa seconda affermazione, secondo cui «Sostenere il governo Conte vuol dire essere subalterni al capitale e all'impresa».

Qui bisogna fare anzitutto una precisazione riguardo al verbo "sostenere". Chiaro che un sostegno acritico sarebbe sbagliato, chiaro come nella maggioranza di governo vi siano anche posizioni e proposte sbagliate e da contrastare, chiaro anche come l'esito di questo tentativo di fuoriuscire dal vincolo esterno sia tutt'altro che scontato. In proposito rimando a quanto scritto nella recente risoluzione di P101, dove si dice che il governo gialloverde «va incalzato a realizzare le cose giuste che ha promesso di fare, va contrastato ove cercasse una linea di galleggiamento e di remissività verso le élite dominanti».

Detto questo, quel che conta però è la scelta di campo. Un punto sul quale la posizione di P101, espressa nel documento già citato, è netta: «In questo concreto contesto è nel “campo populista” che occorre stare. Fuori da questo campo c’è solo quello del blocco dominante». Una tesi difficile da contestare, e che certo gli argomenti di Moro e Nobile non intaccano minimamente.

Chiarito dunque in cosa consiste il "sostegno" della sinistra patriottica - ma è proprio della sinistra che trattano i due autori - passiamo adesso al punto più insostenibile del ragionamento proposto, quello secondo cui tale "sostegno" vorrebbe dire «essere subalterni al capitale e all'impresa».

Non si capisce proprio come possa essere sostenuta una simile sciocchezza. Sarebbe far torto agli autori pensare che essi abbiano voluto semplicemente dire che quello in carica non è un governo anticapitalista. Per affermare una simile ovvietà non c'è davvero bisogno di prendere carta e penna. Per stabilire invece se si è, oppure no, "subalterni al capitale", cioè agli interessi fondamentali della classe dominante nel contesto attuale, bisogna prima esaminare da che parte stia il capitale stesso.

E qui l'analisi è semplice. Il capitale (meglio sarebbe dire il blocco dominante che ne esprime il dominio politico e sociale) è tutto schierato contro il governo gialloverde. E stupisce come molti vogliano prescindere da una tale evidenza macroscopica nei loro ragionamenti. Il fatto è che a lorsignori la gabbia dell'euro(pa) va più che bene. Serve a tener bassi i salari, alimentando una svalutazione interna pagata fondamentalmente dal popolo lavoratore. Di più, serve a sancire l'assenza di ogni possibile alternativa al loro dominio, il trionfo della famosa signora TINA (There is no alternative).

Non passa giorno che non ci dimostri quanto l'oligarchia eurista non si fidi del governo gialloverde. Mai si era vista un'ostilità cosi forte nei confronti di un governo nazionale, neppure nel primo semestre del governo Tsipras. Eppure, sulla carta, il programma di Salonicco era ben più avanzato e radicale del "contratto" tra M5S e Lega. Ma a Bruxelles ben conoscevano l'ideologia eurista del gruppo dirigente di Syriza, la sua subalternità culturale al mito europeista. Ed alla fine il tradimento arrivò, subito dopo il referendum del 5 luglio 2015. I gruppi dirigenti di Lega e M5S hanno invece tanti altri difetti, ma non quello di un "europeismo a prescindere". Lorsignori lo sanno, e la linea dell'oligarchia eurista (nazionale ed europea) è palesemente quella di far cadere il governo prima che possa avere la forza di realizzare i primi sostanziosi strappi.

Colpisce come di tutto ciò non si tenga minimamente conto nel discorso di Moro e Nobile.

La verità è che subalterno al capitale (ed alle élite euriste) è semmai chi - a vario titolo e con diverse motivazioni - ha l'obiettivo primario di far cadere il governo Conte, mettendosi così nella scia di Confindustria, dei vari Cottarelli et similia sul piano della narrazione economica, dell'insieme di un sistema mediatico che ha nel quotidiano la Repubblica il suo capofila, di personaggi squalificati ma ben protetti come Saviano. Subalterna al capitale ed alle élite euriste è una sinistra che si accoda, nei fatti, a questa allegra congrega.

Certo, i teorici del «né né» pensano di potersi sottrarre in qualche modo all'asfissiante abbraccio del blocco dominante. Ma disertando scientemente il campo populista, quello dove si addensano le aspettative di un radicale cambiamento politico e sociale, come pure (certo in maniera confusa) la stessa domanda di democrazia, essi finiscono in un vicolo cieco: o si accodano in maniera subalterna al gioco delle èlite, o si condannano alla totale sterilità politica.

E' qui che conduce inevitabilmente, al di là delle soggettive intenzioni, la linea del «né né». E l'articolo di cui ci siamo occupati lo dimostra in pieno, non solo per i contenuti che abbiamo qui discusso, ma pure per l'assenza (inevitabile, viste le premesse) di ogni proposta politica davvero all'altezza della situazione.

Cacciarsi in questo cul de sac, dove resta solo da scegliere tra la piena subalternità e la totale irrilevanza, è - questo sì - davvero suicida. E lo è doppiamente se chi finisce per cacciarvisi è cosciente della priorità assoluta della lotta per uscire dalla gabbia eurista.

In conclusione, la posizione del «né né» ci sembra proprio un disastro totale da evitare come la peste. Disastro che ha un'unica alternativa: il rafforzamento e l'affermazione della sinistra patriottica.    






 

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