“Operazione Tracia”: dalla solidarietà ai perseguitati politici all’art. 270 ter.

“Operazione Tracia”, ovvero l’arresto con l’accusa di appartenenza ad associazione terrorista internazionale di due comunisti turchi e tre dirigenti italiani del Campo antimperialista, avvenuto a Perugia il 1° aprile 2004, va inserita nel quadro normativo di livello internazionale, comunitario e nazionale in materia di “terrorismo”. Quadro normativo che è una delle manifestazioni della progressiva “americanizzazione“ della cultura e delle istituzioni politiche e giuridiche dell’Occidente e quindi di un notevole arretramento perfino sul piano dei diritti e delle garanzie minime perché si possa parlare di un autentico, cioè non solo formale, sistema democratico.

Fulcro di tutto il sistema repressivo è il metodo del “Listing”, antecedente l’11 settembre, consistente nella redazione e nell’aggiornamento di Liste di organizzazioni e persone ritenute appunto terroriste, cioè un sistema di vere e proprie “Liste Nere” imposto a livello mondiale dagli Stati Uniti d’America.
Sia a livello O.N.U. che a livello di Unione Europea (detto anche comunitario) la redazione e l’aggiornamento delle Liste sono opera di organismi squisitamente politici, quali il Consiglio di Sicurezza dell’ONU,  il Consiglio dell’Unione (formato dai capi di stato e di governo della U.E.) e dal 2002 perfino dalla Commissione Europea, organo tecnocratico – politico. L’inserimento nelle Liste avviene senza che sia prevista a livello nazionale, almeno in Italia, la possibilità che un magistrato possa ritenerlo arbitrario o comunque ingiusto, neppure per singoli casi. Ma non esiste neppure una specifica disposizione che vieti alla magistratura una simile valutazione e quindi, in uno stato di diritto costituzionalmente fondato sulla presunzione di innocenza, il silenzio normativo dovrebbe essere interpretato nel senso che tale valutazione non solo è possibile, ma anche doverosa. Invece in Italia una simile interpretazione, almeno fino ad ora, non è stata mai presa neppure in considerazione, il che fa veramente dubitare che si possa ancora parlare di stato di diritto.
Lo scopo dichiarato del “Listing” è quello di combattere il terrorismo impedendone il finanziamento. Ma in realtà le conseguenze finiscono con l’investire la libertà personale degli individui e, addirittura, le possibilità di sopravvivenza di intere popolazioni. Recente ed emblematico è il caso dell’embargo contro Hamas, inserito appunto nelle Liste Nere ma legittimamente al governo, che ha isolato completamente tutta la popolazione di Gaza. Le conseguenze del “Listing” colpiscono direttamente i diritti fondamentali delle persone, come quello alla vita e alla libertà personale (come è avvenuto appunto nel caso dell’”Operazione Tracia”).
Tutto ciò  anche se, sempre per ragioni squisitamente politiche, a livello internazionale e comunitario non esiste una definizione di “terrorismo”. Su questo punto in Italia c’è stato invece  un pessimo segnale con l’introduzione nel codice penale, nel 2005, dell’art. 270 sexies, che comunque non può essere utilizzato almeno formalmente nei processi conseguenti all’”Operazione Tracia”, in quanto ad essa successivo.
Venendo al contesto giuridico italiano, è opportuno riportare integralmente il testo attuale dell’art. 270 bis c.p., quello dell’art. 270 ter c.p. (introdotto dopo l’11 settembre), e del suddetto art. 270 sexies:
Art. 270-bis (Associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico). - Chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico è punito con la reclusione da sette a quindici anni.
Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Ai fini della legge penale, la finalità di terrorismo ricorre anche quando gli atti di violenza sono rivolti contro uno Stato estero, un'istituzione e un organismo internazionale.
Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego.
Art. 270-ter (Assistenza agli associati). - Chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato o di favoreggiamento, dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano alle associazioni indicate negli articoli 270 e 270-bis è punito con la reclusione fino a quattro anni.
La pena è aumentata se l'assistenza è prestata continuativamente.
Non è punibile chi commette il fatto in favore di un prossimo congiunto.
Art. 270-sexies (Condotte con finalità di terrorismo). -  Sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un'organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un'organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un'organizzazione internazionale, nonché le altre condotte definite terroristiche o commesse con finalità di terrorismo da convenzioni o altre norme di diritto internazionale vincolanti per l'Italia.
Sull’art. 270 bis. Rispetto al testo originario, è evidente l’estensione del bene giuridico protetto, dilatato fino alla sicurezza internazionale, operata con la previsione “Ai fini della legge penale, la finalità di terrorismo ricorre anche quando gli atti di violenza sono rivolti contro uno Stato estero, un'istituzione e un organismo internazionale”. La norma poi distingue fra terrorismo ed eversione e l’interpretazione comunemente sbandierata  è nel senso che la tutela della sicurezza internazionale ricorre solo nel caso di associazione con finalità di terrorismo, che ricorre quando c’è l’intenzione di terrorizzare la popolazione con azioni criminose indiscriminate. L’eversione è caratterizzata invece, secondo questa interpretazione, dal fine più limitato di sovvertire l’ordinamento costituzionale, fine che non necessariamente richiede azioni violente. Per cui non è pensabile che il magistrato di un Paese possa valutare la democraticità o meno di un altro Paese o di un’organizzazione internazionale.
Però la differenza tende a scomparire, perché almeno in Italia vengono perseguiti come terroristici comportamenti che al massimo costituiscono condotte eversive dell’ordinamento di un altro paese, e che nella maggior parte dei casi sono addirittura eversive di regimi sicuramente non democratici o, addirittura, di regimi instaurati da forze di occupazione militare. Condotte cioè che, anche alla stregua del diritto internazionale, costituiscono legittima resistenza ma che, soprattutto grazie all’inserimento delle Liste Nere delle organizzazioni politiche che sono parte di qualche Resistenza, vengono punite come crimini.
A questo punto è opportuno spendere qualche parola sull’art. 270 sexies, che definendo le condotte con finalità di terrorismo letteralmente equipara lo scopo di intimidire la popolazione a quello di voler esercitare pressioni su pubblici poteri per costringerli a fare o non fare alcunché, scopo quest’ultimo che caso mai è proprio dell’eversione di un dato ordinamento (democratico o meno) e che non necessariamente implica azioni in qualche modo connesse al “terrore”. La norma è di introduzione recente, per cui ancora non ci sono precedenti giurisprudenziali,  ma una interpretazione corretta sotto il profilo sostanziale dovrà comunque in qualche modo tener conto della distinzione fra terrorismo ed eversione dell’art. 270 bis comma 3 (“Ai fini della legge penale, la finalità di terrorismo ricorre anche quando gli atti di violenza sono rivolti contro uno Stato estero, un'istituzione e un organismo internazionale.”), che esclude che si possano perseguire condotte eversive a tutela di uno stato estero o di un’istituzione internazionale.
Sull’art. 270 ter. E’ stato introdotto nel codice penale italiano dopo l’11 settembre e mira a colpire chi, con i comportamenti elencati, sostanzialmente favorisce un’organizzazione ritenuta terrorista anche attraverso il sostegno prestato ai singoli componenti. Sostanzialmente, quando di resistenza e non di terrorismo si tratti, ciò che si sanziona è l’aiuto a questa o quella resistenza. Sull’art. 270 ter ancora non ci sono precedenti giurisprudenziali e, analizzando la vicenda dei tre compagni italiani, vedremo come l’”Operazione Tracia” potrà portare ad una “sentenza pilota”.
A questo quadro normativo bisogna aggiungere il massiccio ricorso alle intercettazioni e all’uso di estrapolarne singole frasi, da porre a fondamento dell’accusa di essere membro o quantomeno sostenitore di un’organizzazione con finalità di terrorismo.
L’Umbria, proprio la piccola regione “Cuore verde d’Italia”, con l’”Operazione Tracia”, con l’inchiesta e l’arresto di alcuni immigrati di fede islamica da tempo regolarmente residenti a Perugia (luglio 2007) e con l’”Operazione Brushwood” ha assunto il ruolo di “collaudatore” di tutto l’impianto indiscriminatamente repressivo, perfezionato dopo l’11 settembre.
In tale impianto si è verificata l’”Operazione Tracia”, che il 1° aprile del 2004 ha comportato l’arresto di due compagni turchi, Avni Er (giornalista) e Zeynep Kilic, entrambi molto attivi, fin dai tempi della scuola, nelle lotte contro il regime oligarchico – militare instaurato in Turchia con il colpo di stato del 1980, e di tre compagni italiani dirigenti del Campo antimperialista, Maria Grazia Ardizzone (sposata con Avni), Alessia Monteverdi e Moreno Pasquinelli, nonché la richiesta di arresto per altri compagni residenti in Turchia e in Siria, che mai hanno avuto a che fare con l’Italia. Nell’ordinanza di custodia cautelare del GIP di Perugia tutti venivano accusati di essere membri del DHKP – C, associazione militante della sinistra rivoluzionaria turca inserita nelle Liste Nere dell’U.E. nel 2002. In particolare ad Avni e Zeynep si contestava di essere promotori e/o dirigenti del DHKP – C (art. 270 bis comma 1, da 7 a 15 anni di galera), mentre i compagni italiani venivano ritenuti semplici membri (art. 270 bis comma 2, da 5 a 10 anni di galera). L’ordinanza impose poi il divieto, per tutti i cinque compagni arrestati a Perugia, di ricever visite e conferire con i propri avvocati per cinque giorni, che è il termine massimo consentito dall’art. 104 comma 3 del c.p.p. (altra barbarie legislativa a danno del diritto costituzionale alla difesa).


Più dettagliatamente i comportamenti incriminati erano i seguenti:
Avni e Zeynep avrebbero assicurato il contatto, per via telefonica o informatica, fra le diverse unità operative situate in Turchia, Belgio, Germania e Paesi Bassi, dando inoltre a queste strutture informazioni utili su armi, mezzi di comunicazione, criptazione e decriptazione di messaggi, proselitismo, riconoscimento di individui già associati, nonché la propaganda, esaltando gli atti di violenza del DHKP – C sui media.
Maria Grazia avrebbe assicurato ad Avni il permesso di soggiorno e la conseguente residenza in Italia tramite un matrimonio simulato; gli avrebbe poi fornito una scheda telefonica per le esigenze di comunicazione con altre strutture del DHKP – C; avrebbe fatto da prestanome nella riscossione di denaro e gli avrebbe offerto prestiti in denaro.
Moreno avrebbe svolto il ruolo di testimone al matrimonio, consapevole che era simulato; avrebbe fornito ad Avni varie schede telefoniche sempre per le sue necessità di comunicazione; avrebbe fatto da prestanome nella riscossione di denaro e nel 1999 (quando ancora l’associazione con finalità di terrorismo internazionale non era sanzionata!!! n.d.r.) lo avrebbe agevolato nell’uso di un appartamento ubicato a Perugia.
Alessia avrebbe anch’essa fatto, consapevolmente, da testimone al matrimonio simulato; avrebbe affittato ad Avni un alloggio a Foligno per uso foresteria, nella disponibilità di un’azienda di cui essa è amministratore delegato; avrebbe fornito ad Avni una scheda telefonica per le suddette comunicazioni; avrebbe stipulato con Avni contratti di lavoro simulati.
Anzitutto è necessario chiarire che il DHKP – C è una organizzazione a struttura molto complessa, articolata in un Partito (DHKP), in un Fronte ampio e articolato comprendente organizzazioni sindacali e associazioni e organismi con finalità socio – culturali (DHKC) che svolge legalmente e pubblicamente tutte le sue attività sia in Turchia che all’estero pur subendo sottili persecuzioni poliziesche e giudiziarie, e in Gruppi di Propaganda Armata organizzati come un vero e proprio esercito, sia pure irregolare, che, lungi ogni intenzione di colpire la popolazione civile che anzi viene largamente coinvolta nelle attività del Fronte, combattono contro l’esercito della Turchia, vero detentore di ogni potere (politico – legislativo, esecutivo - amministrativo e giudiziario, limitandoci alla tripartizione classica), nonostante le riforme di facciata.
Venendo alla vicenda dei tre italiani coinvolti (la storia dei compagni turchi merita apposita futura trattazione, per la diversità di posizioni e per il fatto che è particolarmente dolorosa, dato che Avni è tuttora in carcere con sentenza di condanna confermata in appello il 23 gennaio 2008 e, come se non bastasse, rischia seriamente di finire in Turchia causa espulsione, mentre Zeynep, appena scontata la pena è stata immediatamente espulsa in Germania dove ha chiesto asilo politico n.d.r.), esaminando tutti gli atti d’accusa, intercettazione comprese, è lampante non solo la totale ridicolaggine della loro pretesa appartenenza ad una qualunque delle strutture di cui è composto appunto il DHKP – C (men che meno poi al Partito o ai Gruppi di Propaganda Armata), ma anche la loro non consapevolezza del fatto che Avni e Zeynep fossero formalmente ricercati all’estero come appartenenti all’organizzazione in questione (e dunque terroristi, stando ad organismi inquirenti e/o giudicanti di Stati esteri e purtroppo ora anche italiani). Ci sono inoltre comportamenti e iniziative dei tre compagni, ovviamente non menzionate dall’accusa, che semmai escludono tale consapevolezza.
Avni giunge in Italia nell’autunno del 2001, con  documenti autentici e in corso di validità  (carta di identità e permesso di soggiorno tedeschi,  passaporto turco), con l’intenzione di stabilirsi in Umbria per svolgere il suo lavoro di giornalista per la rivista Pane e Giustizia e altre agenzie di stampa, operanti legalmente e pubblicamente in Turchia, ma oggetto di particolari attenzioni da parte delle forze di polizia e dei servizi di sicurezza. Queste attenzioni sono particolari in quanto non consistono mai in perquisizioni, sequestri di materiale e fermi di persone autorizzati almeno formalmente da una autorità giudiziaria e debitamente verbalizzati, ma sono veri e propri assalti da parte di persone non identificabili che comportano la distruzione o la sparizione di materiale e documenti e talvolta anche di persone, che ricompaiono poco dopo alquanto malconce. In Turchia anche una normale attività giornalistica esige alcune cautele e per questo Avni pensa sia meglio lavorare in Italia tramite rete e telefono. Si sistema provvisoriamente a Foligno, presso la foresteria dell’azienda informatica di cui Alessia è amministratore delegato, per poi trasferirsi nell’autunno 2002 a Perugia. Nel frattempo gli scade il passaporto, che porta personalmente presso la sez. consolare dell’ambasciata turca a Roma per il rinnovo, che viene rilasciato senza problemi; si sposa con Maria Grazia dopo essersi recato con lei più volte presso la suddetta sezione consolare per il rilascio della necessaria documentazione da cui risulta fra l’altro che non è già coniugato; si trasferisce appunto a Perugia in un appartamento affittato dalla moglie (tramite una nota agenzia immobiliare) perché Avni non è ancora titolare di codice fiscale e quindi non può figurare nel contratto. Tuttavia Avni partecipa pienamente alla scelta dell’appartamento recandosi sempre con la moglie a visionare quanto proposto dall’agenzia e, al momento della stipula del contratto, non ha alcun problema a che l’agenzia stessa fotocopi pure i suoi documenti, nonostante non sia formalmente tenuto ad acconsentire. Dopo il matrimonio si reca in Questura per ottenere un permesso di soggiorno dall’autorità italiana, permesso che viene rilasciato dopo le apposite verifiche circa l’effettività del matrimonio da parte del personale di polizia preposto al controllo dell’immigrazione, fenomeno che in Italia è concepito e regolato quasi esclusivamente in termini di sicurezza ed ordine pubblico piuttosto che come complessa questione socio – economica quale è in realtà.
Avni lavora appunto come giornalista, percependo somme di denaro che gli consentono di coprire le spese e vivere dignitosamente: per ragioni di prudenza, legate alle particolari attenzioni di cui, come si diceva, godono in Turchia le riviste e le agenzie per cui lavora, il denaro viene inviato prima a nome di Moreno poi di Maria Grazia tramite il circuito Western Union, incontestabilmente legato a regolari banche, e non certo tramite “spalloni” che varcano i confini italiani con borse cariche di contanti per coprire chissà quali traffici illeciti. Inoltre stipula un regolare contratto di lavoro a termine con l’azienda amministrata da Alessia.
Da tutto questo risulta chiaramente, a differenza di quanto sostenuto dalla procura perugina, che nessuno intende nascondere qualcosa, come invece avviene qualora si agisca per coprire persone ricercate, non importa se a torto o a ragione, per terrorismo, soprattutto se chi copre è a sua volta membro della stessa organizzazione. Davvero atipico è poi un terrorista che si presenta più volte, con i suoi documenti autentici, presso le rappresentanze diplomatiche e consolari del suo paese, la Turchia poi, ben sapendo che quel paese lo sta ricercando appunto come terrorista.
Via, anche il post – moderno ha i suoi limiti!
Maria Grazia, Moreno, Alessia e Avni vivono dunque tranquilli, continuando le proprie attività.
I tre italiani sono tutti dirigenti del Campo antimperialista e il 2003 li vede molto impegnati nell’opposizione all’aggressione dell’Iraq e nel sostegno alla Resistenza irachena contro l’occupazione. Maria Grazia quindi, che per vivere fa l’impiegata all’università, ha davvero poco tempo per fare la “brava moglie” perché con gli altri compagni del Campo ha il suo bel da fare per contrastare gli attacchi politici, provenienti sia da destra che da sinistra, conseguenti proprio al sostegno alla Resistenza. Soprattutto alla fine del 2003, dopo Nassirya e in connessione con la preparazione della manifestazione del 13 dicembre, esplicitamente a sostegno della Resistenza irachena, l’atmosfera si fa veramente pesante. In particolare Maria Grazia, Moreno e Leonardo (un altro compagno del Campo) vengono veramente messi “al centro del mirino” (raggiunti perfino da telefonate anonime a contenuto minaccioso) per cui non hanno tempo neppure per dormire.
Nel corso del 2003 Avni riceve saltuarie visite da una cugina (almeno così viene presentata a Maria Grazia), che nella seconda parte dell’anno assumono una durata più lunga. Maria Grazia, presa totalmente dalle vicende politiche di cui si diceva, non ha certo tempo né voglia di impelagarsi in questioni di gelosia. Limita al massimo la convivenza con Avni, con il quale tuttavia mantiene buoni rapporti sia per il “comune sentire” politico, che non esclude ovviamente diversi punti di vista, sia per il fatto che a 40 anni suonati riesce ad affrontare la situazione con una certa maturità. Sempre nel 2003 Avni, cui fra l’altro la questura ha rinnovato il permesso di soggiorno per due anni, riceve dalla procura della repubblica di Perugia un avviso di proroga di indagini preliminari per il reato dell’art. 270 bis c.p. Maria Grazia si consulta con Moreno (Alessia è molto presa dal lavoro) e propone ad Avni, che accetta senza esitare, di andare dall’avv. Ghirga. Qualche giorno dopo si viene a sapere, in virtù di informazioni assunte da Avni presso alcuni compagni che risiedono in Germania,  che le indagini della procura di Perugia sono partite da segnalazioni provenienti da lì, in quanto anche lì risulta aperto un procedimento a carico di Avni, che proprio in Germania è emigrato da bambino e ha risieduto a lungo. Avni a tutto pensa tranne che a fuggire, anzi è talmente convinto che tutto si concluderà in nulla che non solo continua tranquillamente le sue attività ma addirittura pensa, nonostante tutto, a fare le pratiche per un’eventuale cittadinanza italiana, pratiche che implicano – e lui lo sa benissimo perché Maria Grazia gli illustra la normativa – rapporti anche con le autorità tedesche che debbono rilasciare documenti in merito alla sua situazione penale in Germania.
Ebbene: le intercettazioni in cui i due coniugi parlano di tutto questo vengono addotte dalla procura come prova del fatto che i due (e, non si capisce bene perché, anche Moreno e Alessia) hanno sempre saputo che Avni era ricercato per terrorismo; perfino il fatto che Maria Grazia e Moreno aiutano Avni a difendersi legalmente tramite un avvocato viene ritenuto quanto meno un forte indizio che anche i tre italiani “sanno” e, almeno in un primo momento, “sanno” perché anche loro sono membri del DHKP – C, in quanto con i loro comportamenti contribuiscono alla realizzazione degli scopi di questa organizzazione.
Per cui: fornire temporaneamente un regolare alloggio in una zona centrale di Foligno, stipulare un contratto di lavoro a norma di legge, sposarsi regolarmente, affittare in un modo che più trasparente non si può un appartamento a Perugia (pagando anche le imposte di registro, in un paese dove evadere il fisco è lo sport più diffuso), andare più volte presso le rappresentanze diplomatiche e consolari turche in Italia e in questura con documenti autentici, ritirare denaro usando circuiti legali e soggetti a particolari obblighi di trasparenza per la procura della repubblica e per un G.I.P. di Perugia costituisce indizio così grave di appartenenza ad associazione con finalità di terrorismo da richiedere la custodia cautelare in carcere.
Quanto alle schede telefoniche usate da Avni, la procura sostiene che siano intestate ai tre compagni italiani sulla base di informazioni assunte dei gestori di rete, senza però aver compiuto alcuna verifica pressi i punti vendita dove sarebbero state acquistate previa consegna di una copia della carta di identità.
Il tribunale del riesame di Perugia, il 23 aprile 2004, ritenne invece che a carico dei tre compagni italiani non sussistevano i gravi indizi del reato previsto all’art. 270 bis, in quanto essi avevano agito nella piena convinzione di aiutare un perseguitato politico, e ne ordinò la scarcerazione incondizionata. L’ordinanza, su ricorso della procura, fu poi confermata a dicembre dalla corte di Cassazione, per cui, poco tempo dopo, la procura perugina notificava ai tre un avviso di conclusione delle indagini con richiesta di rinvio a giudizio per  “Assistenza agli associati” (Art. 270-ter c.p.). Questo significa veramente “giocare a palline” con i capi di imputazione e la pelle delle persone: visto che con l’art. 270 bis era andata davvero male, gli stessi comportamenti addotti a sostegno dell’accusa di esser membri del DHKP –C, con relativa carcerazione cautelare, sono stati addotti a fondamento dell’accusa di aver prestato assistenza ai membri (art. 270 ter), accusa per la quale il G.U.P. ha disposto il rinvio a giudizio con inizio del processo nella primavera del 2007. Tutto ciò in barba al giudizio del tribunale del riesame, suffragato dalla Cassazione, che aveva escluso qualsiasi finalità di terrorismo o aiuto ad  membri di associazioni con finalità di terrorismo allorché aveva individuato quale unico fine quello di aiutare un perseguitato politico.
Infatti il G.U.P. ha ritenuto sussistenti indizi a carico dei tre compagni relativamente al reato dell’art. 270 ter, motivando che il dolo richiesto per il reato di assistenza è diverso da quello richiesto per il reato di appartenenza. Motivazione che però si fa beffe della pronuncia del Tribunale del riesame, che aveva escluso qualunque dolo, compresa anche la sola consapevolezza del fatto che Avni fosse ricercato, individuando come unica intenzione l’aiuto ad un perseguitato politico, poi suffragata dalla Cassazione. Paradossalmente poi l’ordinanza del G.U.P. asserisce un sostanziale accordo proprio sul punto del dolo con la valutazione contenuta nella decisione del Riesame confermata dalla Cassazione. Il paradosso ha una sola spiegazione: cercare una copertura formale per salvare l’apparenza almeno dello stato di diritto.

La Redazione

 

Per migliorare la tua navigazione su questo sito utilizziamo cookies ed altre tecnologie che ci permettono di riconoscerti. Utilizzando questo sito, acconsenti agli utilizzi di cookies e delle altre tecnologie.Per maggiori informazioni sui cookie che utilizziamo e su come eliminarli, consulta la nostra privacy policy.

Accetto i cookie di questo sito.