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Nepal

Dopo la guerra popolare: è possibile il socialismo solo in Nepal?

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Intervista teorica a Baburam Bhattarai del Partito Comunista Unificato del Nepal (Maoista)

Un mese fa scrivevamo del dibattito interno ai maoisti nepalesi.
Rispondendo a certi boatos nostrani secondo cui uno degli intellettuali di spicco dell’UCPN (Maoista), Baburam Bhattarai, avrebbe abbracciato il trotskysmo, mettevamo in evidenza non solo il profondo dibattito strategico interno al partito, ma che la maggioranza di esso non condivida tutte le posizioni di Baburam il quale, come si evince dalla densa intervista teorica qui sotto, resta un convinto maoista. Il maoismo dei tempi  gloriosi della Rivoluzione culturale, a forti tinte linpiaoiste. Ciò che ha fatto gridare al trotskysmo è quando Baburam affermava che in un paese piccolo e arretrato come il Nepal, senza l’estensione della rivoluzione almeno a livello dell’Asia meridionale, ogni accelerazione verso una collettivizzazione integrale delle relazioni sociali non porterebbe che ad un regime burocratico. Molte altre sono le cose su cui si sofferma Baburam, tra cui il problema del rapporto tra democrazia e socialismo. Ma lasciamo ai nostri lettori la fatica della lettura. Ne vale la pena.

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Dal maoismo al trotskysmo?

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Il dibattito strategico nel Partito Comunista Unificato del Nepal (maoista)

Il 25 dicembre il Primo ministro nepalese Madhav Kumar, leader del secondo Partito del paese, il Partito Comunista del Nepal (Unificato Marxista-Leninista), notoriamente filo-indiano, partiva in visita ufficiale a Pechino. Due gli scopi della visita: spiegare a Pechino che i loro investimenti sono i benvenuti, ma anche che Nuova Delhi si opporrà con ogni mezzo a che il Nepal sia satellizzato dalla Cina. Nelle stesse ore i rivoluzionari del  Partito Comunista Unificato del Nepal (maoista), quello di Prachanda, assieme ad altri piccoli raggruppamenti comunisti nepalesi, celebravano il 116° anniversario della nascita di Mao Zedong. Durante queste celebrazioni ha lasciato il segno una dichiarazione del vice-segretario dei maoisti. Mohan Baidya, alias “Kiran”. Parlando a nuora perché suocera intendesse, “Kiran” — che come segnalavamo ai lettori è anche il leader dell’ala dura del PCUN(m), quella critica della linea Prachanda e che pare essere maggioritaria — ha perentoriamente affermato che la recente ondata di proteste che stanno scuotendo da novembre il paese sono rivolte non solo “contro un governo e un presidente incostituzionali”, ma pure contro “l’espansionismo indiano e per la piena sovranità nazionale”.

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Il dilemma di Prachanda

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I maoisti di nuovo al governo?

 

Il 22 maggio scorso, si commentavano la dimissioni di Prachanda e la formazione del nuovo esecutivo, affermando che la crisi non era affatto risolta e che il Nepal stava entrando in un nuovo periodo di gravi turbolenze, sociali politiche e istituzionali. Il nuovo governo, presieduto da Madhav Kumar Nepal, dirigente dell’altro partito comunista nepalese (il PCN-mlu), fortemente sponsorizzato dall’India ha solo un mese di vita, e una nuova crisi è già in atto.

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La crisi non è affatto risolta

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Alcune agenzie di stampa asiatiche informano che la crisi di governo in Nepal, determinata dalle improvvise dimisssioni del primo ministro Prachanda, sarebbe risolta. Il presidente della Repubblica ha infatti conferito l’incarico di formare il nuovo esecutivo a Madhav Kumar Nepal, grande vecchio del Partito Comunista del Nepal (marxista leninista unificato), ovvero proprio al partito che solo un mese fa, con gesto ostile, aveva causato le dimissioni di Prachanda.

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Sulle dimissioni di Prachanda

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Lunedì scorso, quattro maggio, alle tre del pomeriggio, non nascondendo la propria tensione, Pushpa Kamal Dahal, alias Prachanda, annunciava le dimissioni da Primo ministro e quindi la caduta del governo di coalizione da esso presieduto, in carica dal 30 dicembre 2007. Prachanda giustificava le dimissioni dopo che il Presidente ad interim della Repubblica, Ram Baran Yadav, ha rimesso al suo posto il Generale dell’esercito Rukmangad Katwal, dimissionato dal governo a causa del riufiuto di quest’ultimo di onorare uno dei punti più importanti degli accordi di pace del 2006 che posero fine alla guerra civile, ovvero l’arruolamento degli ex-combattenti maoisti dell’Esercito Popolare di Liberazione.

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