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Italia: tutti i gatti sono grigi?

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Dalla Spagna sull'Italia: l'intervento controcorrente di tre esponenti di spicco della sinistra iberica

In Spagna, forse più che altrove, impazza la campagna contro ... il rinascente fascismo italiano.
Pubblichiamo l'intervento di Héctor Illueca, Manolo Monereo, Julio Anguita in merito alla situazione nel nostro Paese e quindi al governo giallo-verde. Anche loro "rossobruni"?

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TUTTI I GATTI SONO GRIGI?
di Héctor Illueca, Manolo Monereo, Julio Anguita

Abbiamo imparato molto e continuiamo ad imparare dalla polemica che ha generato il nostro articolo sul Decreto Dignità.

Primo punto, la tirannia del politicamente corretto: una coincidenza amplia e consistente tra l’estrema sinistra e gli apostoli del neoliberismo; tutti e due dicono la stessa cosa squalificando e definendo allo stesso modo l’attuale governo italiano. Le élite neoliberiste europee e alcuni intellettuali di sinistra amalgamati entrambi in una strana convergenza.

Secondo punto, che abbiamo osservato molto tipico della nostra cultura politica: la banalizzazione del fascismo. La politica come spettacolo quotidiano e privo di contenuti; quando tutto è fascismo, nulla lo è, e si perde la sostanza di ciò che fu realmente e che cosa significa la dittatura terrorista del capitale monopolistico. Vero che di notte tutti i gatti sono grigi, ma durante il giorno chi non vede la realtà è perché è cieco o non vuole vederla.

Andiamo per parti.
Stante che le calunnie non meritano nessun commento, il nostro testo ha suscitato numerose risposte e reazioni che ci hanno fatto pensare. Permetteteci d’evidenziare tra essi gli scritti pubblicati da Enric Juliana (“Atracción fatal”) , Esteban Hernández (La izquierda: opción B), Miguel Urbán y Brais Fernández (Decreto Dignidad: ¿Fascismo en Italia? Una respuesta) y Alberto Tena y Giuseppe Quaresma (Pensar Italia).

In generale, ci si critica per aver realizzato un’analisi fuori dal contesto del Decreto Dignità, omettendo le altre politiche del governo italiano, soprattutto in materia d’immigrazione. Dal suo punto di vista, citiamo letteralmente Urbán e Fernández :"è fondamentale per comprendere la politica economica e sociale di un governo analizzare l’insieme della sua deriva, non presentare in forma isolata e parziale una misura". Ci sono anche altre critiche ma ci sembrano secondarie e subordinate a quest’idea principale.

Non è vero che il nostro testo inquadra il Decreto Dignità come una norma antistorica; al contrario, la nostra analisi parte dall’evoluzione storica della legislazione del lavoro italiana, caratterizzata dalla liberalizzazione progressiva del mercato del lavoro da più di trenta anni. Precisamente quest’evoluzione, culminata con la riforma di Renzi, che ci permette di percepire i cambiamenti introdotti dal Decreto, così come i suoi limiti. Tra l’altro, non è nemmeno vero che il nostro testo celebra e gonfia il risultato della norma, come affermano Urbán e Fernández.

Partendo dalla sua importanza oggettiva, abbiamo sottolineato in più di due occasioni, che il Decreto Dignità ci sembra insufficiente e che sosteniamo riforme molto più radicali e profonde. Ebbene, per adesso il governo italiano è l’unico che ha sviluppato la Risoluzione del Parlamento Europeo sulla lotta alla precarietà del lavoro, approvata il 31 maggio. Cosa farà il governo spagnolo? Cosa faranno gli altri governi europei?

Ma non si tratta solo di questo. Il contesto è importante. Tuttavia, sembra che i nostri critici vedono la pagliuzza nell’occhio dell’estraneo senza accorgersi delle travi che hanno nei loro occhi: sorprende che nessuno di loro si soffermi ad analizzare lo scontro in corso fra il governo italiano e l’Unione Europea. A dire il vero ci meraviglia che la loro descrizione della politica italiana non presta nessuna attenzione al “momento Europa” come lo definisce Juliana. Dalle scorse elezioni del 4 marzo l’Italia è un popolo sotto il fuoco, segnalato dalla UE e assalito dai mercati. Il programma giallo-verde ha risvegliato l’ostilità del potere finanziario e il suo avamposto di Bruxelles. Ha questo qualche significato per i nostri critici? Non gli sembra importante il contesto europeo? Perché questo silenzio? Queste questioni meritano un dibattito senza esclusione ne schematismi basati in discorsi già preconfezionati.

Vediamo alcuni dati: il 28 maggio 2018 è successo un fatto insolito. La Lega e il M5S avevano proposto a Mattarella, presidente della repubblica italiana, la nomina come ministro dell’economia di Paolo Savona, un economista euroscettico di 81 anni. Tuttavia, obbedendo agli ordini di Bruxelles, Mattarella rifiutò la nomina provocando una grave crisi istituzionale. Non erano passati due giorni quando il commissario europeo al Bilancio, il tedesco Günther Oettinger, chiese ai mercati che inviassero dei segnali “per non permettere che i populisti di sinistra e di destra avessero responsabilità di governo”. Oettinger puntava a destabilizzare il governo italiano scatenando il panico nelle borse e un'impennata del premio di rischio, che ottenne le settimane seguenti: da allora l’Italia è un bersaglio dei mercati, che hanno dispiegato un attacco speculativo orientato a far crollare il governo. E' evidente che il popolo italiano afferrò perfettamente il messaggio: la UE non solo è contro la giustizia sociale e a qualche politica economica sensata; la UE è nemica della democrazia.

L’attuale fase della politica italiana si può capire soltanto nel contesto dello scontro che il governo nazionale ha con Bruxelles. Ridurre questo come fanno Urbán e Fernández, a una semplice “sfida tra settori della classe dominante”, cioè “a una battaglia su come gestire il neoliberismo” significa ignorare gli aspetti essenziali dell’attuale fase politica. Affermare, come Tena e Quaresma, che in Italia “è emerso un nuovo blocco storico, che dentro d’esso c’è un arco ideologico complesso e aperto”, risulta più interessante dal punto di vista politico, ma non è ancora sufficiente. Di fatto, l’alleanza fra Lega e M5S si appoggia su due blocchi diversi e contraddittori: da un lato, la base sociale della Lega, radicata fondamentalmente nel nord e formata da piccoli e medi imprenditori colpiti dalla globalizzazione, con il sostegno importante degli strati superiori della forza lavoro; dall’altro, la base sociale del M5S, concentrata nel sud e nel centro Italia e composta dalle classi subalterne e dai ceti medi impoveriti. Siamo di fronte a una grande alleanza politico-sociale che esprime la rabbia accumulata dalla gestione neoliberista della crisi, una ribellione già evidentissima degli umili e degli offesi dalle politiche della UE.

La divisione dei ruoli nel governo italiano riflette la complessità della sua base sociale: mentre il M5S mostra una maggiore vocazione sociale stimolando misure come il Decreto Dignità, la Lega propone una politica fiscale su misura dei settori che costituiscono la sua base elettorale. Ci sono chiaramente delle divergenze e delle contraddizioni, come la politica sull’immigrazione di Matteo Salvini o, più recentemente, la nazionalizzazione delle autostrade, trasformata in un’istanza democratica dopo il crollo del ponte Morandi. Sicuramente il governo giallo-verde è un campo di sfida che non può sottrarsi dal fare concessioni importanti alle classi popolari e ai lavoratori. Per questo motivo bisogna prestare attenzione a misure come il Decreto Dignità, contestando i suoi limiti, ma anche i suoi progressi in un contesto complesso e assolutamente imprevedibile. Inglobare tutto sotto l’etichetta del fascismo, come hanno fatto alcuni in questi giorni, può essere più comodo per evitare certa fatica intellettuale, ma per nulla contribuisce alla conoscenza della realtà.

Che sta succedendo in Italia? Tenuto conto di quel che abbiamo detto, non sembra difficile da capire. Alle elezioni del 4 marzo è emersa una vera ribellione popolare contro la UE, simile a quel che successe in Gran Bretagna con la Brexit e in altri paesi europei come nei Paesi Bassi, in Francia e in Grecia dove dei referendum rifiutarono senza ambiguità il diktat di Bruxelles. Adesso non è più possibile nascondere che dietro il governo italiano esiste un esercito di perdenti che sono usciti con le ossa rotte dalla globalizzazione e dalle politiche d’austerità europee. E' più facile dire, come si ascolta spesso, che si tratta di lavoratori arretrati, incapaci di capire i sacrifici che esige il neoliberismo cosmopolita, o meglio ancora, tacciarli d’essere razzisti e fascisti, rinunciando a spiegare i fenomeni politici che avvengono nella UE. Che disprezzo per la maggioranza della società! Che elitismo intellettuale!

Diceva Walter Benjamin che l’ascesa del fascismo è la conseguenza d’una rivoluzione frustrata. Gli autori di quest’articolo non nutrono nessuna simpatia per Matteo Salvini, però crediamo che la sua ascesa, e di altre figure affini in vari paesi europei, non è che un riflesso del fallimento della sinistra; la dimostrazione della sua incapacità di canalizzare le energie di cambiamento latenti nella società. La prova che testimonia la decadenza d’una sinistra che è diventata neoliberale e già è incapace di capire il suo popolo. È finito il tempo dell’europeismo ingenuo ed evanescente, è finito il tempo di “più Europa”. La chiave è, si voglia o meno, la contraddizione sempre più forte tra i partigiani della globalizzazione neoliberista e quelli che, con più o meno coscienza, difendono la sovranità popolare e l’indipendenza nazionale scommettendo sulla protezione, la sicurezza e il futuro della classe lavoratrice.


* Traduzione a cura della Redazione di sollevAzione
** Fonte: Cuarto Poder


 

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