Il 3 ottobre scorso il Partito dei lavoratori del Kudistan (PKK) lanciò un attacco contro una caserma dell’esercito turco, posta al confine con l’Iraq, concluso con la morte di circa 40 persone fra militari turchi e combattenti del PKK e due soldati turchi dispersi.

Le forze armate turche hanno prontamente risposto con operazioni militari contro alcuni avamposti della resistenza curda del (PKK) in Iraq.
Frattanto il PKK ha rivendicato di avere i due militari turchi dispersi, senza però chiarire se sono vivi o morti.
Il governo turco, oltre alla prevedibile reazione sul piano militare (da parecchio tempo ormai effettua raid aerei contro le posizioni del PKK nel nord dell’Iraq), ha nuovamente ribadito urbi et orbi il fatto che il PKK sia un’organizzazione terroristica  inserita nelle Liste Nere USA e UE e che, pertanto, le autorità turche sono legittimate ad agire con qualsiasi mezzo pur di annientarlo. Il premier turco Erdogan ha addirittura deciso di chiedere aiuto ad altri Paesi, Stati Uniti in testa, nella sua pretesa lotta contro il terrorismo. La Turchia è un Paese della NATO, il cui ruolo è considerato centrale dagli USA per la realizzazione del Nuovo Medio Oriente; parte dell’elite turca aspira all’ammissione nell’UE: in tale contesto la Turchia ha un ruolo cruciale nella crociata antiterrorista a guida statunitense, finalizzata in realtà a disarticolare ogni Resistenza ai progetti imperialistici. I  partners occidentali degli Stati Uniti – guerrafondai per definizione – difficilmente potranno sottrarsi alle richieste avanzate. Certo, con qualche grattacapo, perché i raid nel nord dell’Iraq possono infastidire i curdi irakeni e i progetti di stabilizzazione americani.

La Redazione