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Il momento della verità per Di Maio e Salvini

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A leggere quanto titolano e scrivono i quotidiani pare che dalle parti del governo regni il caos. Certo, va fatta la tara, visto che mai come adesso tutto il quarto potere è schierato armi e bagagli all'opposizione.

Al netto è indubbio che ci sia un gran casino, la cui causa primaria è evidente: lo scontro con l'Unione europea la quale, al di là del "dialogo", chiede che la manovra venga stravolta e il governo "populista" umiliato.

C'è quindi una causa secondaria: l'insipienza di chi sta alla guida del governo. Essi hanno sottovalutato sia la capacità offensiva del nemico che la portata della battaglia. L'idea che alla fine si sarebbe trovato un onorevole compromesso con Bruxelles su una modesta Legge di bilancio per rilanciare l'asfittica domanda interna, si è rivelata una pia illusione. Pia illusione che la Commissione avrebbe concesso ai giallo-verdi la possibilità di navigare in acque tranquille fino alla prossime elezioni europee.

Nel conto va poi messo un altro fattore: che il governo non è a due bensì a tre, con quello che abbiamo chiamato "Cavallo di Tr(o)ia" «il cosiddetto «partito di Mattarella», l’argine piantato nel cuore del governo giallo-verde in nome della stabilità garantita dal Quirinale» — la definizione è de LA STAMPA.

Noi l'avevamo detto a fine maggio, subito dopo che Mattarella aveva posto il veto su Paolo Savona, che sarebbe stato meglio ritornare subito alle urne invece di subire il compromesso dettato dal Quirinale. Vertigini del successo. Sull'onda del 4 marzo Di Maio e Salvini accettarono alla leggera quel compromesso convinti di avere in mano un punto imbattibile. Grave errore.

A ben vedere si trovano adesso davanti allo stesso dilemma: accettare un compromesso umiliante o andare ad elezioni anticipate? Tornare alle urne sarebbe in questo contesto il male minore. I giallo-verdi le vincerebbero, e non solo perché le opposizioni sono alla sbando, le vincerebbero perché dalla loro parte c'è una maggioranza dei cittadini che oltre a volere il cambiamento promesso ha capito che senza un atto di forza la situazione non può essere sbloccata — è senso comune che i poteri forti han reso la vita impossibile al governo. Lo stesso contesto europeo, segnato dalla sollevazione del popolo francese, indica che questo è il momento giusto per non mollare ed alzare la posta.

*  *  *

La recessione in arrivo — che potrebbe causare uno scoppio devastante della bolla finanziaria globale, come ricorda Il Sole 24 ORE di ieri: "Bolla derivati. 33 volte il Pil mondiale", con le banche tedesche, francesi, inglesi e svizzere esposte più di quelle americane — è il nuovo argomento che viene usato dal Partito dello spread, rinominato come Partito del Pil, per condannare la manovra del governo. "Investimenti non assistenzialismo!". Questo è l'ultimo grido di battaglia della grande borghesia e dei suoi corifei, dopo che gli altri sono caduti nel vuoto.

Ieri Mazzei ha smascherato questi impostori. Noi aggiungiamo: a maggior ragione poiché una recessione globale è in arrivo, occorre una politica economica anticiclica temeraria. E certo che non basterebbe rilanciare la domanda interna, e certo che occorrerebbe un grande piano di investimenti. Ma allora non solo va detto che essi debbono essere pubblici, poiché quelli privati (che sono quelli che vuole il Partito del Pil) si tradurrebbero in finanziamento a poche grandi aziende dedite all'export, penalizzerebbero il Mezzogiorno e quindi non creerebbero il lavoro e la "crescita" di cui ha bisogno il Paese. Va detto che ciò chiede una spesa pubblica tale per cui un deficit al 2,4% sarebbe del tutto insufficiente.

E qui siamo alle solite. Non solo l'Unione europea non lo accetterebbe ma, ammesso che lo conceda, in assenza di sovranità monetaria, in assenza di una Banca centrale capace e disposta a finanziare lo Stato, questo dovrebbe indebitarsi per raccattare quattrini sul mercato pagando interessi stellari. Ergo: non si esce da questo marasma senza uscire dall'Unione europea, senza riprendersi piena sovranità.

Dopo aver tanto parlato di Momento Polanyi, per Di Maio e Salvini è giunto il momento della verità. Sperando che non sia, come teme Stefano Fassina, il momento Tsipras.


 

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