I conti senza l’oste

I media occidentali hanno dato conto, in modo piuttosto riduttivo, della manifestazione cui sabato scorso hanno dato vita a Baghdad decine di migliaia di cittadini iracheni contrari alla presenza delle truppe d’occupazione, americane in testa, nel paese.

La manifestazione è stata presentata come la protesta della sola componente shiita che fa capo a Muktada Al Sadr contro l’accordo che il governo iracheno e gli Stati Uniti avrebbero raggiunto per il ritiro delle truppe statunitensi, mentre altre fonti sottolineano che contro l’accordo si sono schierate molte componenti della società irachena., non tutte riconducibili al partito di Muktada.
Il negoziato prevede che le truppe d’occupazione lascino l’Iraq nel 2011, sempre che le esigenze di sicurezza lo permettano; ovviamente non è affatto chiaro se le esigenze di sicurezza  riguardano la popolazione irachena o gli interessi delle  potenze occupanti e chi dovrà valutarle al fine di decidere. Inoltre nulla dice in merito alla permanenza o meno delle basi americane nel paese ed è alquanto ambiguo sulla giurisdizione cui saranno sottomessi i soldati USA qualora commettano reati a danno degli iracheni. Fino ad ora infatti, secondo la consolidata tradizione americana, i militari statunitensi possono essere giudicati e condannati solo da magistrature americane; l’accordo prevede molto genericamente che per i fatti commessi fuori dalle rispettive installazioni e fuori dall’esercizio delle loro funzioni i militari saranno giudicati dalle autorità irachene. Ma chi definisce i confini di queste funzioni?
La cittadinanza protesta invitando il parlamento nazionale a non approvare il trattato, e ha ragione. Infatti l’accordo fra USA e Iraq per la sicurezza è un tipico patto leonino, come evidenzia ad Al Jazeera Abdulhay Yahya Zalloum, analista ed opinionista iracheno che sottolinea anche la contrarietà al patto di molte componenti sia sunnite che cristiane. Anzitutto gli Stati Uniti sono entrati in Iraq senza alcun invito e il negoziato si è svolto mentre nel paese ci sono 150.000 soldati stranieri e almeno 50.000 persone stipendiate per garantire la sicurezza delle forze di occupazione (i famosi contractors); inoltre per gli iracheni sta trattando un governo scelto dagli americani, dato che il paese non è indipendente e sovrano. Quindi non è possibile credere che le condizioni negoziali siano le migliori per il popolo iracheno.
La verità è che il prossimo 31 dicembre scadono i termini del mandato che l’ONU nel 2004, avvallando l’aggressione e l’occupazione, diede agli Stati Uniti sull’Iraq. Chiaro che gli Stati Uniti intendono precostituirsi le condizioni per mantenere e consolidare il controllo del paese, finalizzato a realizzare un Grande Medio Oriente totalmente prono agli interessi occidentali, americani in primis.
Ma come al solito gli USA fanno i conti senza l’oste, cioè senza il popolo iracheno che resiste e al quale rinnoviamo la nostra solidarietà.

La Redazione

 

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